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Fascia 19+
Pagina 134

Una ragazza sta leggendo un libro seduta accanto alla finestra. La storia la prende tanto che non riesce a staccare gli occhi dalle pagine. Mentre segue con attenzione la vicenda che assorbe tutta la sua attenzione sente un improvviso rumore che sale dalla strada. Sarà stato un incidente, si dice. E riprende a leggere. Ma subito dopo ecco un altro colpo. Il vetro della finestra trema. Perfino il libro trema fra le sue mani. Ma lei non vuole a nessun costo staccarsi dalla pagina. Che mi importa di quello che succede in strada!, si dice. Al terzo colpo però è la casa intera che si scuote e traballa. E lei non può fare a meno di alzarsi e avvicinare la faccia al vetro. Quello che vede le fa cadere il libro dalle mani…

Sola, in mezzo alla nebbia. Sola, sì. La finestra? Scomparsa. I muri? Anche.

Ma l’immagine, il raccapriccio non si potrà mai cancellare dalla mia memoria. Scorrono davanti ai miei occhi, li vedo. Prendo il libro, la mia unica compagnia. Inizio a sfogliarlo bagnando la punta delle dita con la lingua, come sempre. Pagina 134, l’ultima che sia riuscita a leggere.

Pagina 135, bianca. Sento un brivido percorrermi la schiena. Pagina 136, bianca. Tremo. 137, 138, 139, tutte vuote. Un misto di stupore e sconcerto pervade la mia mente. Ora sono nebbia, densa, bianca, confusa. Sono persa. Le storie sono sempre state i miei punti di riferimento. I miei rifugi sicuri, la mia casa dalle porte sempre aperte. Il conforto del perdono di una mamma, la protezione e rassicurazione di un papà. Fra le pagine di un libro c’è sempre un’indicazione, un suggerimento per ogni nostro problema.

Ma nelle pagine vuote non ci sono consigli. Le pagine vuote sono pagine che ci abbandonano a noi stessi, ci mettono alla prova. Fredde, gelide. Le pagine vuote non sono altro che nebbia. La più fitta di tutte.

All’improvviso, intravedo una sagoma nera fra la fitta coltre che mi circondava. L’immagine, davanti ai miei occhi, si fa sempre più nitida e la sagoma più grande. Ancora un dolore pungente, ancora spine.

Non posso sopportarlo. Strizzo le palpebre, addento le labbra. Mi raggomitolo in posizione fetale.

Una mano pressa il fianco, l’altra è distesa a terra, priva di forze. Mi sento debole e prego, per la prima volta, che il dolore finisca subito. A poco a poco la nebbia si dirada e riesco a distinguere la figura davanti a me. Impassibile, mentre la sofferenza lacera la mia tenera carne. Mia madre.

Avevo sette anni, il 18 gennaio 2002. Alta poco più di un metro, la più piccola della 3a B. «Somigli proprio a tua madre» mi dicevano, ma non ci ho mai voluto credere. Lei pretendeva il massimo da chiunque la circondasse: esigente come pochi. La sua vita scorreva fra caffè istantanei, scartoffie e post-it sul frigo. Lavoro, lavoro, lavoro, casa, lavoro. Io ho solo sconvolto i suoi piani: la più grande delusione che potesse capitarle. Non aveva tempo per pensare a me, ne per sprecarlo con qualcun altro. Mio padre, s’era accorto in tempo dell’errore che stava commettendo: forse è per questo che non l’ho mai conosciuto.

Lo sguardo di mia madre era penetrante come pochi. Ti frugava l’anima, scuoteva tutti i cassetti del tuo cervello finché non trovava ciò di cui aveva bisogno. Era glaciale, di un azzurro così opaco e luminoso da mettere chiunque in soggezione. Amava spremere le persone, torturarle, sottoporle alle sue inquisizioni e denudarle di tutti i loro segreti. Era fatta così.

Non le ho mai perdonato quel 18 gennaio 2002, non le ho mai perdonato quella fredda mattina, la neve che cadeva giù, lenta e gioiosa, non le ho mai perdonato di non avermi lasciato nulla, niente di più che l’evidenza. Non le ho mai perdonato di aver infranto tutte le promesse. Ma, soprattutto, non mi sono mai perdonata di non essere stata abbastanza importante da tenerla qui con me, di valere così poco. Meno di un puntino nero in un mondo di puntini uguali.

Non ho versato nemmeno una lacrima per lei, il dolore era troppo forte. Il silenzio di quella stanza risuona ancora nella mia mente e l’immagine di lei così debole, più fredda che mai.

Non sono arrivata in tempo: avrei potuto urlare, avrei potuto stringerla forte, afferrarla e non mollarla più. Avrei potuto farle capire che l’amore di un figlio è al di sopra di ogni contrasto; ma avevo solo sette anni.

E questo non me lo perdonerò mai.

Una lacrima mi riga il viso, tagliente più che mai: per dodici anni, un mese e sette giorni il rimorso mi ha logorata, distrutta dall’interno. Le mie giornate hanno perso i colori di un tempo. Vedo il mondo in bianco e nero, con una scala di grigi, e cammino a testa bassa. Suicidio, hanno detto, ma sapevo di averla uccisa io.

Ogni volta che mi sono ritratta come un riccio nel mio guscio spinoso, ogni volta che l’ho esclusa dai miei pensieri, ogni volta che le ho urlato contro, ogni volta che piangevo, ogni volta che non le davo le attenzioni che meritava: a poco a poco, sono io, ad averla condannata. Ed ora eccola qui, distaccata, più splendida di sempre, che mi fissa senza proferire parola, mentre piango per lei, per la prima volta.

Raccolgo tutte le forze che ho in corpo: il dolore è insopportabile, ma devo essere forte. Allungo le gambe, serro i pugni. Con gli occhi socchiusi, riesco finalmente ad alzarmi, anche se con la schiena leggermente ingobbita. Con un filo di voce, tento di dire qualcosa. Per anni ho cercato delle risposte, ovunque, e ora che ho la possibilità di averle, desisto.

Un miscuglio di parole sale come un rigurgito fino alla bocca. Lo trattengo a malapena e sento di stare per esplodere. Il viso mi si tinge di rosso, e non smetto di fissarla, ora, dritto negli occhi. Lei all’improvviso, si avvicina. La sua mano si insinua fra le mie ciocche scure: è calda. Il suo volto si illumina del più dolce dei sorrisi, le gote si arrossano, gli occhi si inumidiscono di commozione. Piango, con lo sguardo perso nel vuoto, come una bambina, come avrei dovuto fare in quella gelida giornata invernale. Mi stropiccio nervosamente le mani, le tengo unite all’altezza della vita. Lei le prende e le stringe forte fra le sue, come volesse aggrapparvisi per non andarsene più. Solo un respiro ci separa ormai, un sottilissimo strato di nebbia. Mi bacia sulla fronte, irradiandomi il tepore di cui avevo bisogno, risvegliando in me emozioni che credevo dimenticate. «Ti voglio bene» mi dice e in quelle tre parole c’è l’infinito. In un secondo si dirada, come le prime luci del mattino, come la neve con l’arrivo del sole. Scompare, ma il suo profumo satura la stanza, la riempie di lei.

Prendo in mano il libro che per tutto il tempo è stato ai miei piedi: le pagine continuano a essere prive di parole, a partire dalla 134. Ma tutte si tingono del colore delle più belle rose rosse. Mi asciugo le lacrime con il lembo della giacca, stropiccio gli occhi finché, esausta, accenno un sorriso. Tutto appare chiaro, anche nella confusione di queste quattro mura così strette. Frugo fra la coltre che mi stava intorno: la vedo.

Eccola, la finestra. Ho un sussulto. E se fosse…? Decido di avvicinarmi con cautela. Con passi lenti, la raggiungo. Schiena al muro, sbircio da un lato del vetro, con la paura di ricevere la conferma che cerco. Prendo un lungo respiro, il più faticoso della mia vita. E guardo, di scorcio. L’immagine di qualche ora prima torna come un fulmine a ciel sereno davanti ai miei occhi: sono io. Ciò che vedo è il mio riflesso, trasfigurato. Trasformato dalla sofferenza, scavato dalle mie paure più profonde: i miei occhi conservano i demoni del mio passato. Busso alla mia stessa porta, così forte da far tremare tutto ciò che mi sta intorno. Delusione: sono stata questo, per tutti. Ma sono solo offuscata dai rimpianti: ho sempre avuto paura di me stessa, sentendomi colpevole di un crimine mai commesso. Ma ora ciò che appare davanti ai miei occhi sono solo io. La bambina che tutti ricordano, la ragazza semplice. La donna che sono diventata, forse troppo presto. Sono pronta adesso: non perderò nemmeno un istante. Lo farò per lei.

Chiudo il libro. 1994, spicca sulla copertina; tutto ciò che mi resta di mia madre, è racchiuso fra quelle righe. Estati con gli amici, baci rubati, scorrazzate sui motorini e piccole confessioni: infine io, e quella dannatissima pagina 134: tutto si collega.

Le pagine bianche non sono così confuse come sembrano. Le pagine bianche sono il nostro futuro. Sono quelle ancora da scrivere, sono le speranze e il realizzarsi dei nostri sogni: ecco ciò che farò. Punto lo sguardo all’orizzonte, oltre il vetro, oltre il mondo. Guardo oltre, devo andare oltre. Mi avvicino al vetro, a me stessa; con il cuore in gola, afferro la maniglia, decisa. Apro. Mi volto un attimo indietro, per poi tornare a guardare dritto davanti ai miei occhi. Lascio alle spalle il passato e salto. La mia vita sta per cominciare, quando e chissà dove non si sa.

Pubblicato: 1 Giugno 2021
Fascia: 19+
Commenti
Alice Ferrari
Questo racconto molto toccante fa riflettere innanzitutto sul rapporto tra una madre poco presente e una figlia che la critica e non la comprende a causa della sua giovane età. In secondo luogo tratta anche della speranza e della fiducia verso il futuro che, soprattutto durante i momenti impervi della vita, non devono mai mancare.
15 giugno 2022 • 08:09
Pietro Pozzoni
Le pagine bianche fanno male: possono essere colmate in infiniti modi e la loro imprevedibilità ci lascia spesso nei dubbi. Inoltre, se nel passato subiamo delle perdite, il futuro ci spaventa ancor di più. Dobbiamo imparare a perdonarci e ad essere ottimisti. Amo molto il paragone tra le storie e una casa sicura: credo che effettivamente non abbiano molte differenze.
07 giugno 2022 • 17:02