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Fantascienza
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Fascia 16-19
Un analgesico per l’anima

Firenze, 12 maggio 2281

«È nato tutto per caso. Cercavo di sintetizzare un nuovo tipo di anticoagulante, perché uno studio dell’Università di Lione del 2267 aveva dimostrato che quello usato fino a quel momento era tossico per le persone con più di 150 anni. Alla fine era venuto fuori qualcosa di accettabile e si decise di passare alla prima fase di sperimentazione.
Passò del tempo. Quel giorno c’erano 27 gradi, che per essere giugno erano anche pochi, e io e Paolo eravamo usciti dal laboratorio per una pausa. Ci sedemmo su una panchina all’ombra del grattacielo di fronte, mi iniziò a parlare della sua fidanzata che era andata alle Canarie per lavoro, lì aveva conosciuto un altro uomo e aveva deciso di chiudere con lui. Era distrutto: si erano conosciuti al liceo e lui non aveva mai amato una donna più di lei, soffriva tantissimo per la separazione. Ci alzammo e lo abbracciai per consolarlo; lui si abbandonò completamente tra le mie braccia, poi le sue gambe cedettero e, se non ci fossi stato io, sarebbe caduto a terra. La sua gamba destra era diventata praticamente viola e Paolo lamentava un dolore lancinante. Capii che doveva essere una trombosi e, più passava il tempo, maggiore era il rischio di embolia o di una qualche altra grave complicazione. Lei mi dirà che avrei dovuto chiamare l’ambulanza, ma sa bene che ad oggi gli ospedali sono al collasso, ci avrebbe messo troppo tempo a raggiungerci, e tutto questo tempo Paolo non lo aveva. Quindi, feci l’unica cosa che mi venne in mente: corsi in laboratorio, presi una dose del nuovo farmaco e gliela somministrai. Il suo respiro si fece accelerato, poi la gamba divenne man mano più chiara, poi rossa, gialla e infine del colore normale; a fatica, Paolo si rialzò e disse che non aveva più dolore, anzi, stava quasi meglio di prima. Tornammo a lavoro come se non fosse successo nulla.
La sera successiva chiesi a Paolo di uscire, così avrebbe potuto sfogarsi ancora, ma della fidanzata non disse nemmeno una parola. Allora glielo chiesi io, e lui rispose: “Sai? sto meglio. Ci sto passando sopra, perché alla fine, diciamocelo, l’amore è una gran scocciatura”.

Questo cambiamento repentino mi insospettì e mi venne naturale pensare che l’unica spiegazione potesse essere il mio farmaco. Feci delle analisi: quel farmaco inibiva sì alcuni fattori della coagulazione, ma soprattutto portava a diminuire il rilascio di ossitocina, dopamina e serotonina, ovvero tre ormoni detti “ormoni dell’amore”. Ritirai immediatamente il mio farmaco dalla sperimentazione e lo perfezionai: dovevo creare l’inibitore dell’amore. Mi chiedo perché nessuno ci avesse mai pensato prima. Voglio dire, quante persone soffrono per amore? Non sarebbe bellissimo mandare via tutto con una semplice compressa?
Perfezionai il farmaco in modo che gli ormoni venissero rilasciati nelle giuste quantità affinché chi lo assumeva potesse conservare una buona salute psicofisica, ma non avrebbe provato alcun tipo di sentimento affettivo per nessuno.

In quel pomeriggio ventoso di fine giugno, le mie mani tremanti miscelarono l’ultimo ingrediente nella formula. Quello che inizialmente doveva essere un anticoagulante si era trasformato in un farmaco quasi magico, che aveva il potere di bloccare il flusso delle emozioni dolorose, promettendo un dolce oblio. Esattamente l’opposto di ciò che un anticoagulante dovrebbe fare con il sangue. La mia euforia era indescrivibile: avevo trovato il modo di chiudere tutti i problemi in una scatola e gettarli via. Non dissi nulla ai miei colleghi di laboratorio, ero consapevole che né l’AIFA né tanto meno l’EMA avrebbero accettato la sperimentazione di questo mio nuovo farmaco, e decisi che l’avrei diffuso io stesso.

Dovevo scegliere un modo affinché il farmaco arrivasse a chiunque, perché in fondo tutti ne avevano bisogno, anche se non erano pronti ad ammetterlo: una relazione perfetta non esiste, tutti soffrono per amore. Anche volendo immaginare una coppia perfetta, si arriverebbe, prima o poi, al punto in cui uno dei due lascia questo mondo, e l’altra persona viene travolta da una sofferenza indicibile. Il mio farmaco era il nuovo analgesico dell’anima.
Non potevo diffondere il farmaco attraverso la rete idrica, perché ogni dose era calcolata al nanogrammo e tramite l’acqua non avrei potuto controllare questo aspetto. Pensai che il modo migliore potesse essere quello di scambiare le mie pillole con altri farmaci di uso comune: un antiacido sarebbe stata la scelta più efficace. Mi recai in un’importante fabbrica di medicinali ed entrai, fingendo di essere arrivato lì per un colloquio di lavoro. Con il cuore in gola, mi intrufolai nella sezione in cui i farmaci venivano confezionati e inscatolati. È curioso che il metodo di produzione dei farmaci sia rimasto invariato da trecento anni, non trova? Infatti è stato terribilmente facile sabotare il macchinario che si occupa del confezionamento: è bastato sganciare il contenitore che conteneva gli antiacidi e inserire un nuovo bidone con il mio farmaco. Ora era sufficiente attendere.
Passarono mesi in cui continuai ad andare nelle fabbriche di medicinali. Per strada non si vedevano più le coppiette mano nella mano e neppure quelle che litigavano. Nessuno soffriva più per amore. Certo, allo stesso modo, nessuno gioiva più per amore, ma alla fine i benefici erano maggiori dei rischi e la situazione rappresentava il compromesso perfetto. Ero finalmente riuscito a proteggere chiunque. Ero felice.

Una mattina uscii di casa per andare in laboratorio e mi fermai sotto casa di Paolo per aspettarlo, come ogni mattina. La porta si aprì e ne uscì una donna sulla trentina che incarnava l’eleganza e la vitalità. I suoi lunghi capelli castani ricadevano morbidi sulle spalle incorniciando il volto luminoso, mentre gli occhi chiari, impreziositi dagli occhiali, trasmettevano una combinazione di saggezza e curiosità. Era bellissima. La guardai e il cuore mi batté forte: pensai che era stato un errore da parte mia non assumere il farmaco. Non appena girò l’angolo, uscì Paolo, il quale mi trovò impegnato a contemplare il muretto dietro cui era sparita la ragazza misteriosa. Subito capì che ero rimasto folgorato dalla bellezza di Angela – così si chiamava – e mi disse che era la sua nuova ragazza. Non potevo crederci: il mio farmaco non permetteva eccezioni, eppure ne avevo viste appena due. C’era qualcosa che non andava.
L’ansia mi divorava dall’interno, soprattutto perché dopo otto ore di lavoro in laboratorio non avevo trovato difetti al mio farmaco. La mattina dopo, nel tragitto verso l’ufficio, vidi due ragazzi seduti su una panchina che si baciavano. Stavo impazzendo: sembrava che tutto il mio lavoro fosse stato vanificato da un errore terribilmente idiota che ancora non riuscivo a capire.

Dopo qualche giorno, decisi di chiedere a Paolo se si fosse reso conto che per molto tempo l’amore sembrava sparito, mentre ora sembrava stesse iniziando a tornare. La sua risposta fu diretta: “Simo, guarda che ho capito quello che hai fatto”. Mi si gelò il sangue, lui continuò: “Ho capito che il farmaco che mi avevi somministrato aveva qualche effetto da te non previsto perché ci hai lavorato in continuazione dopo averlo ritirato dalla sperimentazione. Non sei stato molto furbo. Anche se non provavo più amore, non ero diventato stupido. Ho effettuato delle analisi sulle tue compresse e ho capito che avevi creato l’inibitore dell’amore. Sembra quasi l’elemento magico di una fiaba, non trovi? Ho cercato in tutti i modi di sintetizzare qualcosa che potesse inattivare il tuo farmaco, ma non è stato facile. Ci ho messo mesi, lavorando a casa dopo esser tornato dal turno in laboratorio, altrimenti te ne saresti accorto e chissà cosa mi avresti fatto. Non te ne sarai reso conto, ma eri mentalmente esaurito e non eri più te stesso. La ragazza che hai visto l’altra mattina, Angela, non è la mia nuova ragazza, ma mia cugina: le avevo raccontato tutto ed era venuta da me per testare questo antidoto. Dopo l’esito positivo, ho provveduto a diffonderlo a tutta la popolazione, perché in fondo l’amore, nonostante ci faccia soffrire terribilmente, è la più importante tra quelle cose che ci rendono umani. E non mi interessa essere stato male per amore, perché anche il dolore è fondamentale nella vita, e tu questa cosa non l’avevi capita. Purtroppo, quando mi hai iniettato il tuo farmaco, questo non era stato ancora perfezionato: nonostante l’antidoto, io non riuscirò più ad amare nessuno. Però, per fortuna, l’amore sta tornando a esistere”.
Le parole di Paolo mi fecero riflettere. Nella mia cecità, avevo trascurato le conseguenze. Il mio farmaco si era propagato con la rapidità di un incendio inarrestabile, estinguendo non solo il dolore ma anche la capacità di sentire passione, gioia, amore. Le vite non erano più segnate da cicatrici emotive; erano diventate tele bianche, inesorabilmente vuote. Nella mia arroganza, avevo cercato di usurpare il ruolo degli dèi, per poi precipitare nella più terribile delle cadute. È così che funzionava la hýbris per la letteratura dell’antica Grecia: tanto più in alto ci si pone, tanto più rovinosa sarà la caduta.

Dunque, stretto dal senso di colpa, ho deciso di costituirmi».

«Bene, dottor Greco. Mi occuperò della parte burocratica e a breve le comunicherò la data del processo definitivo. Le ripeto che confessare è la scelta migliore: le prove sono schiaccianti. D’altro canto, con le tecnologie di oggi non si riesce più a farla franca. Almeno così avrà uno sconto di pena. Buona serata»
«Buona serata, avvocato».

questo racconto ha partecipato al concorso Fiction for Future 2024
Pubblicato: 20 Marzo 2024
Fascia: 16-19
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