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Fascia 16-19
We’ll meet again

Sentiva tutto il peso dello zaino sulla schiena mentre percorreva la solita strada che la conduceva a scuola. Diede un’occhiata all’orologio; ormai era in ritardo. Avrebbe potuto incolpare la sveglia per non aver suonato, oppure il treno per aver tardato. Ma non credeva che sarebbe servito a qualcosa. Era difficile arrivare in tempo quando una cosa non era interessante.

Persino mentre correva, c’era una parte di lei che si chiedeva verso cosa stesse correndo. Quando intravide i cancelli dell’edificio scolastico, non provò alcun sollievo. La forza dell’abitudine era l’unica cosa che la spingeva a tornare.

Si sedette al banco. Evitò abilmente lo sguardo dei suoi compagni di classe e sprofondò nella sedia. Alice le passò davanti senza dire una parola e in quell’istante venne investita da uno strano miscuglio di sollievo e delusione. Si voltò e vide la compagna che le sorrideva.

«Ciao, Jade» le sussurrò, così che la classe non venisse disturbata.

«Sì, spero che noi…» la sua voce risultò troppo alta, quasi uno squittio. Gli studenti vicini non potevano averla sentita. Guardò immediatamente davanti e pregò di morire. Il professore batté le mani, per ottenere l’attenzione di tutti. Diede un colpetto su una pila di fogli sulla scrivania.

«È giunto il momento che voi compiliate i sondaggi sulla vostra carriera lavorativa» nell’aula si sollevò un lamento. «Sì, sì, lamentatevi pure con qualcun altro. Nemmeno io ho voglia di raccoglierli. Ma se non lo faccio, subirò un sacco di vessazioni in sala professori. Passerete il resto della lezione a compilarli.» Jade si accigliò mentre il professore la lasciava il sondaggio di fronte. Sapeva che prima o poi sarebbe successo. Sperava che ormai avrebbe saputo cosa scrivere.

Fissò il modulo. Nessuna di quelle opzioni la ispirava. Si accinse a scrivere sciocchezze a caso, ma qualcosa glielo impediva. La penna si librava sul modulo. Se si limitava a scrivere qualcosa a caso, a nessuno sarebbe importato. Ma il grande entusiasmo dell’amica le passò per la mente. All’improvviso, fu come se non riuscisse più a mentire. Al suono della campanella, con la fine della lezione, il modulo era ancora vuoto.

Da sola in biblioteca il mattino seguente, sospirò e chiuse il libro. Non sapeva quante volte l’aveva ormai fatto. Aveva la mente altrove. Gemette e sprofondò nella sedia.

«Jade!» dalle sue spalle provenne l’ultima voce che si sarebbe mai aspettata di sentire. Si voltò lentamente. Con una pila di libri sotto il braccio, Alice sorrise e la salutò. Senza che glielo venisse proposto, fece il giro del tavolo e si sedette di fronte a Jade. «Allora? Cosa stavi borbottando?»

«Stavo cercando di memorizzare i nomi dei nostri compagni di classe. Purtroppo in questo non sono molto brava.»

«L’ho sentito dire…»

«Aspetta, cosa?» Alice si coprì la bocca e distolse lo sguardo. Esitò, poi sospirò.

«La rappresentante di classe dice che per questo sei innocua. Non t’importa di niente e di nessuno»

«Beh, mi pare accurato» o lo era. Alice sembrò sorpresa. «Io sono quello che sono. Nel mondo non sarò né la prima né l’ultima» sul volto della compagna apparve uno sguardo preoccupato.

«Questo non è vero» sbatté le mani sul tavolo. Calò il silenzio. Un silenzio strano e delicato, poi Alice spalancò gli occhi. «Scusa! So che non sono affari miei. Ho sbagliato a reagire così.»

«No, va bene» la sua voce si bloccò. Le parole di cui aveva bisogno per la domanda che intendeva fare erano proprio fuori dalla sua portata. Ma cercò di dirle comunque. Alice aveva ciò che Jade non aveva. L’aveva capito l’istante in cui aveva messo piede in classe. «Mi chiedevo come ci riesci?»

«A fare cosa?»

«Come, ecco… ti entusiasmi per le cose. Come riesci a essere così positiva?» Jade si aspettò che avrebbe riso a una tale semplice domanda. Invece, sorrise.

«Continuo semplicemente a provarci» guardò uno dei libri che stava tenendo. «Ci sono sempre centinaia di ragioni diverse per rattristarsi se le si cerca. Allora, io provo a cercarne una per cui essere felice» ridacchiò. «Ovviamente, la vita non è così semplice. Ma quando si smette di provarci abbiamo già perso in partenza» mentre la guardava, Alice giocherellava con i suoi capelli.

«Potrei apporre quelle parole su un poster nella mia stanza» disse con tranquillità.

«Non farlo! Ne morirei» se si smetteva di provarci, si perdeva in partenza. Jade ripensò a quelle parole. Era sicura di aver già perso tanto tempo prima. Aveva smesso di provare ad essere interessata alle cose da quando sua madre aveva deciso di abbandonare la sua famiglia.

Notò il libro che Alice sorreggeva. Era uno di quelli che Jade aveva già letto.

«I Racconti dell’Oro?» Alice raddrizzò la schiena.

«La bibliotecaria mi ha detto che tu questa saga l’hai già letta.»

«Che cosa?»

«Stavo cercando altri libri simili e lei mi ha detto di chiedere a te. Ti spiace indicarmi la direzione giusta?»

«Certo» passarono il resto della mattinata a chiacchierare di libri e ben presto il loro tempo insieme finì.

Arrivò a scuola e a malapena soffocò uno sbadiglio. Ormai avrebbe dovuto essere abituata ad alzarsi così presto, ma anche dopo una settimana il suo corpo non voleva collaborare. Controllò l’orologio.  Si avviò verso la biblioteca, dove la professoressa di scienze si bloccò, contenitori e provette alla mano.

«Jade?» appena Alice la salutò dal fondo del corridoio, la ragazza sorrise. «Buongiorno professoressa.»

«Buongiorno. Arrivi sempre a quest’ora?» Alice incrociò le braccia e rifletté.

«Qualche volta» si spostò al fianco di Jade e appoggiò il gomito sulla sua spalla. «Mi annoierei a morte se anche Jade non venisse sempre qui»

«Buona giornata allora» Jade si voltò e aprì la porta della biblioteca. Lasciando alle spalle l’insegnante, entrarono nella sala. Andarono al solito tavolo e come al solito, passarono la mattinata a scambiarsi consigli sui libri. E, naturalmente, finirono per litigare di nuovo.

«Il fantasy è bello, ma il romantico è insuperabile!» insisteva Alice.

«A nessuno interessano le storie d’amore nate al supermercato» scoppiarono a ridere. La sola cosa che impedì loro di continuare a passare il tempo insieme fu il suono della campanella.

La lezione di chimica fu quella dove mise le loro vite in pericolo.

«Non toccare» disse Alice. Jade mise il broncio, mentre la soluzione di fronte a loro gorgogliava in un recipiente. Sorreggeva una provetta che conteneva un liquido dallo strano colore.

«Se aggiungiamo un po’ di questo…»

«No, dammelo» Alice avrebbe preferito seguire semplicemente le istruzioni, al contrario di Jade. Visto che la professoressa non sarebbe intervenuta, a meno che non ci fosse stato un rischio di esplosione, il resto della classe svolgeva i suoi esperimenti a una distanza di sicurezza. Dall’altra parte della classe. Alla fine della giornata, Jade uscì in fretta dall’aula. Alice le aveva consigliato cinque libri, perciò aveva un gran lavoro da fare. E fu poco prima di raggiungere l’uscita che la compagna si precipitò da lei.

«Jade, il tuo telefono. Mi serve.»

«Hai intenzione di rapinarmi?»

«Sciocca! Perché dovrei farlo?» ridacchiarono e si scambiarono i numeri di telefono. Passarono ogni momento libero insieme, rafforzando la loro amicizia al punto da diventare quasi un legame fraterno.

Finché un giorno, Alice non si presentò a scuola. Jade si offrì per consegnarle gli appunti della giornata e con le indicazioni che ricordava, trovò facilmente la sua casa. Suonò al campanello. Quando la porta fu aperta, si ritrovò davanti alla versione quarantenne di Alice. La donna inclinò il capo e Jade spiegò il motivo della sua visita.

«Tu devi essere Jade, giusto? Ti ringrazio tanto.»

«Lei sa di me?» ridendo leggermente, la signora annuì.

«Lei non smette mai di parlare di te. Una faccia di pietra dal cuore tenero.» Jade provò un complicato miscuglio di felicità e imbarazzo. Improvvisamente, la donna la guardò con espressione seria. «Diresti che voi due siete molto unite?»

«Direi che lei è la mia migliore amica.» Amica. Era passato molto, molto tempo da quando aveva usato quella parola. La donna annuì.

«Alice non c’è in questo momento. Lei è… all’ospedale.»

«Ospedale…» ripeté la parola finché non fu in grado di elaborarla. Il suo cervello si rifiutava di assimilarla. Il momento in cui si fece dare l’indirizzo dell’ospedale fu sfocato. Era solo consapevole del bruciore ai polmoni, mentre si precipitava fuori. Mentre correva le doloravano i muscoli. I pensieri si affollavano. C’erano centinaia di ragioni diverse per cui Alice avrebbe potuto essere in ospedale, ma non riusciva a trovarne neppure una che potesse calmarla. Ripensò al modo in cui era sempre stata abituata a vedere le cose. La vita era più semplice quando non le importava di nulla. Aveva meno da perdere, meno possibilità di restare ferita. Sarebbe potuta tornare a quella vita, ma rifiutò quel pensiero quando giunse all’ospedale. Ancora di più quando parlò con i medici e scoprì del crudele incidente che aveva colpito la sua amica.

Visse i giorni successivi in uno stato di torpore. I suoi passi erano pesanti e ogni lezione passava indistinta dalle altre. Perché continuava ad andarci? Il mese passò così in fretta che Jade non se ne accorse nemmeno.

E poi giunse il giorno che mai si sarebbe aspettata. A cui avrebbe mai creduto. A cui non era preparata.

Fissò i suoi occhi sull’abito nero. Giunsero al crematorio e fece del suo meglio per stare lontano da tutti. La maggior parte erano parenti. Tutte le condoglianze erano mormorii silenziosi, filtrati come attraverso uno specchio. Jade si sentiva fuori posto. Un vuoto ansimante che cercava di non crollare a pezzi. Viveva a un tipo di separazione che le era sconosciuto. Poco dopo, la madre di Alice si accinse a esprimere i ringraziamenti a tutti i presenti e rivelare gli ultimi desideri della figlia.

Alla fine uscirono tutti e Jade alzò lo sguardo verso il cielo.

«Addio» sussurrò. Non aveva modo di saperlo per certo, ma sentiva che lei era là. Trasportata in un posto migliore, aveva lasciato il mondo più luminoso di come l’aveva trovato.

Da quel giorno Jade scelse di affrontare un percorso di studi impegnativo, uno che l’avrebbe portata ad aiutare più persone possibili e a salvare vite.

I corridoi della scuola divennero all’improvviso più vivaci. Gli studenti erano sorridenti e l’intera scuola sembrava essere luminosa come non mai. Jade aveva iniziato ad abituarsene. Eppure i ricordi erano ancora dolorosi, seppur teneri e pieni di gioia. Il vento che soffiava dalla finestra la colpì con una dolce brezza, quasi rinfrescante. Come a voler spazzare via i brutti pensieri.

«Continua a vegliare su di me, amica mia.» Fu quando i suoi compagni uscirono dall’aula che chiuse gli occhi. Non avrebbe pianto.
Le lacrime che finalmente le sfuggirono dicevano il contrario.

Pubblicato: 28 Aprile 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Filippo Righi
Tematica vista ma ben trattata. Caratterizzazione convincente, buon pathos ed emozioni ben rese. Si sarebbe potuto dare un po' di più nelle descrizioni, forse un tantino abbozzate, ma complessivamente un racconto buono, sopra la media
23 maggio 2022 • 11:34