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Fantascienza
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Fascia 16-19
Sveglia

Mi sveglio ansimando, sta volta non solo per il suono fastidioso della mia sveglia che irrompe senza pietà nel mio sonno, ma per il mio sogno, o forse incubo, ancora non lo so. Provo a richiudere gli occhi. Tento di riprendere quel filo interrotto così bruscamente.
Niente da fare: è come provare a reinserire il capo di uno spesso filo sfibrato in una stretta asola. Persa la fase REM, qualsiasi epilogo sarebbe ormai frutto della mia coscienza, quindi tanto vale alzarsi dal letto.

Vorrei, però, ricordare questo sogno, e non solo, vorrei ripercorrerlo e riviverlo e rifletterci su: lo dovrò raccontare.

Siamo negli anni ’60, ma del 2000, quindi, sì, nel futuro. Qui le persone esistono ancora (il ché, scusate il pessimismo leopardiano ma, visto e considerato lo status contingente tra cambiamenti climatici e guerre in atto, non era scontato) ma spesso non sono reali.
Mi spiego meglio: avete presente l’intelligenza artificiale? Quella di cui si sente tanto parlare oggi, che già nel 2023 ha creato un prototipo di modella irreale con un profilo Instagram con milioni di follower? E che ha portato alla creazione di visori della realtà virtuale che permettono di immergersi in un mondo surreale e fittizio?
Pensandoci, potrei aver appena individuato l’origine freudiana del mio sogno: proprio ieri mi è capitato di vedere dei video girati in America in cui alcuni ragazzi passeggiavano, erano seduti in un bar o addirittura attraversavano la strada e, all’improvviso, c’erano strani movimenti coreici nel vuoto a interrompere le loro azioni abitudinarie: come per evitare un ostacolo o per sferrare colpi contro una minaccia, al punto che, se non avessero un visore a coprirli gli occhi, sarebbero difficilmente distinguibili da schizofrenici con allucinazioni visivo-uditive in atto.
In una maniera analoga, nel mio sogno, ogni persona fisicamente esistente in carne ed ossa, mentre è comodamente sul suo divano, ha la possibilità di inviare il suo avatar in qualsivoglia ufficio, palazzo, Città, Paese, Continente, gestendolo attraverso una tastiera e un visore, bypassando così ogni limite fisico spazio-temporale. Non si tratta che di una sostituzione degli esseri umani con una loro rappresentazione pluridimensionale che dice e fa ciò che la persona che lo gestisce, e di cui fa le veci, dispone.

Ed ecco che mi salta alla mente l’etimologia latina della parola “persona”: corpo/maschera dell’attore; e ancora l’equivalente greco del termine, “pròsopon”, che per estensione fa riferimento all’interpretazione di un ruolo. Bizzarro come l’antichità possa sempre, in qualche modo, interpretarsi in una prospettiva futura, come il passato si intersechi con l’avvenire.

Tornando all’onirico: vi starete chiedendo qual è, quindi, la differenza rispetto a ciò che già si vede al giorno d’oggi. La differenza sta nella consapevolezza della realtà. Sta nel fatto che quell’universo virtuale, immaginario e illusorio inizia a coincidere con ciò che è reale, tangibile e vero.

Qui la società è divisa in tre schieramenti: la parte più rappresentata, tramite un silenzio-assenso non curante, accetta passivamente questa rivoluzione degli usi e costumi, seguendo il gregge o, volendo romanticizzare il concetto, abbracciando la filosofia cartesiana dell’adattamento: li chiameremo conformisti. Una seconda parte è promotrice di questa rivoluzione, la considera un passo naturale del progresso (alla pari dell’invenzione del telefono mobile, o della diffusione di internet) di cui andare fieri: i progressisti. Una terza parte, infine, si oppone, in maniera decisa, a questa trasformazione della società, considerandola una realtà distopica da contrastare prima che l’uomo perda definitivamente la percezione di sé come essere pensante e vivente, la consapevolezza dell’unicità di mente e corpo: loro sono i reazionari.

La situazione nella società è di un accesso dibattito politico: tutta la popolazione è chiamata a votare tra i due principali partiti, quindi a schierarsi pro o contro la normalizzazione dell’utilizzo di avatar in qualsivoglia ambito: chi dei due avrà la meglio, determinerà, di fatto, le sorti del mondo.

E sapete il tema su cui si fa più leva nel dibattito che riecheggia tra le sedi politiche cittadine e i vicoli dei paesi? L’Amore.

Ciò che per alcuni è solo chimica, per altri è la forza che muove il mondo, per alcuni un modo di chiamare lo scopo riproduttivo di una madre-matrigna natura, per altri la massima espressione dell’essere umano.
La Treccani ha l’ultima parola proponendo una definizione che mette d’accordo tutti: l’amore è un sentimento di viva affezione verso una persona, che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia.
Difatti, ciò che è certo è che le relazioni interpersonali sono insite nella definizione stessa di società, pertanto imprescindibili, si voglia questo interpretare nella maniera più o meno romantica, a vostra discrezione.

Cammino per le strade della mia città e sui muri si alternano manifesti contrastanti: da una parte pubblicità di visori con slogan “abbattiamo le distanze”, dall’altra la celebre foto del bacio a Times Square del 1945 con frasi del tipo “l’amore vero è tangibile”.
Continuo la mia passeggiata e incontro una mia vecchia amica con cui ero solita passare le vacanze al mare, attualmente esponente del partito dei progressisti. Abbiamo chiacchierato ed è stato piacevole, tranne nei momenti in cui si smascherava la natura acchiappavoti della conversazione. Mi ha parlato della sua relazione: fidanzata ormai da quattro anni, aveva attraversato un periodo di crisi quando il suo ragazzo si era trasferito per frequentare l’università; abituati a vedersi quotidianamente, il distacco era stato duro. Le videochiamate non bastavano e, anche quando riuscivano a vedersi, lei aveva come l’impressione di vivere una vita parallela con lui concentrata in quei tre giorni trascorsi assieme che riecheggiavano come un sogno lontano nella sua mente quando, poi, tornava alla vita di tutti i giorni. Mi diceva, quindi, di come fossero riusciti a superare la cosa grazie all’utilizzo dei loro avatar gestiti da visore e tastiera, di come avesse l’impressione di vederlo, toccarlo, sussurrargli qualcosa di dolce all’orecchio e, allo stesso modo, di come lei si sentisse, anche fisicamente, coinvolta. Tanto che, ora come ora, non sentono più la necessità impellente di vedersi effettivamente di persona, il che, da un lato, li fa vivere in maniera più tranquilla, dall’altro li permette di risparmiare sui biglietti di treni e aerei che, oramai, hanno raggiunto prezzi allucinanti.

Ci salutiamo e io continuo per la mia strada. Finalmente arrivo a casa della nonna, ieri era stata poco bene. Ci sediamo, come nostro solito, sul divano davanti al camino mentre lei gira i ceci nella pignatta vicino al fuoco. Pronta ad ascoltare un po’ di pettegolezzi del vicinato per distrarmi un po’ dagli unici discorsi che sembrano esserci in giro in questo momento.

No, nonna, non anche tu!
Ma, d’altro canto, come si fa ad interrompere una nonnina che parla d’amore?
Ed ecco che inizia a raccontarmi la sua storia con il nonno: tutto era iniziato da uno sguardo che si erano scambiati in chiesa. Era bastato quello per darsi un tacito appuntamento il giorno dopo, nello stesso posto, alla stessa ora. Allora il nonno ha fatto il primo passo: al momento di scambiarsi un segno di pace ha messo nella mano della nonna un pezzetto di carta. La nonna mi racconta di come, chiudendo gli occhi, riesca ancora a sentire la dolcezza e il tremore nelle sue mani. In quel biglietto il nonno le diceva che l’aveva vista prendere l’acqua dalla fontana della piazza, le diceva quindi che, se fosse tornata, lui l’avrebbe aspettata lì.  Quella notte il cuore le batteva all’impazzata: un po’ per l’idea di rivederlo, un po’ perché doveva ottenere, per la seconda volta in due giorni, il permesso, da parte di suo padre, per andare a prendere l’acqua per le faccende di casa. Non riusciva a dormire e pensò di farsi un bagno: da un lato per prepararsi per l’incontro, dall’altro per consumare dell’acqua. Ci riuscì, si videro, parlarono e il nonno iniziò già a dichiararle amore. Si videro davanti alla fontana anche il giorno dopo e quello dopo ancora, con delle scuse sempre nuove.
Poi un salto temporale a dopo il matrimonio e i primi figli, quando i soldi non erano tanti e il nonno dovette trasferirsi in Svizzera per lavoro: ecco che la nonna tira fuori delle lettere di quei tempi, che custodiva gelosamente e con ancora un po’ di imbarazzo nel farle leggere.
Aspetto ogni giorno questo momento in cui posso scriverti, perché ti penso così intensamente da sentirmi vicino a te […] e ogni giorno sono più felice perché un giorno in meno mi separa da voi, da quando tornerò ad abbracciarvi”.
La nonna si commuove e mi invita a riflettere sul senso dell’amore, sul bello dell’attesa, sul desiderio che cresce, sull’intensità dei momenti vissuti, sul bello del riprovare, ogni volta che i corpi si incontrano, la curiosità, l’imbarazzo, la timidezza, l’emozione nel riscoprirsi e ritrovarsi.
Lei l’amore vero l’ha vissuto, ci tiene che lo faccia anche io.

Ed eccomi catapultata in una cabina elettorale, con una scheda e una penna in mano: devo scegliere se votare per l’idea dei progressisti o dei reazionari. Una parte di me mi dice che è una semplice X su un pezzo di carta, l’altra parte mi dice che con quei due segni su una scheda elettorale ho il potere di cambiare il mondo.
Driiin – suona una campanella – sono rimasta così tanto tempo qui dentro a riflettere che è finito il tempo che ho a disposizione per il voto? Mentre mi guardo intorno seguendo l’eco del suono per individuarne la provenienza, la mia mano scrive come in una sorta di automatismo e, ancora con lo sguardo rivolto altrove, chiudo di fretta la mia scheda.

Ora ho capito l’origine del suono: è la mia sveglia. Sbarro gli occhi.
Quando si è coscienti, razionali, lucidi è molto più difficile schierarsi.

Ma ora una domanda mi attanaglia: da che parte stava il mio Subconscio?

questo racconto ha partecipato al concorso Fiction for Future 2024
Pubblicato: 2 Maggio 2024
Fascia: 16-19
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