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Fascia 16-19
La ragazza con il violino

Una lunga lista di cose da fare sulla lavagnetta attaccata al frigo regolava le giornate di Luca, impegni scritti con il pennarello indelebile da anni affissi lì, immobili e incancellabili, come la routine di Luca.
Le sue giornate iniziavano sempre allo stesso modo, perché lui amava che le cose seguissero un ordine ma soprattutto che rimanessero uguali. Si innervosiva quando trovava il bidone dell’immondizia a destra del portone invece che alla sua sinistra, quando sua madre andava a casa sua per dargli una mano con il bucato e non rimetteva il detersivo nel giusto scompartimento nell’armadio, quando i vestiti nel cassetto non erano messi nel modo giusto, o le scatole dei cereali non erano state riposte in ordine di altezza. Ogni cosa aveva il suo posto nella casa di Luca, ed era così anche nella sua vita, ogni impegno aveva un suo orario.
Anche quella mattina, dopo aver bevuto il suo tè dosato con le corrette quantità di zucchero, quando arrivarono le 8.15 andò a prendere l’autobus alla fermata che stava all’incrocio di casa sua, senza sapere che da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata irrimediabilmente. La domanda che ogni giorno gli faceva sua madre era per quale motivo lui prendesse quell’autobus se una reale meta di arrivo non esisteva e mai era esistita.
Ma quella reale meta che non si palesava agli occhi degli altri, per lui era la parte più importante della sua giornata.

Dall’età di cinque anni Luca era un attento osservatore, un vero maestro nell’arte dei dettagli. Sin da quando sua madre lo portava al parco vicino casa si sedeva sull’erba per guardare ciò che lo circondava e così era riuscito a memorizzare i fiori, le piante, ogni particolarità la teneva stretta nella sua testa, come una fotografia; una volta tornato a casa apriva il suo quaderno per poi poter disegnare quello che la sua mente aveva trattenuto. L’arte diventava la sua fuga dalla realtà in quel mondo rumoroso riusciva così a trovare la sua pace. Alle 8.21 arrivò il suo autobus ed ecco che aperta la portina lui entrava nel suo atelier, gli piaceva definirlo così. Davanti a lui c’erano come sempre i suoi soggetti. Luca amava incontrare quasi sempre gli stessi volti su quella corsa dell’autobus. Alcuni li vedeva solo una volta, altri scendevano troppo presto e non aveva abbastanza tempo per dipingerne i particolari; ma altri invece li incontrava spesso, e tutti quelli che catturavano il suo sguardo venivano dipinti sul suo quaderno, quei fiori del parco ora diventano volti. Ne faceva però un’attenta selezione, perché come Luca dipingeva solo quei fiori particolari anche quelle persone per lui avevano qualcosa di speciale. Erano persone completamente diverse tra loro ma tutte quante avevano abitudini comuni che ripetevano tutte le mattine, proprio come lui.

Quella mattina occupò il suo solito posto, quello davanti a sinistra, che gli permetteva di essere rivolto verso la coda del veicolo, così da prendere il suo quaderno, la sua matita, piegava le sue ginocchia, cercando di farsi più comodo possibile, e iniziava a ritrarre. Aveva ritratto almeno tutti una volta, ma alcuni soggetti erano più ricorrenti. Quel giorno nel posto in fondo a sinistra c’era «l’ingegnere» con i suoi buffi occhiali, che scarabocchiava il suo tablet come ogni mattina; la bizzarra signora dai capelli grigi brizzolati con il suo bizzarro cane in borsetta, la giovane madre che accompagnava il suo bambino a scuola, ma non si sedeva mai in un posto, rimaneva sempre in piedi con degli occhi contornati da occhiaie, stanchi ma anche affranti, malinconici di un passato felice o forse speranzosi di un futuro diverso. Alla sua sinistra sedeva sempre il giovane ragazzo che ascoltava la musica a volume troppo alto tanto da sentirsi al di là delle cuffie. Ciò disturbava Luca che i rumori e il chiasso li aveva sempre odiati, per questo non andava mai al supermercato, ma era sua madre a fare la spesa per lui. Bisogna ammettere che su quell’autobus Luca aveva affrontato tante delle sue più grandi paure, la prima: le persone, odiava dover interagire con gli altri; la seconda: lo sporco, Luca amava il pulito e sui mezzi pubblici la sua ossessione per i germi doveva essere accantonata; ma soprattutto odiava la terza: il rumore, il baccano che si creava, per questo amava quell’autobus, perché le persone che lo prendevano amavano stare in silenzio, come lui. E così tempo a tempo incominciò a sopportare anche quel ragazzo e la sua musica troppo alta.

Ma tra tutti, era una ragazza quella che riempiva la maggior parte delle pagine del suo quaderno: la ragazza con il violino. Saliva sempre due fermate dopo di Luca e scendeva a quella prima del capolinea, con i capelli scompigliati e il suo ingombrante violino sulle spalle, che sembravano tanto esili da spezzarsi a causa di quel peso, che sembrava essere alleggerito dalla forza della passione. Così, lei era la sua Laura e lui il suo Petrarca, era la sua musa che più di tutti ispirava la sua arte. Quel giorno aveva una camicetta rosa a fiori, l’aveva già usata lunedì scorso pensò Luca, i suoi jeans blu che rimanevano larghi sulle sue gambe sottili e una molletta che le raccoglieva i suoi ciuffi. Amava il suo volto, e amava dipingerlo. Dipingere le sue lentiggini che sembravano costellazioni in quel viso bianco latte, e i suoi occhi verdi che spiccavano come stelle luminose in quella galassia sui quali ricadevano due ciuffi che con il loro colore gli ricordavano il legno mogano del suo violino. Luca la dipingeva quando apriva il suo libro, e sfogliava quelle pagine con le sue dita lunghe e sottili da ricordargli i fili d’erba sui quali dipingeva da bambino.
Mentre fuori dal finestrino le case e il paesaggio scorrevano veloci, per lui in quei pochi minuti, il tempo sembrava fermarsi e la sua mente sembrava focalizzarsi sulla matita che scorreva tra le sue dita.

«Tra tutti i fiori che ho ritratto la ragazza con il violino è certamente la migliore» diceva sempre a sua madre.
«Questi disegni sono capolavori da museo» diceva sempre suo zio, forse accecato dall’amore per il suo nipote preferito. Luca doveva ammettere che l’arte era la sua più grande qualità. Molti si complimentavano con lui, alcuni lo chiamavano fenomeno, ma come un vero artista lui notava sempre un difetto. Ed era forse a causa di quel suo senso critico che non aveva mai trovato il coraggio di mostrare a qualcuno su quell’autobus «i suoi capolavori». Ma quel giorno, qualcosa cambiò.
Arrivato al capolinea Luca si aspettava di trovare sulla panchina come ogni mattina l’anziano signore e sua moglie, ma quel giorno non fu così. Qualcosa nei loro occhi faceva capire, per come aveva descritto sua madre l’amore, che loro fossero innamorati. Però quella mattina il signore era solo, senza sua moglie ma accompagnato da uno sguardo perso nel vuoto. Luca non era tanto capace di riconoscere le emozioni, ma nonostante ciò era riuscito a capire che quel signore era triste. L’aveva capito perché i suoi occhi gli ricordavano tanto quelli di sua madre quando il medico gli aveva detto: «Suo figlio non è strano, suo figlio è autistico», occhi spenti persi nel vuoto, occhi rassegnati.

Luca crollò. Perché quel giorno le cose non erano uguali come sempre? Ma soprattutto perché qualcosa era cambiato? Luca odiava che le cose cambiassero. Così notò che su una pagina del suo quaderno c’erano ritratti anche quei due anziani, di cui però forse uno mai avrebbe potuto vedere il suo disegno. In quel momento Luca realizzò che da un giorno all’altro le cose potessero cambiare, non tutto poteva essere sotto il suo controllo. Luca quel giorno si accorse che uno di quei tanti soggetti che riempivano le sue pagine e affollavano quell’autobus delle 8.15 da un giorno all’altro potevano non essere più lì. Il giovane artista aveva dunque capito che avrebbe dovuto trovare il coraggio di mostrare i suoi disegni, trovare la forza di mostrarsi al mondo e non essere solo lo strano ragazzo del posto davanti a sinistra. Sapeva già da chi iniziare.
Così da quel giorno la vita di Luca passo dall’essere in bianco e nero come il suo quaderno a essere ricca di colore, la sua casa dall’essere silenziosa come lui amava diventò rumorosa a causa del suono di quel violino, e delle continue telefonate di sua madre, forse incredula per la nuova vita di suo figlio, o non ancora pronta per separarsi del tutto dal suo bambino. Le sue tele e i suoi pennelli perfettamente posizionati sulla scrivania dovettero fare spazio agli spartiti.

Luca aveva trovato una persona che lo completava, come nemmeno l’arte era mai stata in grado di fare, che capisse il suo animo che per tutta la sua esistenza era stato appellato come «strano». Così tempo a tempo, capì che la vita era fatta anche di imprevisti o sorprese, attimi che non possiamo controllare in alcun modo, e se questi anni fa l’avrebbero fatto andare fuori di testa, oggi in parte lo facevano sentire bene.
Da quel giorno tutto cambiò nella perfetta e programmata vita di Luca, anche su quella lista scritta nella lavagnetta attaccata al frigo, si aggiunse un punto, quello delle 10.45.

Dare un bacio alla ragazza con il violino.

Pubblicato: 23 Maggio 2022
Fascia: 16-19
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