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Parlami di Roma

Maledette sere afose d’estate, senti più forte l’odore delle strade, come se i fiumi d’asfalto stiano evaporando. Un alone di malinconia invade tutto il quartiere, sarà che in giro non c’è un’anima. A quest’ora ad agosto su un autobus puoi incontrare solo gente strana, d’altronde gli altri incontreranno me. Un’altra sera a casa a fissare il muro non potrei sopportarla. Sono partiti tutti, nemmeno una faccia amica in giro. Altri trenta metri e sono arrivato alla fermata del capolinea. È già iniziato il circo: signore e signori in sala siamo lieti di mostrarvi la donna-gatto! Non tanto per le movenze feline, quanto per la vita in simbiosi con i randagi, indossa un enorme cappottone sgualcito e pieno di peli. La Gattara, un classico che non tramonterà mai. Alla vostra sinistra, lo riconoscerete senza bisogno di tante presentazioni (infatti il suo tanfo lo anticipa), ecco a voi l’Ubriacone! Un signore discreto, ha il vizietto del vino. Nasconde accuratamente la bottiglia in un elegante cartoccio marrone, ma si lascia invece sbadatamente spuntare dalla maglietta l’enorme pancia semisferica sul davanti e il solco delle chiappe sul retro. Possiede inoltre l’abilità di sbandare anche da fermo, tanto da riuscire a entrare nell’autobus solo al quarto tentativo, mentre mezzo litro del nettare profumato da un euro e cinquanta che stringe tra le mani si rovescia su un paio di sedili. Do un calcio alla mia seconda lattina di birra. Prima di salire decido di accendermi una sigaretta e mi siedo sul marciapiede. A pochi metri da me c’è una blatta che mi fissa muovendo quello schifo di antennine o zampette che siano. «Che hai da guardare amico?». Ha coraggio la bestiaccia. Continua a stare lì e a fissarmi, per come sono conciato oggi mi avrà scambiato per un grosso mucchio di sterco. Tiro una schicchera alla cicca e l’insetto finalmente gira i tacchi. In compenso si avvicina l’autista ciondolando, le luci giallognole dell’autobus sembrano deformargli il volto in una risata sinistra. Finalmente partiamo, è iniziato questo viaggetto verso non-so-dove per fare non-so-cosa al fianco di pazzoidi che vengono e vanno. Detta così sembra una schifezza eppure c’è qualcosa che mi entusiasma nella faccenda, forse perché quando non progetti quello che farai non puoi sapere quello che ti aspetta. A questo pensiero mi dipingo un’espressione tronfia sulla faccia, neanche stessi andando all’avventura in Guatemala zaino in spalla. L’autobus accosta e si aprono le porte, entra un po’ d’aria fresca, menomale perché stavo iniziando a sudare. Sale una donna: è giovane ma ha un bastone in mano, porta delle lenti scure sugli occhi e si fa strada tastando i sedili, deduco quindi che non ci vede. Almeno non ha visto la faccia da fesso che ho fatto, mi succede sempre quando vedo una bella donna. Riesco a camuffare quasi tutte le emozioni, a trattenere una risata fragorosa o un pianto greco, gioco a poker come Johnny Chan, ma davanti alle donne mi sorprendo sempre a boccheggiare come un pesce. La cieca è arrivata vicino a me, ha sussultato un attimo ma si è seduta qui accanto, con tanti posti liberi che c’erano. Eppure pensavo avessero gli altri sensi più sviluppati, non sentirà l’olezzo di birra e sudore che emano? A questo pensiero stringo le braccia cercando di soffocare le ascelle. «Ti dispiace se mi sono seduta qui? Avrei bisogno che mi avvertissi quando arriviamo alla Bocca della Verità». «Sicuro». Devo attaccare assolutamente bottone, questa profuma di tulipani e non può accorgersi che sono un cesso, è l’occasione della vita. Di’ qualcosa, di’ qualsiasi cosa Edo! Falle un complimento, una domanda, falle capire che sei un tipo a posto. «E quindi sei cieca, eh?». Dai non ci credo che l’ho detto davvero. Qualsiasi cosa ma non questa, brutto demente. Avrei voluto dirle che quando è salita sull’autobus è stato come un raggio di sole dopo che ha piovuto, che tutti si sono girati a guardarla, le donne con invidia o ammirazione e gli uomini con desiderio, a parte quel tipo lì, ma certo quello è talmente fatto da parlare col sedile davanti a sé. Avrei voluto dirle che è stato come quando l’oceano entra nella boccia dei pesci rossi, che le sue labbra sembrano uscite da una poesia di Neruda, che le sue sopracciglia scure somigliano alle rondini, i suoi capelli paiono mossi da un soffio incantato e i suoi seni imitano il pendio delle più belle colline fiorite. Invece le ho chiesto se è cieca. Ma che razza di domanda è, imbecille, che ti deve rispondere? «No, porto il bastone per scacciare le serpi?». «Sei un ragazzo intuitivo, come ti chiami?». «Edoardo, piacere» le dico porgendole la mano, che lei ovviamente non vede e che ritiro indietro con uno scatto veloce, cosa che ha ancora meno senso. «Il piacere è mio, mi chiamo Margherita». Anche lei mi porge la mano, allora mi sento un po’ meno stupido e gliela stringo. «Purtroppo ho perso la vista quando avevo soli 15 anni per una malattia degenerativa. Così prima di arrivare alla cecità ho cercato di girare tutta Roma per imparare a memoria ogni via e buca, ogni gradino e discesa. Anche se Roma cambia in fretta». «In realtà, non abbastanza in fretta, forse quando saremo vecchi avranno finalmente finito di costruire il famoso palazzo a forma di nuvola». «Non riesco proprio a immaginarmi un palazzo così. Ti va di avvisarmi quando arriviamo a San Paolo? Ormai dovremmo esserci». «Sì, esatto. Stiamo passando vicino la basilica». «Venivo sempre qui a messa la domenica e poi a giocare nel parco. Dimmi un po’ c’è ancora quel bel parco giochi?». «Certo, eccolo. Ora è sera quindi non ci sono i bambini, però le altalene e gli scivoli sono sempre lì». «Mi piacerebbe se mi descrivessi com’è adesso». «Be’, gli alberi sono in fiore e hanno messo dei lampioni lungo tutto il viale fino davanti alla basilica, fanno una luce bluastra e sono circolari, mi hanno sempre ricordato delle navicelle spaziali». «Dimmi della basilica». «La basilica è esattamente come la ricordi, ci sono tantissime colonne ed è davvero imponente». Lei annuisce. «È alta trenta metri. Dimmi, adesso dove siamo? Che vedi?» «Per lo più asfalto e mattoni. Lì c’è un enorme graffito con disegnato un alieno che fa “sssth” e ha gli occhi di un celeste intenso. Ci sono molte birrerie e trattorie, hanno quell’aria casareccia tipicamente romana». «Alcune me le ricordo, con i tavoli di formica e le tovaglie di carta». «Ora ci stiamo avvicinando a porta San Paolo, si intravede la Piramide». «Com’è adesso che l’hanno ripulita?». «Bianca come se ci avessero passato sopra uno di quei super dentifrici». Margherita mi sorride e io mi chiedo se usi anche lei un superdentifricio. «Ecco la Porta San Paolo, ne ha vista di storia anche lei! Dietro la Porta c’è un palazzo ocra, ha delle finestrelle piccole piccole che solo a guardarle divento claustrofobico. C’è una signora che stende i panni fuori dalla finestra. Sotto, un ragazzo passeggia da solo a testa bassa. Ha l’aria di uno che vuole scordarsi una giornata lunga e faticosa». «E poi?». «Stiamo passando a fianco al parco della Resistenza, c’è un gruppo di amici che ride intorno a una panchina, due palme altissime che spuntano tra i pini e un cassonetto rovesciato a terra». «Me lo ricordo quel parco, dentro c’era fontana. C’è ancora?». «Sì, c’è ancora». «Vai avanti». «Ci avviciniamo al lungotevere, diritto per dritto c’è un ponte che attraversa il fiume». «È ponte Sublicio». «Ecco ora siamo sul lungotevere, il fiume scorre almeno sette metri più in basso rispetto al livello della strada. C’è una coppia seduta a cavalcioni sul muretto, stanno una di fronte all’altro e si tengono le mani». Penso che anche io vorrei tenerle la mano e guardare lei invece che fuori, ma sembra estasiata, eppure non sono neanche bravo nelle descrizioni. Poi succede qualcosa di magico, è lei ad avvicinare la mano. La poggia prima sul bracciolo, ma sta cercando la mia credo. Ad ogni modo decido di afferrarla ed essere spavaldo, per una volta. Lei non protesta, ma sembra quasi che non se ne sia accorta, è immersa nella sua immaginazione. Intanto l’autobus continua veloce e io ricomincio a parlare, anche se preferirei ascoltare lei. «Siamo arrivati alla Bocca della Verità, che purtroppo è dove mi hai detto che devi scendere. Vabbe’, è stato bello conoscerti». In realtà, avrei voluto chiederle dove andava, se potevo scendere con lei e accompagnarla. Avrei voluto chiederle il numero o almeno il cognome e se voleva uscire con me domani o se almeno mi avrebbe pensato per qualche giorno, prima di dimenticarmi per sempre. Invece le ho detto: «Ci si vede in giro allora, eh?». Idiota.

Pubblicato: 1 Giugno 2021
Fascia: 19+
Commenti
Mariella Logozzo
I viaggi di notte sono degli ottimi scenari per incontrare qualcuno di speciale che forse non si incontrerebbe di giorno, tuttavia lo stile risulta un po' acerbo e non è chiaro l'obiettivo del racconto.
20 aprile 2022 • 13:09