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Fascia 16-19
La stagione delle fragole

Uno dei miei professori, in un’occasione, raccontò una storia. Il principio era la sua insoddisfazione verso le stagioni, in particolare verso la frutta. Mi spiego meglio: la frutta è, notoriamente, accessibile in diverse tipologie a seconda della stagione in cui si presenta. Ecco, a lui questo non andava giù.

Al mio professore piacevano esageratamente le fragole, lui amava le fragole e, casualmente, il periodo più difficile della sua vita lo ritrovava alla fine della primavera.

Concluso il discorso, la sua ultima e anaforica frase era: «Mi consola che ritornino».

Silenzio. Un silenzio assordante, di quelli che non te ne dimentichi più, anche perché avresti continuato a pensare all’attinenza delle fragole con la spiegazione di Italo Calvino. Ma come gli era venuto in mente?

Quella lezione, interrotta dal suono della campanella, lasciò un alone gigantesco su tutti noi studenti che, involontariamente, etichettammo il professore come un folle. E lui, quando i più coraggiosi lo affrontavano, guardandolo pienamente nelle cupe pupille, rispondeva che Pirandello non l’avevano capito e che, in fondo, stare a un passo dalla follia era più impegnativo che immergersi dentro di essa.

Così enigmatico, ambivalente, consapevolmente controverso, il professore amava concludere le frasi con i puntini sospensivi, fare, banalmente, la lista della spesa per tenere tutto a mente, leggere i racconti di Carver. Ci fu un giorno, emblematico, in cui spiegò quest’ultimo punto: li adorava perché non c’era il finale. Raymond Carver, dal canto suo, non penso che volesse essere apprezzato per questo, ma sarebbe sicuramente stato appagato da tutti i possibili epiloghi fornitigli dal mio insegnante.

Durante le lezioni, il professore ribadiva l’estrema importanza del farsi parte di ogni storia che si leggeva, di imprimere nella memoria quei personaggi, le loro vite, non lasciarli all’ultima pagina, perché avrebbero potuto insegnarci qualcosa per sempre. Noi provavamo spesso ad attuare tutto questo, di solito avviavamo polemiche semplici e stereotipate nei confronti degli autori però, in realtà, dentro di noi desideravamo tanto raccontare, oppure essere raccontati. Avremmo voluto divenire un punto di riferimento, come i protagonisti dei libri che sfogliavamo in quegli anni.

Poi lasciai il liceo. Mi ritrovai scaraventata nel mondo universitario in modo totalmente impattante, divisa tra scoperte e tradizioni. Il senso di inquietudine permeava la mia quotidianità, ma non la modificava. Decidevo arbitrariamente di adottare una personalità evitante rispetto a situazioni che avrebbero richiesto tutta la mia razionalità e la mia sfera emotiva nella sua interezza. Era opportunismo? Assolutamente sì, ma da Freud avevo imparato che mi sarei collocata nel mondo a mio interesse (e, forse, a mio vantaggio), gettando nell’oblio dell’inconscio le mie paure.

Tentare di visualizzare i miei sogni in una realtà pragmatica non leniva le mie presunte incertezze. Preferivo fuggire, quindi. Dove? Nei trascurabili (ma, paradossalmente comici) momenti di infelicità di Francesco Piccolo, nella coscienza di Zeno, che era molto simile alla mia, nel treno di Anna Karenina, che bramavo di aspettare insieme a lei. Mi rifugiavo nei libri, nelle loro storie intrise di verità e astrazione, e lì scelsi il mio cantuccio, il mio Carpe diem oraziano.

Un giorno, con un cielo particolarmente plumbeo e le nuvole che scorrevano un po’ più rapide del solito, ritrovai un libro che conservavo da tempo, mai aperto, ma con apposto un segnalibro. Il mestiere di scrivere, Raymond Carver. Il segnalibro denotava un’importante prima pagina recante una dedica da parte del mio professore delle scuole superiori. Solo in quel momento, ricordai l’attimo in cui lui scelse un libro per ognuno di noi, suoi alunni, da regalarci nell’ultimo giorno di scuola. Quando ce li distribuì, tacque in maniera enigmatica, e non ci salutò mai, ma varcò la soglia affermando «Fatene buon uso». Non l’abbiamo più rivisto. O almeno io non l’ho fatto.

Lessi quel libriccino in poche ore, compresi a pieno la sua dichiarazione d’amore nei confronti della letteratura. Quella short-story si infilò così tanto nelle mie membra, che percorse velocemente l’ipotalamo e provocò, inaspettatamente, pulsazioni fulminee al cuore.

Anche io avrei insegnato a scrivere, anche io avrei confortato i dubbi, o i dubbiosi, li avrei illuminati con la stessa lanterna che aveva aiutato me. Anche io, ero sicura, avrei dichiarato amore alla letteratura, e l’avrei divulgata come un bene di prima necessità. Avrei lottato per tenere aperte librerie e biblioteche anche durante una pandemia.

Avevo finalmente compreso la denominata «follia» del mio professore, solo ora mi era chiaro il suo amore per le ellissi, soprattutto per quelle conclusive. Lui, in quel modo, non avrebbe mai dovuto dire addio ai libri, a quelle che erano divenute storie sue, e anche mie. Il finale sospeso avrebbe potuto costruirlo autonomamente, oppure non definirlo mai, avrebbe potuto anche galleggiarci dentro.

A lui piacevano le fragole in modo incredibile, perché in autunno era costretto a dir loro addio? Quanto è devastante, e incredibilmente poco empatico, dire addio? Per quale motivo tutte le cose devono avere un compimento, un termine? Non devono, difatti, al contrario di quanto si creda.

E per quanto riguarda le fragole, avrebbero vissuto lo stesso numero di primavere del mio professore. Si consolava, perciò, che tornassero: tornava anche lui.

A quel punto la mia vita subì una grande deviazione positiva, fui sommersa di soddisfazione e traguardi e, con gli anni che procedevano sempre più illusoriamente veloci, mi indicai la direzione giusta per proseguire. Era quella adatta a me, e lo è stata davvero: dedicai la vita alla vita, e mi venne in soccorso la letteratura.

Riscosso abbastanza successo da ritenermi qualificata per indirizzare il mio pensiero al passato, più che al futuro, era giunto il fantomatico momento di andare a trovare il mio professore del liceo.

Qualsiasi posizione tentassi di adottare non fermava il tremolio che sembrava espandersi così tanto da arrivare al cervello. Non capivo come potesse mettermi ancora soggezione quella figura, o meglio: quel profilo immaginario che un ragazzino di sedici anni sceglie di attribuire a un uomo, nel bene o nel male. Ed io, lì, di fronte alla sua porta in ottone blu perlato, sentivo che questa volta l’interrogazione sarebbe andata male.

In effetti, ho sempre avuto doti premonitrici.

Lui non c’era, mi ritrovai dinanzi alla sua delicata moglie, con il viso meno splendente del solito e il sorriso più timido. Trovai il coraggio di salutarla quando lei mi riconobbe, poi mi invitò a entrare, ma non chiamò nessuno a sedersi con noi.

Mi guardavo intorno, avevo un frullatore di domande in testa che faceva troppo rumore, avrei voluto vomitarle tutte in un solo secondo, la gamba non aveva mai smesso di tremare e mi rendevo conto di star parlando senza l’utilizzo dei connettivi logici. La dolce signora sedutami accanto taceva a testa bassa, finché non mi rivolse due pupille cupe, uguali a quelle del mio professore, ma stracolme di lacrime, grigiastre, se fosse stato possibile, avrei detto rugose, consumate dal tempo.

Capii immediatamente. Il frullatore cessò.

Tornai a casa, incontrai vari editori al lavoro, corressi e diressi qualche pubblicazione in quelle settimane, ma tutto fu profondamente vuoto e tenebroso, perciò andrò direttamente al finale di questa storia, simbolicamente: il «non-finale».

Caro professore, 

volevo dirle che io, ora, ho compreso la sua follia. Volevo scriverle che aveva ragione, che forse Pirandello non l’avevo studiato bene; che aveva ragione sulle fragole, hanno durata breve al supermercato; che non aveva torto nella dedica che mi scrisse tanto tempo fa: il mestiere di scrivere, adesso, è diventato il mio… 

Mio incredibile professore, l’imperfetto sarà anche il tempo della continuità come vedemmo in Leopardi, ma forse lo sto utilizzando in modo improprio. Utilizzerò il condizionale, che forse è più corretto. 

Avrei voluto scriverle che è grazie a lei se sono riuscita a farmi strada, ad accendere i fiammiferi anche con il vento, avrei voluto farle sapere che ora scrivo anch’io, anche se lei l’ha sempre saputo, che però sto riscuotendo sorrisi e approvazioni, (e questo era un po’ meno probabile che accadesse davvero). 

Professore, io vorrei spiegarle qualcosa in questa lettera, mi permetto di farlo e non so se ne sono all’altezza. Vorrei spiegarle come gira il mondo quando i lampioni sono spenti, il pavimento è ghiacciato e la meta è lontana. Come si prosegue se non si ha una visuale d’insieme? Ecco, vorrei farle presente che lei, nonostante tutto, non l’ha mai persa. 

Con quale coraggio, quindi, un uomo qualunque avrebbe additato nel cielo un nuovo orizzonte, con quale assurdità avrebbe percorso quella lastra di ghiaccio? Un uomo qualunque non l’avrebbe fatto, ma un folle decisamente sì. Ad armi pari, la follia terrà sempre stretta la presa, e non è vero che è una forma di normalità, come asserisce la maggior parte degli aforismi commerciali in giro, la follia è tutta un’altra cosa. 

Se fossimo su una bilancia, mio puro professore, lei provocherebbe lo squilibrio maggiore, perché, senza dubbio, la follia pesa, ma è chi le insegna a camminare il vero eroe. 

In un mondo spento, la luce deriva da chi agisce, stupisce. Sensorialmente, lo stupore è istantaneo, sensistico in termini poetici, come un lampo squarciante. 

E allora, se lo squarcio non si rimargina? Rimarrebbe l’ Aleph di Borges, oppure il suo esatto contrario: quello che è un infinito, pieno di stelle o interamente piatto. 

Professore, che brutto doversi dire addio! Lei aveva ragione. Se la stagione delle fragole fosse per sempre, la primavera non tornerebbe più. Ma se l’infinito fosse per tutti, non basterebbero tre galassie. Lei l’ha scoperto, forse è lì che sceglierà di navigare, forse è lì che opterà di vivere davvero. Me lo faccia sapere, in qualche modo, poi la raggiungerò. 

Ma, mio infinito professore, se sono gli occhi a dover mutare e non il mondo intero, perché le sue pupille erano così cupe?

Avrei dovuto dire addio al mio professore in quella lettera, ma non conclusi così. Lui non avrebbe potuto rispondermi.

Finii con «Mi consola che ritornino». Intendevo le fragole.

Pubblicato: 9 Maggio 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Alessandra Portillo Torres
Decisamente uno fra i testi che preferisco di più in questo sito, adoro il modo in cui è stato scritto e la lettera finale mi è piaciuta particolarmente.
24 maggio 2022 • 13:50