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Horror
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Fascia 16-19
La rosa

Aveva già percorso dieci miglia, eppure il paesaggio era identico a quello che ormai da diverso tempo dominava il suo campo visivo: distese di campi biondeggianti a perdita d’occhio, punteggiate dal rosso fuoco dei papaveri e dal blu dei fiordalisi, interrotte ogni tanto dai ruderi di un casolare abbandonato. Alle sue spalle, il sole stava oltrepassando la linea dell’orizzonte tingendo il cielo di un delicato color malva e proiettando lunghe ombre scure sul sentiero. Di sottofondo, il frinire delle cicale accompagnava ritmicamente il rumore degli zoccoli del suo cavallo. Eppure c’era qualcosa di innaturale nel colore dei fiori, reso ancora più sgargiante dalla luce intensa del tramonto, nel cielo talmente terso da procurargli un senso di vertigine non appena volgeva lo sguardo all’orizzonte. E soprattutto, era assai inquietante il fatto di non aver incontrato anima viva da quando aveva lasciato la locanda dello sperduto paesino dove aveva trascorso la notte precedente. A pensarci bene, tutto gli appariva sotto una luce più inquietante da quando aveva messo piede in quel piccolo borgo: un pugno di case e una chiesetta in rovina immerse nella campagna ai margini di una misteriosa foresta, che addirittura secondo i racconti popolari era abitata da quelle creature che in genere si trovano solo nelle più antiche fiabe per bambini. Probabilmente, anzi, sicuramente tutta quell’agitazione era frutto della suggestione generata dalla sfuggevolezza e dall’arcanità di quei luoghi, che aveva stimolato la sua fervida mente di scienziato aumentando la sua sensibilità nei confronti dei racconti locali. Tuttavia, aveva l’impressione di essere vittima di un sortilegio che gli impediva di pensare razionalmente e di scacciare definitivamente quelle sensazioni, che si limitavano a rimanere relegate in un angolino della sua testa per poi ripresentarsi puntualmente un momento dopo. Questi erano i pensieri che in quella calda sera di fine maggio occupavano la mente di Reginald Hopkins, cinquantaquattro anni, una moglie, tre figlie già felicemente sistemate, due pastori tedeschi ben addestrati e un paio di scialbi occhietti azzurri che scrutavano insistentemente la strada e i campi circostanti. In uno slancio di entusiasmo si era risoluto a partire il prima possibile per la foresta e, senza badare alla sconvenienza dell’orario, aveva fatto sellare il proprio cavallo ed era partito. Erano trascorse appena due ore da allora, eppure l’anomala calura primaverile dilatava il tempo tanto che la fatica e la stanchezza gli si appiccicavano addosso come se avesse cavalcato per un giorno intero. Fin dalla partenza lo accompagnava la spiacevole sensazione di essere osservato, e ad ogni curva si voltava come a voler sorprendere un immaginario inseguitore che lo spiava da dietro uno dei grandi alberi che sorgevano ai margini dei campi. Mentre la luce del sole scemava oltre l’orizzonte la campagna cedette finalmente il passo a un fitto bosco di querce. Non appena si addentrò nella foresta una lieve brezza cominciò a soffiare fra le cime degli alberi; eppure a lui parve di udire un sussurro sommesso, quasi un avvertimento: «Va’ via, questo non è posto per te». Forse iniziava a comprendere perché la vecchia locandiera lo avesse guardato storto quando aveva espresso la volontà di visitare la foresta per condurre ricerche in merito ad alcune rarissime specie vegetali che si diceva essere esclusive di quel particolare ambiente. Senza alcun preavviso il cavallo si fermò bruscamente e Hopkins rischiò di cadere malamente a terra; ci mise così alcuni istanti ad accorgersi che la strada si era interrotta e che sarebbe stato costretto a procedere a piedi. Armatosi dunque di una discreta quantità di provviste, provette, pinzette, forbicine e soprattutto del suo fedele taccuino, legò senza troppe cerimonie il suo destriero al ramo di una quercia e si avventurò nella vegetazione.

La luce del crepuscolo avvolgeva gli alberi in un manto di velluto blu, creando un’atmosfera allo stesso tempo magica e misteriosa. Le cime degli alberi si stagliavano intricate sul cielo indaco, formando una sorta di rete che ingabbiava la foresta e suscitava nel cuore dell’uomo un tale senso d’oppressione da costringerlo a distogliere lo sguardo. Qua e là enormi massi coperti di muschio sembravano rammentare a Hopkins l’antichità della foresta erigendosi maestosi come santuari. Dopo circa mezz’ora di cammino, cominciò a sentirsi le palpebre pesanti:

«Coraggio Reginald», pensava tra sé. «Se vi fermate adesso non sarete più in grado di uscire dalla foresta… e poi chi baderà al vostro cavallo?»

Tuttavia queste considerazioni non furono sufficienti a dissuaderlo dal fare una pausa e nel giro di poco tempo si ritrovò steso ai piedi di un faggio e iniziò a russare sommessamente.

Venne svegliato una ventina di minuti dopo da una spiacevole sensazione di prurito al naso; non appena aprì gli occhi si trovò faccia a faccia con l’insetto più bizzarro che avesse mai visto invita sua: sei lunghe zampe attaccate a un corpo esile e delicato come i petali di un fiore, tenuto sospeso a pochi centimetri dalla punta del suo naso da un paio d’ali da libellula che rilucevano alla luce lattiginosa della luna; infossati nel cranio ossuto due minuscoli occhietti neri lo fissavano intensamente. Boccheggiando per lo spavento, si rizzò a sedere. Lo spettacolo che gli si parò davanti tuttavia gli tolse completamente il fiato: nugoli di quegli strani insetti danzavano tra le chiome degli alberi e pattinavano sulla superficie argentea di un laghetto che, per la stanchezza, non si era dato la pena di notare prima. L’intera foresta era rischiarata dal chiaro di luna, che proiettava ombre scure sul sottobosco. Osservando rapito quegli esserini che si muovevano leggiadri seguendo una sorta coreografia silenziosa, una parola si materializzò nella sua mente: «Fate». Quale altro nome poteva altrimenti attribuire a quelle creature, talmente diafane e sfuggenti da sembrare uscite da un libro di racconti per bambini?

Estasiato, si lanciò all’inseguimento della fata che l’aveva svegliato, incurante dei rovi e degli arbusti che gli graffiavano il volto e le mani . Gli sembrava di vivere in un sogno; si sentiva talmente immerso in quel magico luogo da perdere il senso del tempo e dello spazio. Eppure, se fino a qualche ora prima non si sarebbe azzardato a inoltrarsi ulteriormente nella foresta, ora procedeva speditamente tra gli alberi sempre più alti e maestosi man mano che si avvicinava al cuore della foresta. Ogni tanto si fermava ad ammirare quelli che incontrava, i più strani che gli fosse mai capitato di incontrare, così diversi da quelli con cui aveva a che fare di solito. Ma le sue osservazioni si facevano sempre più rade ma mano che procedeva, e ben presto il suo unico scopo divenne seguire la fata. La foresta agiva su di lui come una droga di cui, più andava avanti, meno poteva e voleva fare a meno; si sentiva allo stesso tempo stordito ed euforico, e ad ogni passo che faceva gli sembrava di scorgere nuovi particolari, nuovi anfratti, nuove creature di cui non avrebbe mai nemmeno sospettato l’esistenza. Improvvisamente la fata si arrestò, e lui si rese conto di essere ai margini di una piccola radura. La creatura si era fermata sopra a un gruppo di massi sulla riva di un altro laghetto. Il silenzio tombale che regnava in quel luogo colpì Hopkins come un pugno in pieno viso. Non un solo alito di vento increspava la superficie della pozza, che nonostante la luce lunare appariva nera come la pece. La brama che aveva sospinto Hopkins fino a quel luogo tornò a farsi sentire, stavolta così intensamente da togliergli il fiato. Avvicinatosi ulteriormente, ciò che vide lo lasciò estasiato: incastonata tra le rocce come una pietra di inestimabile valore c’era la rosa più bella che lo scienziato avesse mai visto. La luce della luna faceva risplendere i petali candidi e setosi come se emanassero luce propria; il fusto color inchiostro appariva sottile e irto di spine. Distogliendo per un attimo lo sguardo da quella visione, Hopkins si accorse che la fata che lo aveva condotto in quel luogo era sparita. Un’improvvisa ondata di desiderio lo costrinse a fissare di nuovo lo sguardo sulla rosa, e il suo battito accelerò; gli sembrava che a ogni istante la bellezza del fiore diventasse sempre più ammaliante. Tese le mani per toccare le rocce e rimase stupito del pallore che avevano assunto; tuttavia non se ne curò e tentò di issarsi sui massi per raggiungere il fiore. Alzò  nuovamente lo sguardo su quei petali impalpabili. Se fosse stato più lucido avrebbe giurato che avevano assunto una sfumatura rosata simile a quella del quarzo. Spinto da un bisogno irrefrenabile Hopkins cominciò a scalare le rocce. Era certo che se non fosse riuscito a raggiungere la rosa sarebbe morto; provava per quel fiore un’attrazione che nulla aveva mai suscitato prima in lui. Giunse in cima con il fiato grosso e le pupille dilatate per l’eccitazione. Con l’ultimo briciolo di lucidità che gli restava notò che il colore della rosa era cambiato nuovamente e si avvicinava al rosso dei coralli descritti nei libri illustrati che gli piaceva tanto sfogliare nella sua biblioteca. Protese la mano cadaverica per afferarne l’esile fusto. Non appena le sue dita si chiusero sul gambo le spine penetrarono nella carne come spilli appuntiti; tuttavia il dolore lo spingeva a serrare le dita sempre più forte. L’istinto lo spinse a posare la mano subito sotto la corolla e come guidato da una forza esterna affondò la mano nei petali. Il suo battito accelerò fino a ridursi a un sordo ronzio mentre lui immergeva il naso tra i petali inalando un odore di putrefazione che contribuiva ad aumentare la sua eccitazione. Dopo qualche istante lo attanagliò la paura che quel momento potesse finire. Nessun altro avrebbe più potuto avere accesso alla rosa, a quella perversa fonte di piacere; l’unico modo per avere per sé il magnifico fiore era estirparlo e portarlo via. Strinse un petalo e lo tirò; questo venne via senza fare resistenza, tanto che Hopkins si sbilanciò e cadde carponi sull’erba ai piedi della roccia. Un senso di vertigine lo stordì, costringendolo a stendersi. Alzò lo sguardo verso il petalo rosso sangue che teneva ancora in mano mentre un inaspettato torpore gli avvolgeva le membra. L’ultima cosa che vide prima che le tenebre lo avvolgessero fu la rosa, anch’essa d’un rosso scuro e vivo.

Venne trovato alcuni giorni dopo già in stato di decomposizione da un gruppo di cacciatori. La cosa che più li colpì, più che l’orrore di quel corpo mutilato dagli animali, fu l’assoluta mancanza di sangue. Pochi metri più su, la rosa bianca aspettava la sua prossima preda.

Pubblicato: 21 Maggio 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Angela Di Pietro
mi è piaciuto moltissimo, specialmente le descrizioni di tutti i colori e le ambientazioni, mi hanno proprio fatto immedesimare!
24 maggio 2022 • 23:52
Alessandra Portillo Torres
Il testo mi è piaciuto molto e ha subito attirato la mia attenzione, le descrizioni del paesaggio e delle emozioni del protagonista rendono la lettura ancora più interessante
23 maggio 2022 • 16:38