Bentornato!
Non fai ancora parte della nostra community?
Storico
  |  
Fascia 19+
Note infrante

Salisburgo, 1769. Risuonava tra le strade di Salisburgo la Prima Sonata di J. G. Eckard, le cui note si confondevano nello spartito del cielo, così ad unirsi alla sinfonia della notte che sopraggiungeva. Fuggiva per le strade svelta, lesta, sgusciando tra i pochi salisburghesi che s’apprestavano a tornare dai loro familiari, accompagnandone il ritorno. Era come un fruscio confuso del vento che li accarezzava tutti timidamente, sussurrando solo alle orecchie più esperte qualche nota sparsa del suo spartito. Questi allora si fermavano folgorati, smarrendosi in quella misera manciata di accordi pellegrini; sbalorditi ritenevano di aver inteso un lieve accenno del alto cantico degli arcangeli, tale era lo stravolgimento emotivo e passionale che infondeva quel modesto frammento sinfonico che, seppure breve, avrebbe saputo smuovere anche l’anima più peccaminosa, commuovendola alle lacrime del perdono. Ma non era la mano della Provvidenza a coordinare il movimento delle note, di fatto il maestro d’orchestra si trovava rinchiuso in un umile stanzetta, al terzo piano del n.9 di Getreidegassea. Le piccole dita del prigioniero prodigio scorrevano con candida leggerezza e senza sforzo sui bianchi tasti del pianoforte; lo stesso pianoforte arrivato appena quella mattina.

Era la prima volta che in casa Mozart entrava un pianoforte, la novità musicale del momento tutta italiana: si diceva che sapesse reinterpretare e riscoprire i brani dei grandi autori, con suoni splendidi o addirittura celestiali, mai uditi prima da esseri mortali. Nessuna mano d’uomo aveva ancora contaminato il riguardo di quel portentoso strumento. Eppure con un singolo timido tocco, le note percosse risuonarono vibranti nel silenzio della stanza non come sconosciute, bensì come consuete visitatrici: svolazzavano dolcemente tra i violini appoggiati alla parete pizzicandone le corde, e saltellavano intorno al cembalo sistemato nell’angolo in penombra, come a portare un omaggio al loro previo accompagnatore. Alcune rubavano occhiate fugaci agli spartiti vergati d’inchiostro, sparsi per tutto il pavimento. Poi prendevano il volo dileguandosi nella notte oscura, evadendo da quel carcere da cui quel prigioniero al terzo piano del n.9 di Getreidegassea non poteva scappare. Maria Anna Mozart era felice, per questo quella sera stata suonando un brano di J. G. Eckard: più era complesso, più era articolato lo spartito e più lei si divertiva, consapevole nel profondo del suo cuore di essere stata lei il primo prodigio firmato Mozart, anche se nessuno voleva più ammetterlo. Il solito volto cupo e infelice si era rischiarato, rivelando un sorriso che splendeva come quella luna che torna a illuminare l’empireo dopo un eclissi; gli occhi si erano risvegliati dal sonno perenne che li appesantiva socchiudendoli, e svelti guardavano già alla nota successiva dello spartito; anche la sovente gobba sembrava sparita, dandole una postura nobile, sfoggiando la confidenza di chi è consapevole del proprio genio musicale.

Nel complesso Maria era come una di quelle statue greche che, vittima del tempo e delle intemperie, era stata depravata del suo fascino antico: era bastato un semplice restauro, giusto per ripristinare le vecchie forme, per restituirle quella bellezza spirituale, quasi sacrale, che solo i poeti sanno cogliere. In questi incontri clandestini con il pianoforte, quella sua solita inclinazione malinconica che caratterizzava da tempo la sua vita, si dissolveva confondendosi nella musica fino a perdersi e scomparire in essa. La sua mente non era più in Austria. Chiudendo gli occhi, Maria riusciva a proiettarsi in Italia: sentiva già il cigolio morbido delle carrozze che li accompagnava nelle città più prestigiose, e lo scalpitio dei loro passi nella trepidante attesa di esibirsi davanti al pubblico italiano; persino il calore degli applausi che li avrebbero accolti diveniva tangibile nella sua immaginazione. Certo lei non era più una bambina prodigio. Maria aveva raggiunto l’età di una giovane donna, che in una bambina corrisponde al momento in cui si comprende che per la società non si vale che il nome del proprio marito. A ragione quindi, temeva che il padre trovasse il pretesto per allontanarla dalla scena musicale: era ormai da qualche anno che i suoi occhi sembravano illuminarsi solo davanti al suo secondo genito, senza neanche prendersi la premura di nasconderlo. Ed ogni volta si domandava se il problema fosse il suo genio musicale che non era abbastanza, o il semplice fatto di non aver avuto il privilegio di nascere uomo…

Ma sarebbero andati tutti in tour in Italia, tutti e tre insieme: lei, Wolfgang e il loro padre. Non poteva essere diversamente, no non poteva. Ubriaca del dolce vino di quelle noti così sublimi, che le faceva provare un’euforia precipitosa, un piacere ozioso che la pervadeva in tutto il corpo, non si dimenticò di guardare l’orario: Leopold Mozart aveva richiesto la sua presenza nel suo studio, alle ventidue precise. Suo padre la chiamava raramente in quel luogo, d’altronde non avevano molto da dirsi: non era lei quel talento che a tutti i costi ambiva a maturare, e Maria era fin troppo succube della figura paterna e ossequiosa per farsi sentire. Solitamente la richiamava per sciocchezze di pura formalità, mai niente di serio. Anche quella sera sarebbe andata così: suo padre le avrebbe impartito le solite fredde raccomandazioni, ricordandole severamente quale era il suo posto, ovvero dietro suo fratello come sola accompagnatrice. Le avrebbe anche rinfacciato di quanto fosse fortunata ad avere il permesso di venire, e per questo di non rovinare il loro soggiorno italiano. Eppure qualcosa era diverso quella sera, e non era il nuovo sapore del pianoforte, che aveva svecchiato quella stanza grigia e polverosa. Ma nell’intensità di quell’ebbrezza, come avrebbe potuto distinguere quel gusto amaro che lentamente le scivolava giù per la gola? Mancavano cinque minuti all’ora prestabilita; era meglio avviarsi. Leopold Mozart non poteva soffrire i ritardatari. Ripose gli spartiti al loro posto dentro l’armadietto in legno, e si preoccupò di sistemare il pianoforte come lo aveva trovato qualche ora prima: immacolato nel suono, con i tasti bianchi ancora vergini. Esitò solo sulla soglia della porta, con la mano ferma sulla maniglia senza riuscire a chiuderla definitivamente. Tremava ma non ne comprendeva il motivo. Inquieta trasse la mano al petto, violentemente, stringendosela con forza: tranquillizzatasi, con uno scatto veloce serrò la porta e si voltò senza più guardarsi indietro. Allontanandosi da quella stanza però, non poteva nascondere l’impressione di essersi lasciata alle spalle qualcosa di più profondo e intimo, che aveva congedato dalla sua anima per l’ultima volta. Ma come i troiani non pensarono a nulla mentre ciechi accoglievano il loro fatale destino, così Maria non volle sentire l’oracolo di Cassandra, che presto si chiuse nella sua coscienza, abbandonando anche lei alla sorte.

Pubblicato: 30 Maggio 2023
Fascia: 19+
Commenti
Non ci sono commenti per questo racconto.