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Storia di un coltello tedesco
di D. Mencarelli

Quando Enrico, per tutti Nino, sentì per la prima volta parlare del coltellino tedesco avrà avuto al massimo cinque anni.

Suo nonno Cesare se lo prese da una parte, lo fece sedere accanto a sé e iniziò a raccontargli una vecchia storia, vecchia quanto lui.

Cesare era appena un bambino in quel lontano gennaio del 1944. C’era la guerra e c’era la fame. Alcuni amici della sua famiglia riportarono la notizia che gli americani erano riusciti a sbarcare ad Anzio. In pochi ci credettero, e quei pochi reagirono con preoccupazione: questo significava che loro, come tutti gli altri abitanti di quella corona di paesi chiamati Castelli romani, se la sarebbero vista brutta, bruttissima. Perché i Castelli Romani sono una meravigliosa terrazza affacciata sul Tirreno a mezza strada fra Anzio e Roma. Dunque, il loro territorio sarebbe diventato di guerra feroce. La realtà dimostrò che avevano ragione.

I Castelli Romani si ritrovarono al centro di uno scontro a fuoco micidiale. Gli americani sparavano verso le postazioni tedesche, i tedeschi rispondevano colpo su colpo cannoneggiando verso il mare. Poi arrivarono i bombardamenti dal cielo e la distruzione fu totale. Di Lanuvio, Velletri e la stessa Genzano, il paese di Cesare e la sua famiglia, della loro bellezza di secoli, rimase in piedi pochissimo.

I mesi che seguirono quel freddo gennaio del ’44 furono devastanti.

Un giorno, Cesare e due suoi amici della stessa età videro comparire in cielo qualcosa di mai visto. Enormi ombrelli si aprivano in aria, a loro c’erano attaccati degli uomini. Erano soldati tedeschi, paracadutisti, sputati da aerei per venire a combattere casa per casa.

Ma più forte della paura in quei giorni era la fame. Nera. E Cesare e i suoi amici ne erano tormentati, per questo, malgrado i soldati piovuti dal cielo, decisero comunque di continuare i loro giri alla disperata ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.

Quel giorno, mente giravano tra la loro Genzano e i boschi affacciati sul lago di Nemi, si ritrovarono di fronte al cadavere di un ragazzo.

Era un soldato tedesco, un paracadutista, ma a lui qualcosa era andato storto, il grande ombrello che aveva rallentato la discesa degli altri non si era aperto.

Invece di scappare di fronte a quella visione terribile, Cesare e gli altri due rimasero lì, anzi, un passo alla volta si avvicinarono. Erano abituati all’orrore, e la fame faceva molto più male.

Tolsero lo zaino al ragazzo, dentro, miracolo da ridere e abbracciarsi, trovarono due pacchi di gallette e una confezione di carne in scatola.

Cesare, quando stavano per andarsene, rimase un secondo in più degli altri due a fissare gli occhi cerulei del crucco, non lo disse ai suoi amici, ma ne ebbe compassione. Quando pure lui stava per riprendere la via di casa, vide accanto al cadavere il manico di un coltello, forse uscito dallo zaino, e lo raccolse. Lo tirò su dalla terra e appena lo capovolse uscì la lama.

«Grazie.»

Disse a quel ragazzo precipitato dal cielo in una terra non sua.

Cesare non fece vedere il coltello ai suoi amici, neanche ai suoi familiari, non lo fece vedere a nessuno. Lo nascose assieme agli altri suoi segreti, pochi per la verità.

La guerra finì. Tanti morirono. I vivi iniziarono a ricostruire.

Cesare crebbe, iniziò a lavorare, poi un giorno comparve Eleonora, se ne innamorò come non credeva fosse possibile.

Cesare ed Eleonora si sposarono. Negli anni nacquero Rosa e Liliana. Poi il tempo fece crescere anche loro sino a trasformarle da bambine in donne. Liliana conobbe Marco e se ne innamorò. Dalla loro unione nacque Enrico, per tutti Nino.

Nino oramai di anni ne aveva quasi dodici, ma la storia del coltello tedesco continuava a renderlo felice, perché quando suo nonno Cesare iniziava a raccontargliela lui con la sua immaginazione si calava dentro quella vicenda sino a poterne sentire gli odori. Alla storia del coltello, però, a parte lui non credeva nessuno.

La madre e la zia a quel racconto reagivano a seconda dell’umore. Spesso ci ridevano sopra, altre volte si irritavano perché quella storia le aveva stancate e perché certi particolari del suo racconto erano troppo sanguinosi. Ma davano per scontato che quel coltello fosse una delle tante invenzioni dalla testa del padre. Testa che da qualche anno, come succede ai vecchi, aveva iniziato un poco a sragionare, e a confondere.

Una notte il telefono squillo troppo tardi per essere normale. Nino conobbe così il dolore della perdita.

Ai funerali di suo nonno non lo portarono, sua madre gli disse che era meglio ricordarlo da vivo.

Al rito funebre seguì la triste divisione delle cose del nonno. L’orologio da taschino andò a Zia Rosa, le foto di quando era militare a sua madre. Altre cose, tante altre, furono buttate via, resti di una vita andata altrove.

Nino a più riprese chiese ai suoi familiari se nella divisione e dispersione delle cose di suo nonno fosse magari spuntato il coltello tedesco.

«Basta Nino, ti prego, lo vuoi capire che non è mai esistito!»

«Certo che è esistito, com’è esistita la guerra, perché non ci credi!»

Le discussioni fra i due andarono avanti per giorni e giorni, senza che nessuno ebbe mai la compiacenza di prendere in considerazione l’opinione dell’altro.

Una notte, Nino fu preso da un sogno stranissimo.

Era il soldato tedesco in volo nel cielo sul punto di aprire il paracadute, visse il terrore di non riuscire a farlo, mentre la terra si avvicinava sempre di più. Poi si ritrovò nei panni del nonno bambino accanto al cadavere del soldato.

«Non te lo posso ridare il coltello! Lo vuoi capire che l’ho nascosto! E in mezzo alle pietre del muretto a secco, quello che corre accanto alla vigna!»

Nino si svegliò con il fiatone, sudato, non gli ci volle molto per mettere a fuoco quello che aveva appena sognato. Ma certo! Quello era un messaggio diretto a lui. Suo nonno gli stava dicendo per filo e per segno il nascondiglio del coltello.

La mattina successiva disse alla madre di avere un gran mal di stomaco, tanto da non poter andare a scuola.

Neanche un’ora dopo arrivò alla terra del nonno.

Gli venne da piangere quando vide la vigna lasciata in stato d’abbandono, le erbacce crescere dove una volta regnava il bellissimo giardino.

Correndo arrivò al muretto a secco, una a una iniziò a spostare le pietre, le spostava, guardava bene all’interno, e poi le rimetteva nella loro posizione originale. Il muretto sarà stato lungo almeno cento passi d’adulto, come minimo.

Quando sua madre arrivò il sole era oramai sparito dietro la linea del mare, lo vide accucciato accanto al muretto, sudato, sporco.

«Ci stavamo preoccupando, ti sei accorto che ore sono?»

Nino si girò verso la madre, nascose le mani piene di graffi e tagli dovuti al lavoro che da ore stava portando avanti.

«Sì, sì, stavo per venire a casa.»

«Posso sapere cosa stai facendo? Da stamattina?»

Nino tentò di camuffare la realtà con una menzogna, ma non ci riuscì e la verità venne fuori. Quando si alzò da terra per raggiungere la madre, con occhi afflitti, le disse che avevano ragione loro, che il coltello non esisteva, stupido lui, due volte, per aver creduto a quel racconto per tanti anni e per aver pensato che il nonno gli avesse parlato in sogno. Queste cose non esistono nella realtà.

La madre, vedendo la sua grande delusione, non infierì, anzi lo abbracciò stretto e se lo portò a casa.

Nino non glielo disse, ma era offeso, offesissimo con il nonno, al punto da desiderare di dimenticarlo il prima possibile. Di quel desiderio se ne pentì subito, al suo posto rimase un gran senso di colpa e, ironia della sorte, una gran mal di pancia all’altezza della bocca dello stomaco.

Passarono giorni, forse una settimana intera.

Era sabato, Nino con i suoi genitori era pronto per uscire, direzione pizzeria, quando il telefonino della madre squillò. Lei rispose, poi iniziò a fissarlo, le lacrime scesero un attimo dopo.

«Prima della pizzeria dobbiamo passare dalla zia.»

La madre gli disse solo questo.

Quando Nino arrivò di fronte a sua zia Rosa si rese conto immediatamente che pure lei aveva pianto, e parecchio.

«Stava sopra al vecchio scaffale, in cantina.»

Dalle mani della zia spuntò un fazzoletto sporco di sporcizia e tempo, tanto tempo. La zia lo aprì lentamente, al suo interno, come un sogno di realtà da toccare, il coltello. «Avevi ragione.»

Le disse la madre guardandolo piena di orgoglio.

Nino prese il coltello dalle mani della zia. Lo piegò verso il basso e, come sempre raccontato dal nonno, dalla sua pancia venne fuori la lama ancora splendida d’acciaio lucente.

Ebbe paura, quell’oggetto era fatto per uccidere, chi la aveva avuto nelle tasche era morto, prima il soldato tedesco, dopo tanti anni suo nonno. E ora stava in mano sua, una mano resa tremante dall’emozione.

Lo guardò ancora a lungo, poi lo riconsegnò alla zia.

Non disse nulla alla madre, perché nulla sentiva di dover dire, e poi era troppo preso a chiedere scusa al nonno per aver pensato, anche solo per un attimo, di volerlo dimenticare il prima possibile.

Pubblicato: 17 Ottobre 2021
Fascia: 19+
Commenti
Pietro Pozzoni
Non dobbiamo mai dimenticare il passato, anche se fa male. Non dobbiamo dimenticare gli errori, anche se ci fanno soffrire tutt'ora. Dobbiamo credere nella memoria, come ci insegna il nonno Cesare, anche se sembra incredibile o troppo cruda: la vita di censure al dolore ne ha poche, ma dobbiamo essere capace di apprezzarla e di ricominciare.
07 giugno 2022 • 17:15
Alex Tafa
La trama alla base non è male, ma non riesco pienamente ad apprezzare i racconti di guerra. Carino il "plot twist" finale.
06 aprile 2022 • 15:01