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Fantasy
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Fascia 16-19
Una nave ancora in viaggio

Le foglie risplendevano sotto i raggi del caldo sole di primavera, donando un aspetto quasi magico all’imponente quercia, che non era mai stata così vigorosa durante i suoi quattromila anni di vita.

Maestosa si stagliava nell’azzurro del cielo dominando la piccola città sottostante, un perfetto connubio tra le sorprendenti costruzioni ecologiche e la rigogliosa natura che le inglobava quasi a stringerle in un amorevole abbraccio: una visione quasi fiabesca tale da suscitare in chiunque la osservasse un’intensa sensazione di armonia e pace.

Un grande cancello, simbolicamente sempre aperto, era posto all’inizio della cittadina che con gioia era sempre pronta ad accogliere nuovi abitanti o chiunque si trovasse in viaggio e sentisse il desiderio di concedersi una sosta.
Alla fine di una larga curva si apriva un sentiero avente la bizzarra forma di un panciuto otto, che costeggiava un laghetto dove l’acqua s’increspava formando piccole onde soffici come azzurrina panna montata. Alla fine di quella trafficata via s’intravedevano deliziose e variopinte abitazioni convivere senza difficoltà alcuna accanto ad enormi palazzi: entrambi si contraddistinguevano per la cura minuziosa dei dettagli e per l’aura di pace e serenità che sembravano trasmettere a chiunque li osservasse.

Nell’enorme piazza ricca di fontane e magnifiche statue, una moltitudine d’individui delle più disparate etnie, erano intenti a leggere, a scrivere poesie, a disegnare, a discutere in modo appassionato degli argomenti più disparati, dalla politica alla letteratura, di religione o viaggi. Sembrava a chi li osservasse da lontano, per la prima volta, di trovarsi all’interno di un laborioso, ordinatissimo ma allegro alveare, dove il benessere di tutti era la priorità.

A dominare era però la natura che esplodeva in ogni angolo, regina benevola e incontrastata, ed evidentemente molto amata: nessun veicolo inquinante, infatti, attraversava la città, ovunque s’intravedevano solo biciclette e innovazioni davvero sorprendenti che fluttuavano rapidi e silenziosi sopra la città.

Non si avvertiva alcuna tensione tra le persone, la serenità e una benefica sensazione di pace sembravano distendersi sull’intera comunità: anche dal fatto che nessun uomo aveva l’esigenza di prevaricare l’altro, era stato stipulato, infatti, un documento di leggi che i cittadini rispettavano diligentemente, senza nessun uomo che imponeva compiti e doveri agli altri. Tutti erano sovrani dello spazio che occupavano rispettando ovviamente i diritti altrui.

Proprio vicino alla grande biblioteca pubblica, enorme quanto bastava a contenere milioni di libri provenienti da ogni parte del mondo, era impossibile non notare una grande casa dipinta di un vivido rosso porpora, circondata da un variopinto quanto caotico giardino.
Era incredibile come la natura si mescolasse in uno spazio così ristretto: una quercia secolare sembrava vegliare sorniona su rovi di more, illibati roseti bianchi, minuscoli ranuncoli e sulle esotiche ninfee poste in una splendida vasca a forma di conchiglia. Ovunque biciclette, giocattoli e un numero imprecisato di abitanti ai quali si doveva la quantità certamente impressionante di decibel che si propagavano nell’aere circostante.

Nella splendida casa rossa abitava l’allegra e calorosa famiglia Fitz, la cui figlia maggiore, Laila, era solita scorrazzare con i suoi ribelli capelli ricci al vento per le strade della città, per i parchi ma soprattutto la si poteva scorgere nel suo giardino, appollaiata a leggere ai piedi dell’imponente albero di quercia.

Pareva che avesse un legame speciale, quasi simbiotico, con quell’albero secolare: fu dunque logico, avendo scovato nella fornita libreria di casa un vecchio libro mai visto prima, che si recasse correndo proprio alla rassicurante, vecchia quercia, e che seduta sulle sue enormi radici iniziasse a sfogliarlo incuriosita.

Bastarono poche righe a riempirla di sgomento: quel vecchio libro era in realtà un diario che, un numero imprecisato di secoli prima, era appartenuto a una ragazza che aveva circa la sua età, e che raccontava eventi terribili. Laila non riusciva a darsi pace: «Com’è possibile che questi fatti spaventosi siano realmente accaduti? È forse un brutto libro di fantascienza? Non so se continuare a leggere, mi riempiono di angoscia questa pagine».

Qualche istante dopo percepì una leggera vibrazione sotto i suoi piedi… la terra tremava!
Gridò forte per lo spavento: «Cosa sta succedendo?».
Evidentemente l’albero che la ragazza considerava un amico fedele quanto inanimato, la ascoltava invece con estrema e strabiliante attenzione.

«Sono qui da millenni, uff uff, sempre muto e immobile, lo avrai senz’altro notato, ma oggi non posso fare a meno di parlare con te, uff uff, voglio ringraziarti innanzitutto poiché ogni giorno diffondi intorno a me la tua grazia, risvegliando, uff uff, ogni mia fronda con le tue risate argentine.»

Sbalordita Laila scattò in piedi e sollevò il mento sempre più su fin quando le parve di vedere due enormi occhi là, proprio in mezzo al tronco.
Passato in un baleno lo spavento, in Laila subentrò una gioia irrefrenabile: l’albero parlava e, incredibilmente aveva scelto proprio lei per far sentire quel suo vocione lento, intervallato da strani versi simili a sbuffi.

Due rami la sollevarono improvvisamente da terra e la portarono su, vicino alla cima; dapprima s’incantò fissando la sua meravigliosa città, un tripudio di colori, suoni e profumi, poi però si stupì di come tutto sembrasse così piccolo da lassù.

«Le cose cambiano, uff uff, quando cambia il punto d’osservazione: eravate così noiosi e superbi, uff uff, voi uomini secoli fa, con la pretesa di avere ogni verità in tasca, uff uff, e in nome delle vostre presunte ragioni vi odiavate, fino a scatenare vere e proprie guerre, uff uff

Con la sua voce profonda e affannosa l’albero narrò allora ciò che aveva visto durante la sua lunghissima permanenza sulla Terra, mentre Laila lo ascoltava trattenendo il fiato, sempre più tristemente sbalordita. Com’era potuta accadere che un’umanità vissuta secoli prima non avesse provato amore, pietà o compassione per ogni creatura che abitava il pianeta?

«Guarda le mie foglie, sono tutte belle, alcune piccolissime altre più grandi, ognuna con una sfumatura diversa, altre un po’ spezzate, uff uff, ma non sono forse tutte meravigliose? Ognuna a suo modo è un piccolo gioiello. Voi uomini invece non amavate chi era diverso da voi, uff uff, vi volevate uguali, per sentirvi sicuri. Assurdamente desideravate sempre un padrone, non che vi amasse bada bene, ma che vi dominasse, uff uff, vi sentivate sicuri come un piccolo gregge, come un plotone d’esecuzione, invincibili quando riuscivate a innalzare muri che chiudevano fuori, insieme a tante vite incolpevoli, la parte migliore di voi.»

Laila sgranò gli occhi pensando a come le sembrasse troppo dolorosa da accettare la cruda verità contenuta nei racconti della vecchia quercia, ma allo stesso tempo desiderava con tutta sé stessa saperne di più. Aprì dunque il diario e ricominciò a leggere. Dopo un tempo che le parve interminabile, chiuse lentamente quel piccolo libricino mentre una sorda disperazione le invadeva l’anima: odio, distruzione, indifferenza, cieca violenza costituivano l’inchiostro con cui era scritta ogni singola parola contenuta in quelle pagine.

L’enorme albero ebbe pena di quella tristezza infinita e quasi chinando la sua chioma verso il biondo capo di Laila le sussurrò: «Capisco bene la tua angoscia, sotto di me ho visto scorrere più odio e stupidità umana che l’acqua di mari e fiumi; guardati intorno però e lascia che nel tuo cuore rifiorisca la speranza. Questo grande tronco che è il mio corpo, spesso si spoglia di ogni bellezza, le foglie cadono, rischio di bruciare, di marcire, uff uff, eppure vedi sono ancora qui e ho il grande privilegio di abbracciare con i miei rami una vita. L’umanità, uff uff, nel passato non accettava il valore della sconfitta, sopraffatta da una smania irragionevole di possedere disprezzava ciò che possedeva già e che era l’essenziale».

Continuò poi la grande quercia: «Gli uomini di quel buio passato dicevano di odiare la guerra ma costruivano armi sempre più potenti, dicevano di voler sconfiggere la povertà ma continuavano a saccheggiare interi Paesi, abbandonando gli abitanti a un destino di morte e sofferenza. Quante parole vuote poi sulla bellezza del nostro meraviglioso pianeta: l’hanno devastato e quasi distrutto fino a quando non li ha costretti a fermarsi, privandoli dell’acqua, dell’aria, in buona sostanza, della vita».

Laila non capiva cosa avesse reso possibile tutta la bellezza che la circondava, avvolgendola come una soffice e fresca aura.
Quasi intuisse la sua muta domanda, fu ancora l’albero a spiegarle che nell’ora della più cupa disperazione l’uomo aveva trovato il coraggio e la forza di ricominciare, non distruggendo il suo passato, ma costruendo sulle sue macerie vere oasi di bellezza: oggi l’umanità ha finalmente compreso che di tale bellezza egli non è il proprietario, ma solo il custode.

Lentamente l’albero pose Laila di nuovo a terra, e dopo averla guardata con i suoi strani ed enormi occhioni, tornò al suo secolare silenzio.
La ragazza gli rivolse un’ultima occhiata piena d’amore e riconoscenza per poi avviarsi lentamente verso casa.

Seduta nel rosso abbagliante del tramonto si concesse di leggere le ultime righe di quel prezioso libricino: «Navighiamo ancora in mare aperto e sappiamo di dover proteggere la nostra nave dalle falle e dalle tempeste. Eterni migranti cerchiamo nuovi luoghi, dove vivere in pace e armonia, inseguendo quel desiderio atavico che da sempre ci accompagna: la scoperta dell’isola felice».

Laila chiuse delicatamente il diario e sussurrò fra sé: «Continuiamo dunque a scrutare l’orizzonte, sempre attenti a custodire e a rispettare il prezioso mondo in cui viviamo, ma tenendo vivo il ricordo della catastrofe senza ritorno che ha sfiorato la nostra nave, rischiando di annientare l’intera umanità».

Pubblicato: 31 Gennaio 2023
Fascia: 16-19
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