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Persone

Sono in ritardo. Sono sempre, costantemente in ritardo. C’è sempre qualcuno che mi aspetta. Sempre. Mai stata una volta, da che io ne abbia memoria, in cui i ruoli si siano invertiti. Ho sempre convissuto bene con questo difetto ma purtroppo le cose si complicano quando non è una persona a doverti aspettare, ma un autobus: i classici “cinque minuti e sono da te’’ non funzionano. Che importa a quel mostro se sto arrivando? Odio gli autobus e i loro passeggeri ammassati che incrementano la mia misantropia. Rozzi, rumorosi, maleodoranti. Nutro tuttavia della stima nei loro confronti. Loro se ne fregano che tu sia uomo, donna, bianco o nero. Non fanno distinzioni. Se ti fai trovare pronto quando a loro va di passare a prenderti ti danno un passaggio altrimenti, aspetti la prossima corsa. Semplice. Io sono in ritardo e lui sta per passare. E se non mi trova alla fermata se ne va. E io sono fottuto. Devo correre, devo prendere quella gabbia di casi umani e scaraventarmici sopra. Non posso fare tardi, non oggi. Sto partecipando a un concorso di scrittura: salire su un autobus, descrivere il mondo che si percepisce osservando fuori dai finestrini. In teoria una cosa semplice. Vivo in una cittadina appena fuori Roma e il 337, che collega Fonte Nuova con la capitale, è uno dei pochi mezzi che escono dai confini dell’Urbe. Poter proporre una visione diversa dagli altri, quella di un mondo visto da un autobus che non percorre il centro storico mi sembra un punto che sicuramente giocherà a favore dell’originalità del mio testo. Il racconto deve essere consegnato entro domani e questa è l’ultima corsa mattutina del 337. Mi sono ridotto nuovamente all’ultimo minuto e se non riesco a salire su quest’autobus posso anche scordarmi il concorso. Salgo in macchina e mi faccio accompagnare da mia madre alla fermata. Le urlo di spingere il piede sull’acceleratore, lei sbraita ricordandomi che in diciassette anni di vita non ho mai voluto prendere un mezzo pubblico. Le rispondo che mettersi ora a polemizzare sulla mia avversione per gli autobus non mi è di aiuto. Devo arrivare assolutamente arrivare alla fermata e in fretta. Non ci credo, sono sceso dalla macchina nello stesso istante in cui la bestia ha serrato le fauci dopo aver vomitato e poi ingurgitato di nuovo almeno una trentina di persone. E adesso sta ripartendo in cerca di altre vittime. Non posso permetterlo. Corro. Lo raggiungo. Inizio a battere sulle porti posteriori sperando che non sia completamente sazio. Spinto dall’ingordigia, decide di riaprire nuovamente le sue bocche fagocitandomi. Ho trovato un posto libero accanto all’ultimo finestrino, vicino a un’anziana signora dai capelli bianchi. Il motore del veicolo è dietro di me e irradia un calore infernale. Finalmente posso iniziare a osservare questo arido paesaggio che mi circonda, questa distesa di campi pieni di nulla, la successione di tralicci della corrente e greggi al pascolo. Volevo proporre una prospettiva nuova, qualcosa di diverso e solo ora mi rendo conto di aver scelto il vuoto più totale. Se solo avessi scelto un altro autobus… Erano anni che la signora Eleonora non prendeva un autobus, era passato tanto tempo dall’ultima volta che aveva pazientato a una fermata e le cose erano decisamente cambiate. Ricordava per esempio quando era obbligatorio timbrare il biglietto appena entrati; non come quel ragazzino maleducato che era salito pochi secondi prima, battendo il pugno contro le porte. Lo stesso ragazzino che poi le si era seduto accanto senza neanche chiedere il permesso. La signora Eleonora aveva sempre detestato gli autobus. Il solo pensiero di non essere libera di accendersi una sigaretta la sprofondava in uno stato di ansia tale da farle scegliere sempre i posti accanto al finestrino per avere – quantomeno – l’opportunità di distrarsi studiando il paesaggio circostante. La signora Eleonora però era anche un’esteta. Una di quelle persone che messe su un mezzo pubblico passano tutto il viaggio a giudicare. Era un’attenta osservatrice dei dettagli; una cultrice del bello sempre pronta a trovare un difetto negli altri. Sebbene fossero rare le volte in cui una persona come lei poteva stare tranquilla su un mezzo come il 337, la signora Eleonora quel giorno era felice e decisamente propensa alle riflessioni: il paesaggio fuori dal finestrino, lentamente, iniziava a trasformarsi in una sorta di metafora della sua vita. Comparivano i primi caratteri distintivi della città così come, anni prima, erano iniziati a comparire i suoi primi successi nel lavoro; e poi quel semaforo, il primo figlio, quel guardrail, il matrimonio, l’imponente rotatoria, la casa nuova. Tutto scorreva gradualmente, ogni elemento si affacciava ai suoi occhi. La periferia di quella Roma che tanto amava si andava concretizzando così come la sua vita che ora adorava anni prima le era cresciuta intorno senza mai essere importuna. Ci pensava spesso la vecchia signora Eleonora eppure, quell’autobus, nel giro di tre o quattro fermate aveva espresso con chiarezza ciò che lei in settanta anni non era riuscita a comprendere. Era felice la signora Eleonora e si sorprese a sorridere mentre guardava la ragazza vestita di stracci appena entrata dalle porte centrali. 

27 febbraio 2015 

Caro diario… anzi no, facciamo Carissima Chiara… o forse è meglio un semplice ‘’Buonasera’’? Vabbe’ sti cazzi, lasciamo stare i convenevoli e iniziamo. Sto scrivendo questa roba sotto consiglio della mia psicologa che tra l’altro ha due tette pazzesche e che mi farei molto volentieri. Bene, fatte le presentazioni torniamo al dunque: sto scrivendo non perché abbia qualcosa da comunicare, assolutamente. Sto seguendo semplicemente una terapia per cui, ogni sera, prima di addormentarmi devo prendere un quaderno e annotarvi tutto quello che mi viene in mente, senza mai staccare la penna o cancellare, facendo finta di rivolgermi ad un pubblico di lettori. Non so a chi mai possano interessare i miei pensieri ma non fa nulla, se la dottoressa ossigenata ordina, io eseguo e chissà, magari la prossima volta leggendo queste righe si convincerà finalmente a mettermi la lingua in bocca. Ma senza divagare troppo, ciò che voglio condividere con voi è un pensiero che è nato dentro di me questa mattina, verso le 11, poco dopo essere salita sullo schifo di autobus che mi accompagna al lavoro, il 337. Salgo sempre dalle porte centrali. Il motivo? Non lo so. Lo faccio e basta. Non so neanche perché abbia condiviso con voi questa informazione ma mi è venuta in mente e quindi. La fermata dove aspetto l’autobus tutti i giorni è appena prima del ponte che, attraversando il Grande Raccordo Anulare, segna il confine tra Roma e i comuni circostanti. Un collegamento artificiale tra due realtà opposte. Non è la prima volta che ci penso ma ora che ne ho l’opportunità mi sto rendendo conto di quanto la cosa mi abbia sempre colpito. Stai tra le pecore; abbassi gli occhi un attimo per rispondere a un messaggio di quella che ti scopi e quando li alzi di nuovo ti ritrovi nel caos della città. Una barriera netta. Come se l’autostrada che circonda Roma fosse stata messa lì per proteggere la civiltà accerchiata dalla barbarie.

Pubblicato: 1 Giugno 2021
Fascia: 19+
Commenti
Giorgio Arragoni
Un racconto molto veloce, travolgente e. fortemente attuale. In queste righe si può leggere della vita quotidiana che, come sempre, non è tanto semplice. Ho apprezzato la scorrevolezza del racconto.
15 aprile 2022 • 20:15