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Fascia 13-15
L’autista

Dal carcere uscì un uomo pallido, sui 35 anni alto e magro, capelli chiari, occhi di un vivace azzurro. La gente guardandolo attentamente l’avrebbe quasi trovato attraente, peccato che mai nessuno si fermava, anzi affrettava il passo intimidita dal lerciume che invadeva ogni singolo poro della pelle del ragazzo. I suoi abiti erano logori e strappati e l’alito emanava un pungente odore di alcol; il suo nome era Jimmy, ed era uno dei miei tanti «amici» o come li chiamereste voi «clienti».
Era la sesta volta in un mese che parcheggiavo la mia auto di fronte al carcere, non che avessi fatto nulla di male, io non ho mai fatto nulla e basta, ma sono l’unica persona di New York disposta ad andare a prendere un qualche poco di buono che termina di scontare la propria pena che ha bisogno di un passaggio per tornare a casa sua. Ogni settimana c’era sempre almeno un cretino che si faceva beccare a rapinare un discount o a borseggiare una sfortunata vecchia con meno soldi di lui.
Questo è il mio mestiere, faccio l’autista privato, però non lavoro con i soliti e noiosi ricconi, ma solo ed esclusivamente con la peggiore feccia americana, molte volte non vengo nemmeno pagato, ma non mi interessa, quello che voglio sono solo le loro bellissime, cruente, spaventose storie, racconti di crimini, truffe, assassini e violenze.
Ed è l’unico pagamento che richiedo, se non hanno nulla di interessante da raccontare non li faccio salire in macchina.
Ma torniamo a Jimmy. Dopo averlo fatto entrare in auto, si mise comodo sul sedile posteriore, vicino al finestrino, «Dove vuoi andare?» «Non lo so» rispose, il suo sguardo era perso tra gli alberi e tra le case che velocemente sfilavano tutte uguali al nostro passaggio. Decisi di portarlo davanti a uno dei tanti parchi di New York distante qualche oretta, il tempo giusto per un bel racconto.
Gli chiesi di raccontarmi la sua storia e lui accettò. Tutti acconsentono, non so il motivo ma credo che sia per il mio tono di voce, affabile, la voce di un uomo di cui ti puoi fidare.
Il ragazzo iniziò a parlare:
«La mia pena è durata cinque anni, tre mesi e due giorni, tutto per colpa di una rapina finita male. A quel tempo lavoravo come guardia nella stessa banca che successivamente ho provato a depredare inutilmente. Il direttore era una persona sgradevole, avido come pochi, non dava prestiti se non era completamente sicuro di ricevere indietro i soldi con tutti gli interessi, e gli interessi solitamente superavano almeno del doppio il prezzo iniziale. È un mistero che non sia ancora fallito. La mia paga era ridicola, a malapena riuscivo a comprarmi da mangiare, figurati un’assicurazione sanitaria.
Un giorno venne da me e mi mostrò una lettera di licenziamento, non aveva mai subito un furto e gli sembrava una spesa inutile pagare una guardia. Licenziare me! Il suo fidato dipendente, l’unico – oltre a lui  – a conoscenza di tutti i codici per entrare nella sua squallida banca senza far scattare alcun allarme!
Il mattino del dodici febbraio, esattamente una settimana dopo il mio congedo, cinque uomini con il viso oscurato da un pezzo di stoffa fecero irruzione nel mio ormai ex posto di lavoro. Non incontrarono nessuna resistenza in quanto l’unica difesa era stata licenziata sette giorni prima. Aprimmo facilmente il caveau, ogni componente della banda era munito di un resistente sacco di tela e di qualche rudimentale attrezzo. Solo quello. Riempimmo uno a uno ogni sacco fino all’orlo. Eravamo diventati ricchi.  Dopo aver legato il mio vecchio capo con una corda, non resistetti alla tentazione e feci l’errore più stupido della mia intera esistenza: “Ehi direttore, non le serviva una guardia, vero?” Scoppiai a ridere e correndo raggiunsi gli altri sull’auto della fuga. La prima notte ci nascondemmo in una vecchia fabbrica abbandonata. Ma poi pensammo che avremmo attirato ancor più l’attenzione dei nostri vicini e quindi decidemmo di tornare ciascuno a casa propria a riprendere la nostra vita “normale”.
Nel giro di tre giorni il campanello della mia casa suonò incessantemente per una decina di minuti. Era la polizia. Dopo quello che avevo detto al direttore, gli era bastato fare due più due. Era ovvio per lui che ero stato io a derubare la banca e non aveva aspettato un secondo per denunciarmi. Provai a scappare dalla finestra ma fu tutto inutile. Quindici  minuti dopo ero ammanettato, seduto su una volante, dritto al commissariato. Lascio immaginare a lei la fine del racconto», sospirò.
Attraverso il vetro, ormai appannato dal fiato caldo del ragazzo, si poteva scorgere un grande cancello dietro il quale le fronde degli alberi più alti si stagliavano incombenti su di loro… Eravamo arrivati. Jimmy allungò le proprie braccia verso il tettuccio per stiracchiare gli arti intorpiditi dal lungo viaggio. Era stanco, spaesato con lo sguardo di chi non sa bene dove andare. Mi offrì i pochi dollari che gli erano rimasti e io li presi volentieri. Aprii lo sportello della macchina e feci scendere il ragazzo dall’auto, lasciandolo in balìa di se stesso. In qualche modo se la sarebbe cavata.
Avviai il motore allontanandomi sempre di più dal parco senza una meta precisa. Era stata proprio una bella storia, pensai, e per quel giorno poteva bastare.

Pubblicato: 25 Maggio 2022
Fascia: 13-15
Commenti
Pietro Pozzoni
Le storie sono il miglior pagamento: riempiono parte di quel vuoto della nostra esistenza con esperienze che abbiamo vissuto e di sentimenti che abbiamo provato. Adoro la fine scontata ma fantastica di un silenzio.
06 giugno 2022 • 17:42