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Fascia 16-19
Onde di carta

Era tutto il giorno che mi lamentavo.

A scuola, sul pullman, a cena.

Non trovavo la mia maglietta preferita, o meglio la preferita di mia sorella Nina, oserei dire.

L’avrò chiamata cinquanta volte ma non rispondeva, ero furiosa.

Nina è una sorella un po’ strana, è più piccola di me ma sembra che abbia settant’anni dentro, spesso la chiamo nonna per infastidirla.

Mi rimprovera sempre di essere una persona superficiale con quest’aria di superiorità che faccio fatica a reggere.

Si sente speciale solo perché legge libri, ascolta musica non commerciale e veste vintage.

Credo che il suo declino sia arrivato con la morte di nostra madre, erano molto legate e Nina le è stata accanto tutti i giorni nei suoi ultimi sei mesi di vita.

La mamma la definirei una «figlia dei fiori», ci portava al mare tutti i weekend con quella specie di camper e mentre io e papà mangiavamo gelato a quintali, la mamma e Nina stavano lì sulla riva a leggere romanzi strappalacrime e a canticchiare.

Come si può evincere dalle mie parole io e mio padre siamo molto legati, lui mi adora ed io adoro lui.

Adora anche Nina ma lei lo respinge da quando si è risposato con un’altra donna, credo sia per questo che lei non voglia saperne di ragazzi.

A cena Nina non era a tavola e continuai a lamentarmi con mio padre, finché la sua nuova moglie, Marzia, che stava cenando con noi, fece una precisazione non indifferente.

Lei ha un negozio di scarpe proprio vicino alla scuola di Nina che fa angolo anche con il circolo sportivo dove Nina pratica nuoto. In sostanza la vede passare tutti i giorni quattro volte al giorno.

Quel giorno Nina non passò.

Mio padre si allarmò subito, sapeva quanto Nina ci tenesse allo sport e riteneva quasi impossibile che lei saltasse un allenamento.

Credo che non ne abbia saltato nessuno negli ultimi dieci anni; a parte il giorno del funerale di mamma.

Il giro di chiamate fu infernale, nessuno sapeva dove fosse Nina, né le poche compagne che, «vecchie» come lei, la sopportano, né quei pazzi che si buttano tutti i giorni in piscina; ma io ingenuamente dissi a mio padre di stare tranquillo, speravo che fosse con un bel ragazzo finalmente.

Mio padre però non era convinto di ciò, anzi uscì a cercarla e mi fece salire in macchina.

Iniziò a piovere incessantemente e perse il controllo della macchina.

L’impatto fu violento e mio padre perse conoscenza, io fortunatamente me la cavai con lividi e graffi così chiamai l’ambulanza.

Grazie all’incidente presi coscienza della situazione.

Arrivata l’ambulanza stavo per salire con lui ma notai un dettaglio, una foto di noi tre al mare con la mamma nel portafoglio di papà, la stessa che aveva Nina dentro la cover del telefono.

Non volevo che si svegliasse senza aver trovato Nina, così decisi di chiamare Marzia e di farmi portare in quel posto poiché la navetta non passava più.

Durante il tragitto la mia mente non cessava di pensare così come la pioggia.

Si accese una lampadina nella mia testa.

Quella maglietta che a me piaceva tanto e che Nina mi rubava sempre era della mamma.

L’aveva comprata a Barcellona quando era incinta di Nina, ma la presi io siccome sono la più grande.

Quella vacanza a Barcellona fu splendida, la mamma sembrava una dea con i fiori tra i capelli, l’abbronzatura e un sorriso che stregava tutti.

Mio padre era perdutamente innamorato di lei, e in quella vacanza non pensando fosse possibile l’amore tra di loro aumentò a dismisura.

Mi ricordo che al karaoke cantarono Stand by me di Ben E. King e in quel momento Nina scalciò per la prima volta.

Mi sono venute in mente tutte le litigate a causa di quella dannata maglietta, tutti i litigi che terminavano con le lacrime di Nina, c’era sempre di mezzo la morte della mamma.

Mi resi conto che Nina non era solo arrabbiata con il destino, con mio padre, con gli uomini, e con me.

Non si sentiva superiore, si sentiva sola, perché l’unica in grado di capirla gliel’avevano portata via.

Mi resi conto che decise di praticare nuoto per ricordarsi ogni giorno la sensazione dell’acqua sulla pelle come quando nuotava fino alla boa con la mamma.

Mi resi conto che la musica non commerciale era di Florence and the machine, gruppo in cui la cantante è l’esatta copia della mamma.

Mi resi conto che i libri noiosi che leggeva erano quelli della mamma ma io non ho mai prestato attenzione alle copertine.

L’unica copertina a cui ho prestato attenzione era la sua, quella di Nina.

«Mai giudicare un libro dalla copertina.»

Frase più satura non esiste.

Eppure ora non riesco a pensare ad altro.

Una volta arrivata in quella spiaggia ritrovai la mia maglietta, e il corpo della mia sorellina con essa.

Non riuscivo a credere di aver perso un altro pezzo di me, un altro pezzo della mamma.

Il suo cancro era la tristezza, che l’ha uccisa piano piano, e, ormai stanca, l’ha costretta a riposare in riva al mare esanime.

Mi stesi vicino a lei.

Le onde mi bagnavano il viso e le lacrime si confondevano con l’acqua.

Il suo viso stava diventando blu come i miei occhi.

Occhi che avevano la sua morte dentro e l’avranno per sempre.

Le presi la mano destra come con la mamma nel letto di ospedale.

Le dissi che una volta raggiunta le avrei raccontato dalla prima all’ultima pagina tutti quei libri vecchi che ha in camera.

Le dissi che vivrò per lei, per la mamma, per papà e che mi iscriverò a quel benedetto corso di nuoto.

Ogni bracciata mi porterà da lei, da loro.

Non prima di aver vissuto la vita che meritavano però.

Al funerale sentii un brivido lungo i fianchi, dove facevo il solletico a Nina quando eravamo piccole.

Stand by me Nina, in vita non abbiamo avuto modo di farlo.

Pubblicato: 24 Maggio 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Pietro Pozzoni
Il finale imprevisto e commovente fa riflettere sull'importanza dello stare insieme: dimentichiamo spesso l'importanza di un sorriso e di un abbraccio, mettendo noi stessi davanti agli altri.
08 giugno 2022 • 18:12