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Fascia 13-15
L’epico atto della fondazione della mitica città di Non

Correva il lontano […], uno di quegli anni che la grande Storia non può fare a meno di ricordare meno di altri decisamente più importanti, ma che noi rispettiamo in quanto umili spettatori – si presume.

Ebbene, proprio mentre quell’anno correva, eccome se correva, nella lontana terra di Forse una delle popolazioni locali decise di dare una volta tanto una certezza a quella landa desolata e isolata che per troppo tempo, brulla e nebbiosa, nessuno aveva degnato del proprio interesse – e non c’è di che stupirsi, ma sempre con rispetto – facendola dunque precipitare nella più ignobile incuria e nel più empio degrado.

I baldi eroi, guerrieri rampanti e luminosi letterati, decisero dunque di intraprendere la loro nobile impresa per diffondere sapienza e ragione nella loro terra natia guidati dal loro re, abile uomo politico e affabile sovrano, che una mattina, osservando le rumorose bestiacce del cielo e ascoltando il loro canto stonato ma pur dignitosissimo, per carità, decise che dell’infausto baccano di costoro ne erano traboccanti persino gli otri al posto del vino – che tanto non sarebbe stato affatto buono – era dunque arrivato il momento di imporre il proprio dominio sulle placide popolazioni circostanti che potevano dormire in pace, altrimenti lì si rischiava una crisi di nervi e chi lo governava il regno? Quello fu giorno di gloria e banchetti gloriosi e altrettanto gloriose preparazioni e ancora banchetti e infine sempre gloriose digestioni.

Dei mesi che seguì cantano i poeti, che – per la verità piuttosto stonati – dicono:

«Dopo molte lune ma neanche troppi soli raggiungiamo vigorosi il fiume Magari, che il nostro sire conquista lavandocisi e rinomina, ma poi il novello appellativo non soddisfa e lo battezza Magari sotto una pioggia scrosciante ma asciutta di applausi, che col suo calore asciuga il nostro re fradicio. Oltre al fiume Magari troviamo un villaggio: gli uomini stanchi si sistemano nelle case che scoprono abitate e tosto infiammano d’ardore e di fiamme. Arrostite le case non si può in esse dormire, e non è certo quelle che mangeremo, per cui il sire glorioso invia una spedizione a far provviste e un’altra a montare il regio accampamento, mentre il villaggio viene demolito definitivamente in quanto nessun nome gli si adatta e nel nostro luminoso avvenire ogni cosa verrà appellata con degno vocabolo. Infine, fattosi ormai tardi, la spedizione si riunisce, delibera e dorme per terra a stomaco vuoto: gli dei ci sono avversi, per le tende non v’è posto e la selvaggina è fuggevole, ma il sovrano nostro tira su gli animi: “Non disperate, o prodi, un pasto è effimero, ma la nostra gloria sarà eterna!” “È dunque effimero un pasto, ma lo sono altrettanto tre pasti?” domanda dunque una malalingua disfattista. “Guai a te, sciagurato traditore!” gli grida di rimando il fiero condottiero, e il miserabile è posto agli arresti; gli è concessa tuttavia la grazia e pure il perdono, quindi graziato e perdonato il soldato è egualmente posto agli arresti. La notte passa veloce, anzi lenta… ah no, è veloce… no, è lenta… ebbene, è finita. All’alba la truppa si rimette in marcia e trova ristoro in certe bacche assai gustose che lì vicino crescono spontanee e rigogliose in cespugli verdeggianti. Dopo ore di marcia imperturbabile il cammino degli eroi si affaccia da un colle su d’una città maestosa e difesa da mura poderose. Il sire dice: “Laggiù s’estende impunito un villaggio intero di miscredenti e immorali, alla carica dunque!” ma la truppa è scomparsa.

Ebbene sì, le bacche erano certo gustose e zuccherine ma persino la natura in quei luoghi impervi e meschini è contro la luminosa avanzata dei nostri, che ne sono intossicati. L’attacco è dunque rimandato al pomeriggio e la carica è furente. Dalle mura precipitano dardi di fuoco che nulla possono contro gli impavidi soldati (o quasi): una volta sotto la porta della città la si sfonda con un ariete possente e belante, dunque una volta dentro il sire grida, col volto illuminato dal sole cocente e gli occhi azzurri: “Arrendetevi e probabilmente non vi sarà fatto alcun male!”, indi i soldati nemici lo sfottono e insultano. Egli sfodera la spada e coi paladini fa giustizia. Avanza via per via con la guardia sua dorata, mentre i regi genieri puntellano le mura perché entri il resto dell’esercito. Infine queste cadono come di paglia e i soldati penetrano gloriosi nell’urbe: il sire li aspetta fiero, mentre stana la difesa nemica, che superba e impreparata, dell’attacco ne è travolta. Dunque il vile oppositore si ritira ulteriormente nella città alta, mentre i nostri, infiammati chi d’audacia e chi dei dardi vigliacchi dalla carica, si sistemano per ristorarsi dopo siffatta eroica impresa. Sua altezza reale scende dal cavallo bianco e terribile e si staglia in tutta la sua reale altezza, in verità neanche tanto alta.

Ora è il morale a essere alto e le tende neppure si sistemano, poiché la città straripa di case vuote e comode come mai nessuna lo fu per l’orda impavida nostra. Una squadra di ricognitori scelti è inviata oltre le mura che furono a cercare di che nutrirsi: essi hanno successo e scoprono ampi campi coltivati al limitare del bosco, con villaggi umili di contadini messi in fuga. I vegetali hanno un gran gusto, ma non è a verdurine che si vincerà l’assedio, né mai eroe che fu vegano ebbe gloria quanta se ne avrà qui. Si va dunque a caccia e il sire scortato dai suoi cani e dai suoi servitori si diletta nel tiro con l’arco, eppure falla la mira e il dardo va lontano e non ferisce più che un albero: “Ahi, arma rovinosa! Fatta male fosti, eppure i grandi mastri arcai della terra mia ti progettarono e forgiarono con sommo ingegno!”, tant’è che un alto consigliere che l’accompagna risponde e lo favella in tali termini: “Sire mio altissimo e maestoso, l’arco rasenta la perfezione tecnica, dunque siete voi che, abituato all’ardimentoso duello col nemico, non riuscite nel lanciare da distanza un dardo impari e codardo, infatti il vostro nemico sempre vi vede e mai vi teme dalle spalle.” Così detto, il sovrano estrae la spada luminosa e, avvistati due esemplari di certe bestie cornute, le insegue con coraggio. Giunto in prossimità loro, una la ferisce e l’altra la risparmia, sicché se ne sparga la voce del nobile cacciatore. Ma la bestia ferita tosto si dissolve in polvere d’oro, indi una guardia esclama estasiata: “Oh sire, la creatura che colpiste non fu pasto per i guerrieri indomiti, ma creatura mitologica, in quanto voi trovaste il Cervo Sacro che abita queste terre! Sarete dunque voi il nuovo condottiero di questa landa impervia!”. Proferite codeste parole ricche d’emozione, il soldato smonta e s’inchina, dunque lo seguono i compagni.

Alla sera si affilano le armi per la giornata che seguirà in breve tempo, ma risuonano pure alte e numerose le grida di giubilo per il re eletto dagli dei stessi. La notte stavolta corre rapida e al mattino i guerrieri sono pronti, nonostante si siano dovuti contentare delle verdure. I generali ordinano le truppe col righello e col compasso, tant’è che infine i battaglioni sono così ordinati che mandarli a combattere sarebbe un peccato. Ma il sire è pronto e intende portare anche ivi la certezza, avendo scoperto nella notte da un abitante che la città ha l’ingiurioso nome di Chissà. Il nostro condottiero si è arrovellato dunque in cerca d’un nome nuovo, e infine decide d’appellarla “Non”: un nome fermo e deciso, stoico e inflessibile che riflette l’animo dei suoi conquistatori. È ancora presto, ma si attacca la città alta, presidiata dalle truppe resistenti che tentano la difesa con ogni mezzo, più o meno dignitoso, ma soprattutto meno. Mentre si sale sul colle per raggiungere il palazzo reale, il nemico ci martella con nuovi dardi, – ma dove mai li troveranno? – eppure noi avanziamo imperterriti, guidati dal sire che ci incita dalla prima linea. Sbaragliato il nemico dalla via, giungiamo di fronte al portale del palazzo reale, che stavolta si sfonda a spallate perché l’ariete ha ancora il mal di testa. Penetriamo dunque nelle sale ampie e mal affrescate, infine troviamo un ultimo manipolo di guerrieri nemici guidati dal loro pavido sovrano. Il nostro, che è senz’altro più elevato, smonta da cavallo, anche perché è cattivo costume condurre quadrupedi al chiuso, e s’avvicina al nemico. Lo scruta con lo sguardo della lince, l’altro gli risponde dapprima con quello del falco e poi con quello dell’orso bruno, ma è vagamente strabico e non vi riesce. Sconfitto anche su questo fronte, il miserabile prende la parola: “Cosa ci fate qui, cosa cercate nel nostro regno?” e il nostro sire, ancora gongolante per la vittoria ottenuta poc’anzi: “Giungemmo in codesta landa per diffondere il lume della ragione e portare la certezza! Voi vi ricoprite d’insicurezze con questi nomi ingiuriosi e chiamate Magari il vostro fiume e Chissà la vostra città: siamo stufi di ciò, da oggi questo posto sarà la mitica città di Non e nessuno potrà metterlo in dubbio!”. Detto ciò, persino gli impavidi paladini si commuovono delle sante parole del loro re, che si rivela reale eccellenza persino come oratore. Il suo oppositore mugugna qualche risposta confusa, ma ha torto e dunque fugge. I soldati vogliono inseguirlo, ma il condottiero nostro li frena: “Il disonore sarà per egli pena sufficiente, ora andate e dite ai vostri fratelli e alle vostre sorelle che vincemmo”.

Lune dopo il popolo si riunisce in pubblica piazza a festeggiare il sire che diventa imperatore. Anche i locali, incuriositi, assistono e, convinti dal suo onore, gli giurano devozione. Oramai la città di Non è grande e verrà ampliata, le mura ingrandite e gli edifici abbelliti. Il buio passato è lontano per tutti, il vino qui è buono e nessun uccello starnazza impietoso, così che la notte tutti riposano beati e il giorno sono lucidi e attivi. Il sire nostro, ebbro di gloria e successi, parla con voce solenne e lo odono tutti gli astanti, persino i più lontani: “Miei sudditi, questo giorno è un gran giorno, poiché davanti a noi si apre un lungo periodo di pace e prosperità! Non avrete più motivo d’aver dubbi e sarete padroni delle vostre esistenze: tutti saranno uguali – certo, io più uguale di altri – e avrete pieni poteri sulle vostre vite!”. Il Sommo Sacerdote solleva dunque alta la corona sul capo del re, ma un dardo, l’ultimo, la raggiunge prima: la folla si volta scandalizzata e riconosce la figura del vecchio padrone di quelle terre. All’empissimo e meschino dunque non bastò la grazia concessa dal sire luminoso, ma volle una crudele vendetta! Chissà se senza il nostro imperatore saremo in grado di mantenere quello che ha ottenuto, magari questa sarà un’impresa impossibile».

Pubblicato: 5 Maggio 2022
Fascia: 13-15
Commenti
Eleonora Ines Bianchetto
Un racconto scritto in modo abbastanza arzigogolato, che tuttavia invoglia alla lettura per il suo ritmo continuo e incalzante, ha dei toni epici che si alternano, a mio parere personale, a dei momenti umoristici. Forse la prosa è un po' complessa in certi passaggi, ma resta un lavoro molto buono.
24 maggio 2022 • 15:02