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Romance
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Lettera a uno sconosciuto

Ti scrivo solo ora; essendoti lontano mi è più facile esprimere ciò che sento. So che non ti rivedrò e che non saprò mai cosa ne pensi nel leggermi. Forse meglio così.

Dirti che mi dispiace, sarebbe mentire, anche se mentire è la mia miglior arte. Questa volta sarò parzialmente sincero. Tutto ciò che ho fatto, consapevole di ogni sua conseguenza, non mi fa alcun effetto, mi è indifferente, pur considerando il fatto stesso che l’indifferenza non esista. Inutile rivangare il passato, riesumando tragici eventi, per far comprendere ciò di cui ti parlo. Ora ti dirò ciò che sentivo all’ora e ciò che persiste, nel suo mutamento inevitabile, tutt’ora in me.

Di me, infante, ho pochi ricordi e nonostante sia combattuto, se dar fiducia al ricordo frammentato di ciò che ti sto per raccontare, in quanto la mia immaginazione non vede confini nei confini stessi che vi ha disegnato, voglio dare per giusto questo mio vago ricordo.

Osservavo, incuriosito e stupito, il tuo divenire: un continuo dinamismo implacabile, puro slancio vitale.

Presumo, in un qual modo, che fosse per il semplice motivo, sin da allora, di esser conscio di non possedere questo slancio vitale. Probabilmente mai mi sfiorerà neanche di sfuggita.

Avevi la forza di attraversare ogni tempesta, non parlo di un superare la tempesta perché se non la si attraversa, non si può assaporare l’ebrezza di cadere e rialzarsi. Bene, io parlo di questo tuo rialzarti, vagheggio come una farfalla che spicca il volo dopo esser stata larva. Restavo incantato nel vedertelo fare. Ti inseguivo ovunque, nei meandri oscuri e nei campi di rose prive di spine. Ero ghiotto di poter scoprire il tuo segreto e potermene abbuffare. Ma mai vi riuscii. Sono stato sconfitto, dopo innumerevoli guerre, ancora in atto, combattute su terre viscide.

Il sangue sgorga a fiumi dai crani spaccati in due, ci si mangia a vicenda quando la fame rende ciechi i già ciechi; è una guerra senza armi fatta da voci immaginarie. Mai vista una guerra così Vera. Da allora vivo nella tempesta di questa guerra incessante, non la si può spegnere. Ne prendevo parte con tutto me stesso, ma da tempo non combatto più; ne sono succube. Forze oscure invadono le vene, impulsi sanguinari mi tentano, a volte penso di abbandonarmi a essi; non lo faccio. Mi sono dovuto strappare a te, come un puro viene strappato dal seno della madre, perché da tempo, come un turbine, mi invadeva una decisione da prendere. Te ne saresti dispiaciuto delle mie conclusioni, di cui all’epoca non ne ero ancora al corrente in quanto dovessi ancora scegliere. Ora che ho intrapreso questa scelta, te ne posso parlare. Mi ritrovai di fronte ad un cancello, una notte nelle mie solite paralisi, sopra al quale vi era scritto: “di quali illusioni ti stai avvelenando?”.

Al momento non capii il quesito che mi era stato posto, adesso sì. Entrai spensierato, ma con un macigno sul petto che ogni giorno accresceva in me. I miei occhi non potevano credere a ciò che mi apparve dopo aver attraversato quel cancello. La mia spensieratezza volò via, fu un’attimo impercettibile, caddi al suolo per il peso raggiunto dal macigno. Credo di esser svenuto ma non ne sono sicuro, forse persi l’orientamento per alcuni istanti. Mi risollevai a fatica, la gravità si era privata delle sue leggi, cercai di fuggire ma invano. Il cancello dietro di me non esisteva più. La scritta ora echeggiava fondendosi all’aria che inalavo. La mia purezza si spense. Da allora vive in me la guerra di cui ti parlavo prima. Forse divago troppo per non dirti la mia scelta, ma devo farlo prima o poi, nelle righe avvelenate di queste pagine. Circondati di scelte da compiere, ci si accorge che non si può parlare di libertà d’individui.

L’unica non scelta che non dovremo prendere è di nascere, nessuno mai avrà il coraggio di domandarci: “Vuoi nascere? No? Va bene non ti creerò”. Ciò non avverrà mai. Di fronte all’evidenza della libertà limitante, possiamo illuderci di esserlo per un’istante e sentirci “liberi” di scegliere il suicidio. Ma la realtà di questa scelta non è altro che un non riuscire più ad illudersi di essere liberi. Una scelta forzata da entità ignote. So che sarai deluso dal sapere ciò, ma io ho scelto, suggellato nella mia prigione di cui sono creatore e custode di chiavi, che mi illuderò di poterti rivedere dopo il mio suicidio. Avrò di nuovo l’anima pura, ti seguirò in nuove avventure e ti prometto che davanti a quel cancello, scapperò senza attraversarlo.

Potrò restare spensierato e con un macigno che cresce sempre di più sul petto ma, non saprò mai di cosa si tratta. Proverò a volare come solo tu sai fare, so già che le mie ali si spezzeranno. Vivrò un sol giorno dal crepuscolo al sorgere, immaginando quali rughe danzeranno sul tuo volto nel vedere che ti ho scritto. Voglio immaginare il momento prima della tua lettura, rughe piene di speranze. Ti si spezzerà l’entusiasmo. Di ciò mi dovrai perdonare, spero che tu lo faccia.

Ecco, guarda li: intravedo le prime luci.  A breve il sole renderà pallida questa esistenza che ci circonda, svelando ogni arcano.

Non ho mai sopportato il giorno, se ricordi, dormivo di giorno e sopravvivevo di notte.

Ora è tutto finito.

Ecco, guarda li: il sole inizia il suo sorgere ed io, il mio tramontare.

Te l’avevo detto: sarei caduto nel provare a volare

come te.

questo racconto ha partecipato al concorso Fiction for Future 2024
Pubblicato: 22 Febbraio 2024
Fascia: 19+
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