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Mai più insieme

Giovedì sera, ore 19:43

Una ragazza sta leggendo un libro seduta accanto alla finestra. La storia la prende tanto che non riesce a staccare gli occhi dalle pagine. Mentre segue con attenzione la vicenda che assorbe tutta la sua attenzione, sente un improvviso rumore che sale dalla strada. Sarà stato un incidente, si dice. E riprende a leggere. Ma subito dopo ecco un altro colpo. Il vetro della finestra trema. Perfino il libro trema fra le sue mani. Ma lei non vuole a nessun costo staccarsi dalla pagina. Che mi importa di quello che succede in strada!, si dice. Al terzo colpo però è la casa intera che si scuote e traballa. E lei non può fare a meno di alzarsi e avvicinare la faccia al vetro. Quello che vede le fa cadere il libro dalle mani…

Il tonfo sordo del libro che cade a terra la fa trasalire, eppure non riesce a muoversi. Sembra che il corpo le sia diventato di piombo. Un brivido di terrore le scende improvviso lunga la schiena. Per un attimo le si offusca la vista, forse perché ha smesso di respirare. Prova a fare un respiro profondo ma i polmoni sembrano non voler collaborare. Sente un suono lontano, un singhiozzo, ma non è suo. Gira di scatto la testa e i muscoli del collo protestano per l’improvviso movimento. Cerca di mettere a fuoco attraverso il velo che le annebbia la mente e preferirebbe non averlo fatto.

Dietro di lei c’è sua madre, che le si è silenziosamente avvicinata alle spalle. La guarda negli occhi e percepisce istintivamente che lei sa. Cerca di parlare, ma le parole le rimangono bloccate in gola. Suo padre spezza il fragile silenzio instauratosi nel soggiorno, nel quale si avverte un vago senso di consapevolezza e di qualcos’altro che Anna non riesce a identificare. Seduto sulla vecchia poltrona dai bordi di stoffa bordeaux, una volta morbida come seta e ora logora e consumata dal tempo, che aveva spostato accanto al caminetto nell’angolo per accendere il fuoco, poggia un rametto e lentamente si alza. Le spalle, improvvisamente rigide, tradiscono però una forte tensione interiore.

«Sono arrivati» la voce gli esce ingannevolmente calma. Anna vede la madre sul punto di rispondergli di sì, riscuotendosi di colpo dallo stato di shock, quando si rende conto che non è una domanda. Si gira verso di lui e tra i suoi genitori scorre un’intesa silenziosa, una cupa rassegnazione. Sua madre pare riacquistare il controllo delle proprie emozioni e la sua voce in un primo momento sembra tentennare per poi diventare decisa, ed è un lenitivo per il groviglio di emozioni che infuriano nel cuore di Anna, speranza nella possibilità che sia uno sbaglio e riluttante consapevolezza, perché il momento è arrivato.

«Anna» la sua voce rimbomba in quell’assordante silenzio, calma e controllata «vai a prendere tuo fratello. È ora di andare» dice, ed esce dalla stanza seguita a ruota da suo padre, che tiene in mano una delle vecchie lettere conservate nel cofanetto sopra il camino.

Anna capisce che deve sbrigarsi, deve fare in fretta. Non vuole far arrabbiare i suoi genitori. Suo padre non apre mai il cofanetto. «Solo se sarà necessario» l’ha sentito dire a sua madre, nascosta dietro la porta scrostata della cucina. Anna ha capito quello che intende suo padre: quelle lettere andavano usate solo in situazioni d’emergenza. Nonostante la tranquilla facciata che ostentano i suoi genitori, la ragazza percepisce la tensione e la preoccupazione che li attanaglia e comincia a sentire il gelido morso della paura. Attraversa di corsa il corridoio e comincia a salire rapida le scale.

«David» chiama, bussando alla porta della stanza di suo fratello, ma lui non risponde. Impaziente, riprova, stavolta alzando la voce: «David! Apri!». Ma ancora niente. Gira la maniglia e irrompe nella stanza per poi scoprire che suo fratello non c’è. Rimane per un secondo in piedi, in mezzo al caos della stanzetta, indecisa sul da farsi. Si gira ed è sul punto di tornare indietro, è quasi in corridoio, ma poi cambia idea e rientra. Si piega per prendere uno zainetto da sotto il letto. Poi, svelta, comincia a fare un veloce inventario di ciò che deve impacchettare. Sa già cosa deve fare.

Qualche settimana prima la mamma l’aveva presa da parte, una sera, durante uno dei soliti ritrovi con le sue amiche. Mentre preparava il tè, l’aveva raggiunta in cucina, chiedendole se le servisse una mano. Lei l’aveva guardata con uno sguardo mai visto prima. Nei suoi occhi c’era affetto, ma anche una strana preoccupazione, non come quella che provava quando la figlia ha imparato ad andare in bicicletta, ma una preoccupazione ben più profonda, che Anna non aveva saputo interpretare. Dopo interminabili secondi di silenzio, sua madre le aveva rivolto un debole sorriso, come se avesse avvertito le sue domande taciute e, riportando lo sguardo su quello che stava facendo, le aveva detto con voce dolce: «Ti piacerebbe fare un viaggio?». Non sapendo cosa rispondere, Anna aveva chiesto con voce incerta: «Per andare dove?».

«In un posto dove c’è tanta neve, e dove tu e David potrete giocare tutto il giorno fuori. Starete con lo zio Avraham per un po’. Vi serviranno vestiti pesanti» aveva aggiunto sovrappensiero e aveva continuato, senza lasciare il tempo ad Anna di proferire parola, spronandola a portare la porcellana in tavola. Ma lei aveva capito.

Il suono della zip riecheggia nella stanza. Prova a trascinare la borsa lungo il corridoio, ma è troppo pesante e riesce ad arrivare solo fino alla porta. Mentre sta appoggiata allo stipite, pensando a come fare, sente dei passi veloci che si avvicinano. Li riconoscerebbe ovunque.

«Anna, ma che fai?» David guarda a occhi spalancati prima lei, poi la borsa, e viceversa.

«Aiutami a portare questa giù, dai».

«Perché? Dove andiamo?». Il suo sguardo è sospettoso.

«Te lo dico solo se mi aiuti». Ma sa già che non gli dirà la verità.

Venerdì mattina, ore 03:21

È tardi. I due fratelli si sono addormentati l’uno contro l’altro sulla poltroncina accanto al caminetto. Anna riesce a malapena ad aprire gli occhi quando il papà la prende in braccio.

«Mmmhhh» è l’unico suono che riesce ad articolare.

«Shhh». Il papà la culla dolcemente trasportandola attraverso il corridoio ed oltre la porta principale. Il calo improvviso della temperatura fa svegliare di colpo Anna che si guarda attorno smarrita, cercando di capire dove la stia portando suo padre.

«Papà?» lo chiama con voce incerta. Lui non risponde, non la guarda neanche, ma Anna scorge una lacrima scendere silenziosa sulla sua guancia. Fa passare dolcemente le esili braccia attorno al collo di suo padre e lo stringe con tutta la forza che la stanchezza le concede. Lui l’abbraccia di rimando, così forte che per un momento Anna non riesce a respirare. Poi viene separata da lui e passata a qualcun altro mentre suo fratello, ancora addormentato, prende il suo posto. Viene posata delicatamente a terra e si ritrova a guardare il volto esile e tormentato di sua madre. Prova a dirle qualcosa, ma il labbro inferiore le trema talmente tanto che non riesce ad articolare alcunché. D’impulso abbraccia la figlia, tanto disperata che non riesce più a trattenersi e scoppia in disperati e incontrollati singhiozzi che le squassano il petto.

Anna, nonostante sia ancora intontita dal sonno, riconosce finalmente il fragile e doloroso momento della separazione. Le lacrime le inondano improvvise gli occhi e le riesce difficile respirare. Stringe la mamma forte, come se si dovessero separare per sempre. Ma la mamma ha detto che se lei e David faranno i bravi torneranno per andare sulla slitta insieme. La mamma non mente mai.

«Mamma…» sussurra quando le braccia della madre si allentano. Non vuole lasciarla. Non le importa che là dove i signori in divisa li porteranno ai bambini non è permesso stare. Allora la mamma non dovrebbe andare, ma rimanere con loro, e anche il papà.

«Shhh, ricordi cosa ti ho detto?» le dice la madre con voce tremante all’orecchio. Anna annuisce. «Brava bambina. Abbi cura del piccolo David. Me lo prometti?» le chiede, scostandola da sé e guardandola negli occhi. «Si» risponde Anna in un singhiozzo.

Poi comincia un frenetico andirivieni. Anna crede di riconoscere zio Avraham e cugino Benyamine, ma è troppo concentrata a rimanere attaccata alla gonna della mamma in quel caos di persone. Poi viene spinta verso un grande camion e fatta salire dietro.

David, ormai sveglio, quando lo fanno salire accanto a lei, piange rannicchiato sul suo grembiule. Anna lo stringe a sé, mentre lacrime silenziose le scorrono ininterrotte sul viso, impendendole di vedere bene nella luce fioca della lampada sorretta da suo padre. Guarda prima lui, che le fa un tremulo sorriso e le mima con le labbra, senza emettere alcun suono, “ti voglio bene”. Anche la mamma fa lo stesso, e poi le manda un bacio nell’aria. Anna allunga la manina tremante e cerca di acchiapparlo, ma non ce la fa. L’ha mandato troppo in alto. Fa comunque il gesto di portarselo alle labbra, e rimanda il bacio alla mamma. Lei scoppia di nuovo in singhiozzi, stretta nell’abbraccio di suo padre e acchiappa il bacio, stringendolo nel pugno e portandoselo al cuore.

Le porte del camion vengono chiuse. Anna serra le dita attorno ai bordi dei finestrini, determinata a non perdere di vista i suoi genitori. Ora sa quello che aveva cercato di dirle sua madre. Non avrebbero più giocato insieme nella neve. L’avevano lasciata sola. Stringe forte forte il fratellino al petto. No, non è sola. Deve essere forte, per tutti e due. Lui non può capire, non ancora, ma lei avrebbe fatto in modo che sapesse, un giorno.

«David» sussurra tra i morbidi riccioli del fratellino.

«Sì?» sussurra lui di rimando.

Anna chiude gli occhi e mormora: «Domani voglio fare un pupazzo di neve. Mi aiuti?».

«Mmmhhh… sì».

Restano abbracciati tutta la notte, ancorandosi l’un l’altro come meglio potevano, perché da allora sarebbero stati soli.

Monaco 23 dicembre 1936

Pubblicato: 1 Giugno 2021
Fascia: 19+
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