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Romance
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Fascia 16-19
Onirico rosso

Gabriele stava in treno con le cuffie nelle orecchie, era affascinato dal moto al di fuori della macchina, e dall’oscurità che alle sette del mattino ancora avvolgeva le case del paese, un’oscurità che rendeva indefinite le sagome delle persone e del paesaggio che, negli effimeri attimi in cui lo guardava, già correva verso la coda dell’ultimo vagone.
Percorreva quel tragitto da ormai cinque anni, lo aveva sempre fatto, per andare a scuola, e prima di dedicarsi all’impegno mattutino aveva imparato a valorizzare al massimo l’esperienza del viaggio, unico momento di vera tranquillità in tutta la giornata. Ma quella mattina il treno si è fermato e ha accolto una graziosa ragazza dai biondi capelli, il viso gentile e gli occhi vibranti, occhi che non si scordano più.
La prima volta che la vide cercò di arginare l’euforia che immediatamente lo assalì provando a convincersi che Lei fosse semplicemente una bella ragazza, non più speciale delle altre; ma non passò tanto tempo perché si rendesse conto che era molto più di così.
Dopo quell’ incontro la vide quasi tutte le mattine e gli sembrava che il sole sorgesse due volte.
Cercava sempre, quando saliva in treno, di scegliere un posto da dove potesse vederla e questo non gli risultò difficile poiché già conosceva i gusti degli abitudinari passeggeri che da quando viaggiava aveva sempre osservato con curiosità. In effetti Gabriele aveva l’indole del curioso: non poteva fare a meno di scrutare i comportamenti delle persone e rimaneva affascinato da essi, dalla loro ricorrenza, dai pensieri che li guidavano, dalla loro spontaneità.
Lei intanto era sempre lì e lui si chiedeva se ci fosse sempre stata o se avesse cominciato a viaggiare nel suo stesso treno solo di recente. In ogni caso aveva cominciato a studiare anche Lei, e ogni giorno aspettava solo il momento in cui l’avrebbe vista ancora. Tutto ciò che anelava dal più profondo del cuore era di starle vicino, per sentirla più intensamente.
I giorni passavano, semivuoti. Solo la visione mattutina riempiva il cuore di Gabriele di gaudente vitalità. Ma il tempo non tardò a premiarlo e una mattina, chissà per quale strana vicissitudine del caso, Lei si sedette sul sedile immediatamente antistante il suo.
Vedendola prendere posto così vicina venne colto da un sussulto; non riusciva a controllare la violenta tempesta che si abbatteva in lui, nell’anima e nel corpo, e non erano i soliti occhi vitrei a muoverne la passione, perché non li poteva vedere. Forse era il loro ricordo che gli era rimasto impresso. Forse l’impetuoso fremito del cuore era causato dal simultaneo appagamento di tutti i sensi che Lei, ignara di tutto, gli suscitava.
Gabriele era un tipo razionale, aveva sempre creduto impossibile che il sentimento potesse avere il sopravvento sulla mente nel determinare le sue azioni, ma quella mattina dimostrò a se stesso che aveva torto. Un’oscura irrefrenabile forza aveva mosso le sue dita e le aveva protese verso i capelli di Lei, per accarezzarli. In un primo momento assisteva incredulo a quanto stava accadendo: non poteva credere che stesse sfiorando i morbidi capelli della ragazza; normalmente lo avrebbe considerato un gesto quantomeno irrispettoso, ma non sapeva fermarsi…
Impotente dinnanzi a tanta energia che non riusciva a contrastare, chiuse gli occhi, perché tutto il mondo gli sembrava inadeguato all’estasi terrena dei suoi capelli delicati.
Risvegliatosi dalla quiete di dolcezza fu subito assalito dalla brama di sapere se Lei si fosse accorta del gesto: «L’avrà sentito?» si chiedeva con una certa apprensione, «L’avrà infastidita? O forse si sarà lasciata andare alle carezze?»
Da quel giorno l’arte aveva pervaso l’anima di Gabriele. I suoi pensieri erano in versi, i suoi sogni erano in musica.
Pensava solo a Lei, e tutto quello che la riguardava le pareva avvolto da una bellezza così astratta da non poter essere descritto in termini comuni. Sentì improvvisamente che la poesia era nella natura di Lei, e che il verso meglio di ogni altra espressione riusciva a rappresentare i moti che la sua presenza gli provocava nell’anima.
In un foglio sgualcito aveva scritto con impeto:

Gli estatici suoi occhi chiari
rivelan dell’anima i moti

In quei giorni Gabriele era sempre più meravigliato da tutto quanto fosse poetico, sia da ciò che scaturiva dal suo cuore, sia dal retaggio dei grandi lirici del passato.
Era sempre stato affascinato dal linguaggio matematico che gli sembrava potesse descrivere l’universo, invece ora l’infinito lo vedeva quotidianamente e le formule che aveva sempre ammirate erano troppo aride per raccontarlo.
Ora, come mai gli era capitato, rimaneva incantato dai versi di D’Annunzio, che vedeva come un maestro che aveva padroneggiato il sublime linguaggio di cui andava scoprendo i segreti.
Così tutte le mattine scriveva di Lei, componeva pochi versi, solo quelli che sentiva. Non voleva poetare come i grandi, ma solo tradurre nell’unica forma possibile la gioia e il dolore che sentiva dentro di sé.
Ogni gesto della ragazza richiamava in lui un’emozione che si affrettava a riportare sulla carta affinché non la dimenticasse, così scrisse centinaia di versi che ritraggono le gestualità, i movimenti, e i modi dell’amata, catturati nella loro gentile spontaneità.
Vedendola sorseggiare un succo di frutta scrisse:

La dolce bevanda
che calma la sete
ravviva le labbra
di lucida quiete

e

La bella disseta il nettareo disio.
La disinvoltura nel bere, una spada

Vedendole rapito lo sguardo fuori del vetro:

Lei dona la luce degli occhi
al moto incessante dell’aere

Quando non la vedeva salire in treno provava un dolore, che ha espresso in una poesiola dal titolo «Miraggio»:

Siccome l’imago al viandante
non calma la sete e accende il furore
così la mancata tua ascesa
delude la speme. Permane il languore

Non riuscì più a fare a meno di scrivere in poesia, tutto ciò che non avesse un ritmo o che non fosse in versi suscitava in lui un senso di rifiuto che muoveva dal cuore, la sede del suo ricordo di Lei. Non pensava ad altro che a Lei e vedeva come distorto tutto ciò che da Lei era dissimile; aveva colto, nelle occasioni in cui si osservava, delle imperfezioni in se stesso a cui mai aveva fatto caso. E dal momento che quella creatura era unica e irripetibile, cominciò a scorgere l’imperfezione in tutto ciò che lo circondava, tranne che in Lei.
Gabriele ne aveva parlato a scuola, con le sue amiche. Aveva detto alle care Ginevra e Maria che mai si era sentito così limitato nel raccontare un’emozione e che quella ragazza, che si sforzava invano di descrivere loro a parole, aveva pervaso ormai ogni anfratto della sua esistenza.
Nei banchi dove era sempre stato attento alle lezioni, solerte nell’ascolto e parato a cogliere ogni finezza delle nozioni che bramava, ora scriveva versi, dava sfogo alla sua ispirazione, in qualsiasi forma essa pervenisse. Aveva scritto anche in latino, un piccolo carme che nel suo immaginario la buona Ginevra avrebbe dovuto recapitare alla sua amata nel caso in cui egli fosse venuto a mancare, dal titolo Si forte moriar.
Lei era ormai la sua grande fonte di ispirazione, alla sua vista riempiva fogli di frasi, parole, impressioni talvolta scombinate, che riusciva a mettere insieme solo una volta ripresosi da quella visione che ne inibiva le percezioni e il senso comune.
Ma se la poesia era il suo modo per esternare quel violento turbinio di emozioni che gli si abbattevano nel cuore dalla prima volta che la vide, presto cominciò a sentire il bisogno di avere la fonte di quel tripudio di passione, vale a dire Lei.
Questo però si rivelò più facile a dirsi che a farsi, infatti Gabriele era sempre stato un po’ introverso, ma da quando si accorse di essere mosso nel profondo da ciò che considerava il Bello, aveva ricevuto come una spinta all’azione. Spesso, nella sua mente sempre pervasa di musica, riecheggiavano le parole del suo eroe letterario: memento audere semper.
Un giorno decise dunque di farsi coraggio e provare a se stesso di saper vincere la sua naturale reticenza nel parlare con Lei. Decise per un approccio che non fosse troppo diretto, era infatti terrorizzato al pensiero di poterle mettere paura, anche perché aveva intuito che fosse un po’ più piccola di lui. Voleva conquistarla con la poesia, che riteneva l’arma più potente in suo possesso, se non altro perché in lui stesso aveva un effetto d’incanto.
Giunto il momento decisivo, durante il consueto viaggio mattutino, cercò con tutte le sue forze di infrangere la resistenza opposta dai palpiti del cuore, prese coraggio e si avvicinò a Lei, che stava seduta, in quella sua posa assorta nella musica e rapita dal moto del treno. Una posa che sempre l’aveva fascinato.
«Ehi, credo che ti sia caduto questo» le disse.
Colta di sorpresa Lei si voltò verso di lui, con occhi innocenti, indifesi, e prima di pronunciare anche una sola parola prese in mano quell’elegante foglietto di carta vergata che le porgeva, lo guardò un’altra volta, dritto negli occhi, poi cominciò a leggere.

Hai colpito il viso e il cuore
coi tuoi occhi come dardi
sento un fremito, un dolore
ogni volta che mi guardi

Hai colpito il cuore e il viso
con le labbra tue carnose
dal profumo del narciso
dal colore delle rose

Sorrise. Le scese una lacrima; scesero anche a lui, le lacrime che per giorni aveva trattenuto, non sapeva se fossero umori di dolore o di gioia, ma scorrevano nei solchi del suo viso segnato dallo struggimento. La ragazza gli fece segno di chinarsi verso di Lei; egli dopo un attimo di esitazione, lo fece e nel protrarsi sempre più vicino al suo viso scoprì che il profumo era identico a quello che aveva immaginato nel vederla e cantato; in un attimo fece in tempo a leggere nella clochette della sua borsetta il nome Erika, una rivelazione.
Lei, con voce soave, gli sussurrò all’orecchio «Ti voglio. Sfiorami i capelli come quella volta, ti prego». Lui pose la sua gelida mano nella morbida nuca ardente di Lei, entrambi percepirono un sussulto che dal basso risaliva fino al collo.
In preda all’estasi della pelle chiusero gli occhi e si abbandonarono al vezzo afrodisiaco.
Il Piacere durò un interminabile attimo, che dischiuse in loro il Primo Segreto dell’amore; poi fu interrotto da una lieve scossa: il treno si era fermato. I due si presero la mano, a ogni passo di Gabriele, Erika seguitava. Scesero gli scalini antistanti la porta d’uscita, il rosso dell’alba li accoglieva nel mondo, e li accompagnò fino a una florida distesa d’erba.
Così, con l’aria mattutina che ancora velava l’atmosfera del paesaggio, non il buio, né le coperte ma solo il cielo vermiglio poté testimoniare l’impeto del loro amore e con quanto ardore si spogliarono d’innocenza.

Pubblicato: 18 Maggio 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Marika Colombo
L’amore risolto in parole. Un racconto che ti prende per mano e ti porta in alto, in un sogno. La delicatezza con cui le parole sono state scelte è impressionante, profumano di purezza, sincerità, profumano di amore.
23 maggio 2022 • 09:32