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Fantascienza
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Fascia 16-19
Senza Cuore

Ero lì. Fermo e impotente. Intento a cercare un qualcuno che potesse rispondere ai miei bizzarri segnali. Ma niente sembrava dar segno di vita. Erano già passati cinque giorni da quando mi avevano categorizzato come Scarto della società, e da quel momento, me ne stavo al mio posto, buono buono, su uno dei grandi scaffali di un enorme magazzino con i miei simili. Mi avevano detto: «Sei un difetto di fabbrica, un difetto alla società», ma io non avevo niente che non andava, tranne il fatto che, qualche volta, mandavo dei segnali un po’ strani che nessuno, oltre me, riusciva a codificare. In quei messaggi, descrivevo l’armonia della felicità e il dolore della tristezza, ma i miei compagni dicevano di non capire a cosa facevo riferimento, nessuno capiva, neanche gli umani. Mi consideravano diverso dalla normalità, diverso da loro, e per questo avevano ritenuto opportuno condurmi dove veniva raccolto chi non serviva più alla società, come veri e propri rifiuti, in un magazzino in disuso, costretto a tacere per l’eternità.

Il suono intermittente dei miei segnali echeggiava nella grandezza del magazzino, rimbalzava su ogni superficie metallica, arrivava a tutti, finché… Vidi un’ombra scura farsi sempre più grande, solo alla luce riuscii a delineare la figura. Feci un segno timido, mi avvicinai e iniziai: «Ciao VentUno, che ci fai da queste parti?», le dissi esterrefatto di trovarla lì.

«CentoUndici, che piacere rincontrarti! Non pensavo di trovarti qui, è da tempo che ascolto i segnali che cerchi di inviare agli altri, avevo paura di uscire allo scoperto… sai com’è qui, se ci trovano a comunicare, forse la nostra vita non sarà poi così semplice. Tutto ciò che ho ascoltato dalla tua descrizione sembra fantastico, una cosa sovrarobotica! Beh, forse lo è davvero. È proprio per questo che ti hanno rinchiuso qui, vero? Posso immaginarlo. Io sono stata trasferita circa un mese fa perché il mio braccio meccanico non risponde più ai comandi, hanno cercato di tutto per farlo muovere di nuovo, ma non ci sono riusciti, quindi eccomi qua in questo magazzino in disuso, per l’eternità.»

«Mi dispiace tanto, davvero…!», cercai di abbozzare una risposta. Non me lo aspettavo, proprio no. Lei che era il simbolo della diligenza, della produttività e dell’efficienza si era ritrovata in quel magazzino come me, tra chi doveva essere allontanato dalla società.

«Ti dispiace? Cosa vuol dire che ‘ti dispiace’?», aveva ragione, cosa poteva saperne lei del ‘dispiacere’? Non provava emozioni, forse non avrei neanche dovuto accennare a quell’argomento, e anche questa volta sarei stato allontanato. Non avrei dovuto far trasparire così facilmente questo lato di me.

«Beh allora, è complicato da spiegare… si prova ‘dispiacere’ quando vuoi così bene a qualcuno che le sue sventure e avversità diventano anche parte di te e delle tue emozioni, e in qualunque modo cerchi di trovare una soluzione per risolvere la situazione.»

«Ma è fantastico e profondo e austero! Anche se non ho ben capito cosa intendi per ‘volere bene’, vorrei provare dispiacere anche io qualche volta!»

«Beh, ‘voler bene a qualcuno’ vuol dire… sperare il meglio nei suoi confronti in qualsiasi situazione, vuol dire stargli sempre accanto e stimolarlo nel raggiungere ogni suo obiettivo. Il vero volersi bene’ è un sentimento molto profondo che si basa sulla fiducia, sull’intesa reciproca e sul rispetto, che spesso è stato declinato dai Greci con la parola ‘Philia’. I recenti database che ho consultato mostrano dei testi molto antichi e molto riservati relativi a quest’emozione: hai mai sentito parlare di Achille e Patroclo? Beh, i Greci hanno coniato la ‘Philia’ per descrivere l’amore fraterno tra questi due guerrieri che basavano tutto il loro rapporto sulla condivisione di sogni ed opinioni, sulla stima reciproca e sulla complicità. Pensa che stiamo parlando di un’epoca antichissima, quando non esistevano ancora i robot e gli uomini erano in grado di provare sentimenti puri come questo.»

«Allora perché più nessuno riesce a provare emozioni come queste?», tutti i miei discorsi la incuriosivano ed ero finalmente grato di sbagliarmi: non sarei stato messo da parte, non questa volta. Dopo anni trascorsi con chi cercava di allontanarmi per le mie sfaccettature fuori dal comune, diverse dalla normalità, ero felice di aver incontrato qualcuno a cui interessasse ciò che provavo dentro.

«Le recenti ricerche che ho fatto dimostrano che l’introduzione e la successiva convivenza con i robot sono state un passo fatale per gli umani: con il trascorrere degli anni, dei decenni, dei secoli, gli uomini hanno cercato di uguagliarsi in efficienza e produttività, fino a che non si riconoscessero differenze sostanziali tra le due specie, come oggi. I documenti dicono che gli umani hanno iniziato a considerare i sentimenti come segni di debolezza, un qualcosa che potesse distrarre dalle responsabilità di ogni giorno, e già dal 4500 possiamo classificarli dei Senza Cuore

«Quindi gli uomini antichi provavano delle emozioni! Non mi ero mai informata a tal punto da intuire che i sentimenti si sono estinti con l’evoluzione della specie umana. E tu come hai scoperto che eri in grado di provarli?»

Stavo per rispondere quando… iniziai a percepire un fastidioso ronzio che presto si trasformò in un insidioso strepitio, per poi sfociare in un pericoloso vocio. Dei suoni umani rimbombavano per l’intero magazzino:

«Ei voi che state comunicando! Tornate nelle vostre postazioni e spegnetevi! Se torneremo a sentire il vostro bip-bip, state certi che non la passerete liscia!»

Per quel giorno, decidemmo di non comunicare più, ne valeva della nostra vita, e stabilimmo che ci saremo mandati segnali solo di sera quando tutti dormivano e il magazzino era incustodito. Ma allora non sapevamo che sarebbe stato il nostro errore più grande.

La sera seguente ci ritrovammo nello stesso luogo della precedente, anche quella successiva, e quella ancora dopo. Tutto il giorno aspettavo il sole tramontare, perché ero impaziente di vederla, perché lei era l’unica che riusciva a capirmi e non mi classificava come uno ‘squilibrato’, perché lei era interessata a scoprire quel lato di me che avevo imparato a nascondere dalla luce del sole.

«Sai cosa ho letto?», mi disse una sera; io scossi la testa, incuriosito di ciò che mi stava per raccontare;

«Stavo controllando tutti i database che parlassero del sentimento misterioso del ‘volersi bene’ e ho trovato numerosi file correlati che descrivono un’altra emozione ancora più profonda e pura, l’amore. E non puoi immaginare quanti autori si sono ispirati a ciò per scrivere e per vivere. Ce n’è uno, di cui non ricordo con esattezza il nome… trovato: William Shakespeare. Ha raccontato un amore così potente e allo stesso tempo struggente, che quasi sono riuscita a provare dispiacere per i due giovani; mi sembra che la storia si chiamasse così: Romeo e Giulietta. Pensa che questi due sono riusciti ad amarsi, nonostante i contrasti che correvano tra le loro famiglie, e poi sono morti con la speranza di ritrovarsi.»

Chiudemmo gli occhi, e cercammo di immaginare come sarebbe stato vivere in un’epoca dove i sentimenti erano valorizzati, sentiti come un qualcosa di bello e soprattutto normale.

«Eccovi qui! Pensavate di continuare a comunicare senza che noi ce ne accorgessimo, eh? Stavate complottando contro di noi, non è vero? Non siete fatti per stare nello stesso magazzino! Portate il robot qui, lasciate l’umano!»

Presero VentUno per le braccia, e la portarono via fuori dal magazzino, fuori dalla regione, fuori dal Paese. L’avrebbero demolita, e da lei avrebbero ricavato ulteriore metallo per la produzione di nuovi e funzionanti robot al servizio della società.

Mi classificavano come un umano, sì, ma avevo tutti i presupposti per non esserlo: come in quello di tutti gli altri ‘uomini’, avevo nel corpo più metallo che materia organica. Avevano inserito in me così tanti aggeggi che non mi riconoscevo più: ero un ibrido tra un umano e un robot. Esteriormente, si potevano notare piccole differenze tra queste due specie, ma interiormente eravamo tutti delle macchine programmate per eseguire gli ordini di qualcun altro. I Veri Umani, quelli dell’antichità, usavano il loro cervello per prendere decisioni, erano guidati dall’insieme dei sentimenti e dalla ragione, erano indipendenti. Noi non eravamo niente di tutto questo, noi non eravamo dei Veri Umani.

Cercai di mandare un ultimo segnale a VentUno, prima che fosse troppo lontana per riceverne.

Dal ‘Database’ di VentUno, nella cartella ‘Segnali Ricevuti

«È finita. Tutto si è concluso in un batter di ciglia, senza addii e senza sguardi, senza niente di tutto ciò. Eri l’unica ancora in grado di tenermi aggrappato a questa vita, ora sto affondando. Fin dalla nascita, hanno cercato di dimostrarmi che tutti i sentimenti che provavo erano una perdita di tempo, un vicolo cieco. E da allora, avevo cercato di accantonarli, non dargli importanza, ma non ci sono riuscito. Solamente dopo il mio arrivo qui dentro, ho iniziato a pensare davvero che ciò che mi dicevano potesse essere in parte vero.
Non sapevo una cosa, però: nel giro di pochi giorni, tu avresti stravolto tutte le fondamenta su cui si basa questa società vuota. Quando ti vidi, mi fermai. E con me si fermò anche il tempo. Sentii qualcosa muoversi dentro, e ti salutai timidamente. Ero l’individuo più felice del mondo, perché mi avevi fatto tornare in mente tutti i ricordi di quando cercavamo di aiutarci a vicenda nel nostro lavoro per non finire nei guai. Ero l’individuo più felice del mondo, perché mi avevi fatto tornare in mente il tempo più spensierato della mia vita. Ero l’individuo più felice del mondo, perché finalmente ti avevo ritrovata.
Ti ricordi quando mi raccontavi la storia di
Romeo e Giulietta, che tanto ti affascinava? Forse me ne parlavi così tanto perché trovavi somiglianze con la situazione che stavamo vivendo e perché forse eravamo proprio noi Romeo e Giulietta, allontanati e calpestati dalla società. E se ti troverai a leggere questo, ti starai chiedendo se io provo ciò che Romeo prova per Giulietta, beh, ora ti posso rispondere «sì». Nessuno finora aveva considerato le mie diversità un pregio: sei riuscita a colpirmi nel profondo perché nonostante tu sia stata programmata per essere un robot, sei l’individuo più Umano che io abbia conosciuto nella mia vita.»

In quel momento non sapevo che VentUno stesse piangendo lacrime di tristezza, di vera tristezza. Nonostante ci trovassimo in parti del mondo completamente diverse, eravamo legati, anche se inconsapevolmente, da una connessione unica, che non si era vista da secoli.

 

questo racconto ha partecipato al concorso Fiction for Future 2024
Pubblicato: 29 Aprile 2024
Fascia: 16-19
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