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Fantascienza
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Fascia 16-19
Tutta la meraviglia di un’imperfezione

In quella bella mattina di primavera Elisa guardava fuori dalla finestra del suo appartamento, all’ultimo piano di uno dei futuristici grattacieli che si susseguivano sulla riva del fiume che divideva in due la sua città. Quegli enormi edifici le ricordavano delle enormi pigne colorate: un po’ più stretti alla base, si allargavano verso il centro ospitando turbine eoliche e rigogliosi giardini con piante provenienti da ogni parte del globo.

La luce quasi abbagliante di quelle prime ore del giorno sembrò a un tratto sovrastarla, comunicandole un’ irragionevole sensazione di vuoto. Un velo sottile di malinconia accompagnava da un po’ di tempo i suoi pensieri. Un sentimento delicato la malinconia, si disse Elisa, un sussurro dell’anima, simile alla tristezza, ma più elegante e timido. Un rumore metallico la scosse e la indusse a premere un piccolo sensore inserito nell’orologio che aveva al polso. Subito il bel viso sorridente di Leo apparve al centro della stanza. Si avvicinò e pose la mano sopra quella sospesa del suo fidanzato, il cui calore sembrò irradiarsi dal palmo a tutto il suo corpo.

«Buongiorno! Stai bene? Hai la tipica espressione di “intensa perplessità” come la definisco io. Mancano pochi giorni al mio arrivo e non vedo l’ora di riabbracciarti». Elisa s’impose un sorriso che voleva essere rassicurante, prima di rispondere con un tono esageratamente allegro.

«Non ho nulla. Sono solo molto stanca. Il lavoro all’università ultimamente è molto stressante. Conto i giorni che mi separano dal tuo arrivo e spero che tu possa trattenerti un po’ di più rispetto alla volta precedente». Il sorriso tremulo che le restituì Leo le fece capire che la sua speranza era destinata a rimanere tale. La carriera del suo giovane fidanzato, manager in una prestigiosa azienda che progettava e realizzava sofisticatissimi robot altamente performanti, era in piena e sfolgorante ascesa. Di conseguenza le sue assenze sul lavoro dovevano essere ridotte al minimo. Elisa invece era la volenterosa ed entusiasta assistente universitaria di un competente quanto eccentrico professore di Storia. Svolgeva il suo lavoro con passione e dedizione, anche perché era convinta che l’ipertecnologica società in cui vivevano poggiava su secoli dei quali era doveroso e indispensabile approfondire la conoscenza, che doveva però fondarsi sul dubbio e non sulla convinzione, tronfia e auto celebrativa, che sembrava radicata all’interno della loro società. Leo stesso pareva succube di quel pensiero trionfalistico che serpeggiava ovunque, ed Elisa si riprometteva di convincerlo a riflettere su alcuni aspetti della loro esistenza che la turbavano profondamente. Era però fondamentale averlo davanti a sé, non come iper realistico ologramma, ma in carne e ossa, per scrutarne l’autentica reazione alle sue parole. Eluse dunque di proposito le domande incalzanti di Leo e lo salutò con un bacio frettoloso. Prima di chiudere però il ragazzo trovò come al solito parole che le arrivarono dritte al cuore, che rivelavano quell’animo profondo che l’aveva fatta innamorare.

«Non preoccuparti Elisa. La tua tristezza non ha nulla di sbagliato, la tua malinconia è a posto, così come il bisogno di nasconderti dal mondo che ogni tanto ti assale. Tu sei speciale, anche se la tua sensibilità è al tempo stesso un privilegio e una condanna.»

Stava ancora sorridendo mentre si precipitava fuori temendo di arrivare in ritardo al lavoro. Pochi minuti più tardi, grazie al suo velocissimo mezzo di trasporto, una sorta di sofisticatissima bici elettrica, Elisa si ritrovò davanti all’immacolata facciata dell’università di Storia. Il grande spazio antistante l’edificio pullulava di professori e studenti che discutevano tra loro animatamente. Fissava la scena senza vederla realmente. Come un uragano che mentre percorre chilometri guadagna velocità e forza, una profonda inquietudine le cresceva dentro, rischiando di travolgere tutta la sua ordinatissima vita. La verità è che non credo più in questa finta perfezione, pensò con sorda disperazione. Girò di scatto nella direzione opposta allontanandosi velocemente. Realizzò di essere lontana dalla città quando il paesaggio improvvisamente mutò. Spariti i grattacieli e le strade brulicanti di esseri umani e robot, indistinguibili ormai gli uni dagli altri, ora davanti a Elisa si stagliavano in lontananza altissime montagne. Le sembrarono sentinelle poste a difesa di quella che era la periferia dimenticata della sua città.

«Benvenuta nel passato» si sorprese a pronunciare ad alta voce. Su quegli alberi secolari, che sembravano incoraggiarla a proseguire nella loro direzione, erano calati migliaia d’inverni nevosi, silenti nel loro candore, mentre la campagna intorno s’addormentava in attesa di un fiorito e opulento risveglio. Continuava ad avanzare come sospinta da un’irresistibile forza persuasiva.

«Come sono finita qui? Il professor Tonioli sarà preoccupato e furioso non vedendomi arrivare». Fece per tornare sui suoi passi quando notò al centro di una radura poco distante un piccolo edificio che sembrava stesse per crollare da un momento all’altro.

«Cosa ci sarà dentro quelle vecchie mura? Probabilmente tanta polvere e qualche animale selvatico. Mi tratterrò solo qualche minuto e poi tornerò di corsa all’università.»

Con circospezione entrò in quell’edificio quasi completamente distrutto, notando che sembrava aver ospitato un numero considerevole di stanze.

Un ospedale? Un centro congressi? Forse una scuola!, pensò infine con più convinzione Elisa. Il suo sguardo fu attratto da travi fradice che ricoprivano parzialmente una vecchia e grande scatola di metallo completamente arrugginita.

«Potrebbe contenere qualche vecchio reperto da consegnare all’università, così il professor Tonioli sarà più propenso a perdonare la mia assenza, e mi risparmierà una delle sue interminabili lavate di capo.»

La scatola era pesante e l’impazienza rendeva le mani di Elisa particolarmente maldestre. Dopo aver armeggiato a lungo finalmente il coperchio si aprì con uno scatto metallico, rivelando il suo contenuto. Si ritrovò a fissare delle foto sbiadite dal tempo che ritraevano bambini di un’età che oscillava approssimativamente ai sei ai dieci anni. La colpirono i loro sorrisi, molti dei quali quasi completamente privi di denti. Ad Elisa sembrò quasi di sentirne le urla, i pianti e le risate. Erano immagini che pulsavano di vita e di innocenza. In mezzo a loro, dritta e con uno sguardo fiero, una giovane donna. Quasi sicuramente la custode di quel piccolo mondo, con una vita che Elisa immaginò dedita all’insegnamento di quelle piccole anime, avide di risposte così come di carezze e abbracci. Al centro della prima fila spiccava un bimbo biondo, dal viso angelico. Elisa trasalì, e osservò meglio la foto avvicinandola al viso. Di colpo realizzò cosa aveva attirato la sua attenzione: quel bellissimo bimbo era privo di una gamba. Eppure il suo sorriso era il più largo e il più contagioso di tutti, e i compagni che sedevano accanto a lui sembravano orgogliosi di essersi accaparrati proprio quel posto. Sollevò, non senza sforzo, la scatola, e di corsa fece a ritroso la strada appena percorsa, precipitandosi a casa. Il giorno successivo avrebbe consegnato al professor Tonioli quel prezioso reperto, ma per qualche ora sarebbe appartenuto solo a lei. Chiamò Leo e, non appena il bel viso sorridente del suo fidanzato apparve in mezzo alla stanza, in preda a un’incontenibile eccitazione iniziò a raccontargli quanto le era appena accaduto. Terminato il racconto, tacquero entrambi. Leo intuì che nell’animo di Elisa era crollata ogni difesa e che sembrava finalmente pronta a parlargli di ciò che l’agitava nel profondo.

«So di averti detto che mi sentivo pronta ad accogliere un bambino da crescere insieme a te, e che ero disposta a recarmi presso uno dei centri di natalità con l’intento di scegliere il miglior corredo genetico possibile per il nostro futuro figlio. Ho cambiato idea. La tecnologia ci ha permesso di vivere più a lungo, fornendoci migliori condizioni di vita, ma ha alterato quella parte di noi che palpita e che si nutre di emozioni, di sensazioni e istinto. Trovo aberrante costruire nostro figlio in un laboratorio come fosse una bambola, un’auto o un qualunque altro oggetto, scegliere il miglior corredo genetico per avere un figlio senza difetti, decidendone il sesso e persino il colore degli occhi e dei capelli. Un figlio perfetto! A che prezzo? Non c’è bellezza in una perfezione artificiale. Manca soprattutto l’amore , il motore imprescindibile di quel miracolo su cui poggia tutta l’essenza dell’umanità: la nascita di un essere umano. Abbiamo costruito un mondo ideale illudendoci di essere finalmente liberi. Ma a cosa serve essere liberi di pensare se non sappiamo più farlo? Se accettiamo come verità incontestabili solo quelle nelle quali ci è concesso credere? Mi ribello a questa idea di perfezione: un valore in cui non credo e che mi spaventa. La vera bellezza risiede nell’unicità Leo, dunque anche in ciò che perfetto non è, ma che è vero, reale. Guarda questa foto: questi bambini sono imperfetti e meravigliosi al tempo stesso, e infondono un profondo senso di gioia in chi li guarda.»

Si accorse dello sguardo attonito, quasi terrorizzato con il quale il suo ragazzo l’aveva ascoltata e si sentì crollare. Colse però la dolcezza con la quale Leo stava fissando la foto e in cuor suo cominciò a sperare.

Continuò: «Come può essere realmente amore un sentimento privo di un reale contatto, non solo fisico ma anche tra le nostre anime? Da quanto tempo non accarezzi “davvero” il mio viso o stringi le mie mani? Da quanto tempo non condividi i tuoi pensieri con me? Viviamo in una specie di bolla in cui abbiamo l’illusione di essere vicini, di “viverci” e di poter dunque progettare una vita insieme. Non è così Leo! In questo spazio ordinato e asettico non c’è posto per le liti, per i baci e per gli abbracci, né per i dubbi e tantomeno per i sogni. Tutto è “perfettamente falso”».

Trascorse una notte agitata e insonne. Alle prime ore dell’alba si alzò. Girò svogliatamente lo sguardo fuori dalla finestra e proprio in quel momento un click familiare le annunciò Leo che, con il più dolce degli sguardi e senza preamboli, le chiese:

«Che ne dici se partissi domani per venire da te? Sei disposta a farmi spazio nel tuo appartamento? Ho appena chiesto di essere trasferito nella filiale vicino alla tua città.»

Elisa si accorse di piangere solo quando una lacrima rotolò nella tazzina del caffè che aveva ancora in mano. Sarebbe stato un caffè salato, certo non buono e perfetto come quelli che sorseggiava ogni giorno.

«Lo ricorderò come il migliore di tutti però», pensò sorridendo.

questo racconto ha partecipato al concorso Fiction for Future 2024
Pubblicato: 1 Febbraio 2024
Fascia: 16-19
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