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Sì, viaggiare

Non ho nessuna intenzione di cedere, di tirarmi indietro, di soccombere. Sento freddo e sono stanca, ma non mi arrenderò. Quel posto è il mio, non ci sarà anziana signora abbastanza commovente da farmi cambiare idea. Che i presenti si lancino pure in commenti sull’arroganza e la maleducazione dei giovani, ma in quanto a peso il dizionario che ho in braccio potrebbe essere mio figlio. Oltretutto non godo nemmeno del caldo abbraccio di un collo di volpe come la maggior parte delle signore presenti. Fortunatamente, però, oggi nessuno sembra interessarsi al mio posto. Perché mio? Perché ho passato più tempo seduta sul novantatré che sul divano di casa. Dentro di me so che l’Atac mi deve molto e intanto ho deciso di appropriarmi di quel sedile. Mi accomodo e chiudo gli occhi perché li sento molto pesanti, mi bruciano, probabilmente è colpa del vento. Mi sembra sia passato un attimo, ma quando li riapro qualcuno ha già preso posto davanti a me e il resto dell’autobus è pieno. Fuori tutto scorre attraverso i finestrini e i colori appaiono sbiaditi. Non mi piace. I toni slavati mi annoiano. È strano, oggi mi sono alzata convinta che fosse arrivata la primavera e quindi come se mi risvegliassi dopo mesi, e così ho affrontato meglio la giornata. Ma adesso sono le tre e di quell’entusiasmo ne è rimasto poco, nonostante via di Conca d’Oro metta quasi allegria, con tutte queste persone che camminano e guidano. «Oh, scusami» dice qualcuno davanti a me dopo avermi pestato un piede. Non che mi abbia fatto nulla, ma ha interrotto le mie considerazioni sui passanti. La responsabile è una ragazza, che indifferente si sistema una ciocca di capelli nerissimi dietro l’orecchio e non toglie lo sguardo dal cellulare. Io ci spero sempre, però sembra che la gente in autobus i libri non se li porta più, solo telefonini. Io non leggo in autobus perché mi fa venire la nausea, ma sono affari miei no? Parlo degli altri, le persone che leggono sembrano sempre più interessanti. Comunque, belli i capelli così neri, anche poco comuni, penso. Poi sono folti, le cadono davanti agli occhi, al suo posto me li legherei. Ecco, adesso se li sistema. E invece no, percepisce i miei occhi troppo curiosi, alza lo sguardo e io vaga ritorno alla strada. Piazza Sempione. Ricordo una sera d’estate che ho passato qui con una mia amica e poi abbiamo fatto il bagno nella piscina condominiale di notte. Non che sia una cosa folle, ma alcuni episodi si ricordano più facilmente di altri, a prescindere dalla loro importanza nella vita. Probabilmente il cervello si trova in uno stato di tale serenità e riposo che registra meglio tutto. Magari è questa la condizione perenne che cercano gli eremiti indù o mia zia che fa yoga due volte a settimana. Io mi limito a considerarlo un criterio di misurazione per riconoscere le situazioni in cui ero davvero felice, da quelle in cui lo credevo e basta. Ora non sto più guardando la strada. La ragazza di fronte a me continua a fissare il telefono e io ne approfitto per studiarla meglio. Perché ha anche le ciglia lunghe e nerissime, e a me le ciglia piacciono molto sia negli uomini sia nelle donne. Nella mia testa canticchio Battisti che dice di viaggiare “senza per questo cadere nelle tue paure”. Chissà se si riferiva ai viaggi in autobus? Magari la paura era di perderlo alla fermata. Per quanto mi riguarda, sono molto attenta a non cadere nelle mie paure. Mantengo una certa cautela e una certa prudenza nel porgermi domande profonde, e questo equilibrio mi consente una felicità diluita. Una contentezza stemperata ma più durevole rispetto a quella vera, che è difficile da conservare. Che sia questa stessa una paura? A ogni modo, meglio rimanere cauta e prudente. Mentre l’autobus riparte dopo l’ennesima fermata, noto che lei non ha le labbra secche come le mie. Chissà che burro di cacao usa… Magari uno di quelli che si comprano in farmacia alla radice di pino selvatico siberiano dalle mille proprietà: idratante, snellente, energizzante e che magari ti fa pure i compiti a casa. Comunque se è quello che usa lei, funziona. Sono davvero antiestetiche le labbra secche. Deve essere piacevole baciarne un paio così curate, ma ovviamente non mi sto riferendo alle sue. Però bisogna tro-vare la persona adeguata, tipo un uomo che perlomeno usi il burro di cacao. Dovrei trovarne uno con delle labbra così, graziose. E che magari si fa la barba, perché sarebbe un peccato coprirle con quella sensazione di ispidezza. Magari con gli occhi neri, i suoi sono molto belli. Se mi piacciono in una donna, in un uomo mi faranno impazzire. L’autobus intanto è sempre pieno e i miei occhi continuano a bruciare, questo vento fuori deve essere terribile. Cerco di rilassarli facendoli scorrere sul prato di viale Adriatico ma non mi piace nulla di ciò che vedo. Mi chiedo spesso perché la gente stia tutto il giorno con gli occhi aperti. La vista è un senso uguale agli altri, se non ci stimola nulla di quello che abbiamo intorno perché dobbiamo continuare a guardare? Non fraintendetemi, non dico di serrare le palpebre in autostrada perché ci si stanca di vedere il volante. Però al pigro guardarsi intorno, si possono sostituire alcuni istanti di fantasticheria, che fanno tornare la voglia di osservare il mondo. Stringo le palpebre per il bruciore. In quel momento penso a nonna, che ascolta con entusiasmo ogni cosa strana che dico e risponde sempre in modo originale. È molto vecchia ma non le sfugge nulla. E spesso mi sento vecchia io mentre mi parla della sua vita. Una volta ho visto una foto ingiallita con la data del matrimonio con nonno, erano sorridenti e molto belli devo dire. Nonna l’ha presa in mano e dopo averla guardata un po’ mi dice che quel giorno aveva pianto dall’inizio alla fine, senza fermarsi mai. Allora le ho domandato se fosse davvero quello che voleva e lei mi ha restituito la foto dicendo «Va bene così». Riapro gli occhi e ne incontro altri due, nerissimi. Stavolta è davvero imbarazzante, chissà cosa penserà di me. No aspetta, è lei che mi stava guardando. Che maleducata, siamo pari ora. Poi, perché mi guardava? Pensava mi fossi addormentata? Per fortuna non ha potuto sentire quello che ho pensato prima. Comunque lei con molta più disinvoltura di me gira altrove lo sguardo. Come si permette? Soprattutto, perché tra tanti posti si è seduta proprio davanti a me? È colpa sua se continuo a osservarla, io mica me ne sto imbambolata a guardare il cellulare. Ma ora odio il fatto di non riuscire a osservare altro che lei. I suoi movimenti fluidi mi irrigidiscono, la sua figura vivace mi fa sentire in bianco e nero. Mi provoca e per questo decido di odiarla. Guardo fuori ma è tutto indefinito e piatto, allora torno dentro. L’autobus è cosi pieno che mi scoppia la testa: cosa devo fare? Porto di nuovo lo sguardo sulla strada, poi chiudo gli occhi, li riapro e non succede nulla. Perché non smettono di bruciare? Sento un peso sul petto che mi toglie il respiro. Vorrei che sparissero tutti. Nessuno capisce che fastidio provo in questo momento. Sono tutti ammassati l’uno sull’altro, mi fanno pena. Mi giro e li esamino uno a uno. Mi disgustano, sembrano animali e nessuno guarda me, nessuno capisce che vorrei gridare e buttarli fuori. Allora mi arrendo, e guardo lei che forse è l’unica a potermi aiutare, che sa perché i miei occhi mi fanno stare così male e perché queste persone non mi lasciano respirare. Ma lei guarda il telefono e io improvvisamente mi sento sola. Le lacrime scendono pesanti. Lei se ne accorge ed è davvero bella con quegli occhi neri, li spalanca stupita nel vedere i miei sofferenti e mi prende la mano. È morbida e mi fa sentire forte, mi fa dimenticare chi mi ignora e chi non mi vuole capire, le persone che non mi fanno sentire speciale. Mi asciuga le lacrime e sento il sangue pulsare forte nelle tempie. Non mi sono mai sentita così amata prima e finalmente ogni punto del mio corpo si rilassa, vedo solo i suoi occhi neri che mi sorridono. «Va bene così» mi dice. All’improvviso, fuori non c’è nessun vento e intorno a me non c’è nessuno che spinge. L’autobus è vuoto e i miei occhi finalmente smettono di bruciare. Sento una felicità vera, non più diluita. Chiudo gli occhi e mi concentro sul battito forte del mio cuore, finalmente libero, e respirando sento che dentro di me ogni cosa ha trovato il suo posto. Quando li riapro, mi guardo attorno con attenzione. Sono a una fermata di distanza da casa mia e di fronte a me c’è una signora con una pelliccia di visone e due buste della spesa. Istintivamente porto le mani al viso e mi rendo conto che è perfettamente asciutto, nessuna lacrima. Dov’è la ragazza? Perché non riesco proprio a capacitarmi di aver sognato tutto. Penso ai suoi capelli neri e continuo a cercarli nervosamente in giro. Vorrei chiederle come si chiama e se possiamo diventare amiche, se mi ha trovata interessante come l’ho trovata io. Ringraziarla per come mi ha fatto sentire, anche se un po’ me ne vergogno. E non capisco se è una cosa giusta. Forse oggi me la dovrei fare una domanda profonda. Prendo il dizionario tra le braccia, mi alzo e decido che voglio accanto a me degli occhi che mi facciano sentire così speciale ogni giorno. «Va bene così» mi dico mentre scendo dall’autobus.

Pubblicato: 1 Giugno 2021
Fascia: 19+
Commenti
Giorgio Arragoni
Ho trovato interessante la trama e anche la protagonista, i cui sentimenti sono ben definiti. Purtroppo non ho saputo apprezzare appieno la scrittura ed il flusso di pensieri continuo.
28 aprile 2022 • 15:46