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Il tempo nelle tasche

L’autobus è affollato come tutte le mattine, ci sono i soliti studenti, qualche impiegato con la valigetta di pelle e le signore delle pulizie che si preparano a una lunga giornata di lavoro con la faccia già stanca. Arrivo per un pelo davanti alle porte e mi trovo davanti la tipica nonna che va la mattina alle otto a fare la spesa al mercato. Una lunga pelliccia marrone scuro abbottonata fino al mento che non lascia intravedere neanche il collo, guanti e cappello, uno spento rossetto rosso che le ha macchiato anche i denti. La veterana dell’autobus colpendomi con la sua borsa mi urla: «Signorina, l’autobus è pieno aspetti il prossimo!». Non capirò mai perché queste donne si ostinano a svegliarsi alle 7.30 per fare la spesa. Quando sarò vecchia, voglio dormire fino a tardi e ricordarmi del mondo solo verso le dieci di mattina. Ma la vecchietta romana non ha tempo da perdere. E in genere se ne sta tutto il tempo vicino alle porte con un biglietto in mano che non timbra mai, pronta a svignarsela qualora salisse un controllore. Devo assolutamente prendere l’autobus ma la vecchietta proprio non vuole farmi entrare. Le porte infatti si chiudono e dal vetro mi saluta un sorriso sporco di rossetto rosso. Resto con il vocabolario di greco in mano davanti alla fermata, la vecchietta ha vinto. Allungo il collo in cerca di un altro autobus in arrivo. Fortunatamente ecco un 80 express. Anche questo è pieno. Con il telefono in mano, metto il dizionario sulla testa e cerco di farmi largo tra i passeggeri. Gli autobus la mattina sono un incubo, quasi non si respira, ma sono alta e stando in punta di piedi riesco a tenere il naso al di sopra della bolgia di teste calve, coperte da qualche strano cappello o con i capelli disordinati. Nonostante tutte queste persone, c’è silenzio. Probabilmente sono ancora assonnati. I pochi fortunati che sono riusciti a sedersi, guardano fuori dal finestrino. Il signore davanti a me è raffreddato e continua a starnutirmi addosso il suo raffreddore. Corro fino alla portineria di scuola anche se sono le 8:11. Pina non mi farà mai entrare. Già mi guarda con aria di rimprovero. Non entro e scappo via. Ho sedici anni ma non ho mai desiderato in modo particolare un motorino: la benzina, l’esame, l’assicurazione, le multe… Preferisco l’autobus, perché anche se spesso arriva in ritardo, mi porta sempre dove voglio e in inverno mi protegge dal freddo e dalla pioggia. Mi siedo alla fermata e decido di prendere il primo autobus che passa. Dopo cinque minuti ne arriva uno e salgo. Qualche posto dietro di me c’è un ragazzo che avrà più o meno 25 anni. Ha i capelli ricci e neri che nascondono le cuffiette. Chissà cosa starà ascoltando. Sembra qualcosa di bellissimo. Ogni tanto chiude gli occhi e resta quasi immobile concentrato solo sulla musica. Ho una voglia irrefrenabile di sedermi vicino a lui e sentire quella che da qui mi appare come la più bella canzone di sempre. Le sue dita sottili sembrano muoversi sulla tastiera di un pianoforte. Lui è il pianista, la spalliera del sedile davanti i tasti e io, il conducente e il signore in fondo all’autobus siamo il suo pubblico. Lo immagino musicista di professione. Magari è inglese e sta andando a studiare in qualche accademia. Ha con sé una grossa borsa nera, sicuramente dentro ha la sua tastiera. Mi rendo conto che non so neanche che autobus ho preso, guardo fuori dal finestrino. La Rinascente riempie quasi del tutto la mia visuale, capisco almeno che il mio autobus è diretto in centro. Passiamo sotto le vecchie Mura Aureliane, resto a guardarle. L’anno scorso ho studiato l’imperatore che le ha fatte costruire. Ricordo benissimo quando il professore, parlandoci di questo monumento, ci invitò ad andarlo a vedere. Chissà quante volte ci sono passata sotto senza neanche farci caso. L’autobus si ferma e il ragazzo scende, ha ancora le cuffie. Lo seguo con lo sguardo per cercare di capire dove sta andando. Poi saluta un gruppo di ragazzi punk. Soltanto adesso noto le grosse scarpe da skater con i lacci colorati. Lo guardo mentre apre la sua borsa e tira fuori il suo skate. L’accattivante musicista probabilmente ascolta musica tecno e parla un romanaccio incomprensibile. L’autobus riparte e le mura imponenti ora nascondono la comitiva di ragazzi. Guardo le persone attraverso il finestrino. Loro non possono vedere me ma io, dal mio posto, seduta e al caldo, vedo tutto e senza volerlo immagino le loro vite. Assorta nei miei pensieri non mi sono accorta che sull’autobus è salito un gruppo di giapponesi. Come sono educati e silenziosi i giapponesi. Sorridenti e con lo sguardo puntato fuori dal finestrino. Un grosso faccione con due profondi occhi a mandorla cerca di comunicare con me porgendomi l’enorme reflex Nikon. Con un sorriso prendo la macchinetta. La comitiva si posiziona per la foto mettendo in mostra le magliette “I LOVE ROME”. Mi scappa un sorriso e scatto. Li guardo mentre ridono delle smorfie che hanno fatto nella foto, cominciano a parlare fra di loro e chiacchierando scendono dall’autobus. Torno a guardare fuori, la città è frenetica. Siamo sempre tutti di corsa, tutti con una meta, un orario da rispettare e problemi da risolvere. Io invece non ho una meta e l’unico orario che devo rispettare è quello del pranzo da mia nonna. Questa mattina se non fosse stato per il mio gatto che faceva agguati al mio alluce, non mi sarei mai svegliata. Mi aspettava una giornata scandita dalle ore di lezione. Ora, invece, posso fare con calma. Mi sento fortunata come quando sono a secco e nelle tasche di una giacca che non metto da mesi trovo qualche euro. Oggi ho trovato una bella manciata di tempo che posso sfruttare come più mi piace. Siamo tutti così ossessionati dal tempo. Mi vengono in mente le parole del mio professore di filosofia. Il tempo è in realtà un’invenzione dell’uomo, non esiste in natura. Lo abbiamo inventato noi pensando che fosse utile e senza rendercene conto ne siamo diventati schiavi. Non avevo capito fino in fondo quanto queste parole fossero vere, solo adesso mi rendo conto che forse qualche ora di libertà è la cosa migliore che potessi trovarmi nelle tasche di questo vecchio giaccone. Osservo Roma con tranquillità. Le persone corrono per la strada tenendo gli occhi bassi, guardano a terra e parlano al telefono. Li riconosci subito gli stranieri. Sono quelli che invece si guardano intorno a bocca aperta, passeggiano lentamente e si fermano quasi a ogni passo per ammirare ciò che li circonda. Oggi su questo autobus tutto scorre più lento, riesco ad apprezzare ogni vicolo, ogni fontana ma soprattutto mi riprometto che d’ora in poi non camminerò più guardandomi i piedi. Cambio autobus. Dentro ci trovo una donna vestita in modo modesto che probabilmente viene da qualche paese dell’Est e un signore con una grossa pancia, in giacca e cravatta. Inaspettatamente alla fermata successiva salgono due controllori. È la prima volta in vita mia che li vedo dal vivo, con le loro divise blu e il cappello. Si dirigono verso la signora. Dentro di me soffro perché so che le multe per chi non timbra il biglietto sono molto salate. Quando gli uomini le chiedono il biglietto questa però lo tira fuori da una tasca della larga gonna e lo mostra con orgoglio. I due si rivolgono quindi a me che mostro la mia tessera e per ultimo al signore elegante che, con uno scatto non altrettanto elegante, scende alla prima fermata. I due controllori lo seguono fuori dall’autobus. Li osservo mentre gli controllano i documenti. Poi guardo la signora, che ha un sorriso soddisfatto e stringe ancora in mano il biglietto. Tra l’asfalto e le macchine si vede in lontananza Villa Borghese. Entriamo nell’immenso parco. È come se non si fosse più dentro Roma e il rumore delle macchine è sostituito da quello dell’armonica di un vecchietto seduto su una panchina. Sull’autobus sale una coppia di ragazzi. Lei ha una rosa in mano ma il volto imbronciato, lui sembra quasi rassegnato. Sono una bella coppia, hanno lo zaino di scuola in spalla ma vista l’ora probabilmente hanno avuto la mia stessa idea. Sicuramente quella nata come una fuga romantica si è trasformata in una occasione di lite. Guardando la ragazza penso quanto noi donne possiamo essere testarde e quanto invece i ragazzi siano spesso più deboli in amore. Usciti da Villa Borghese, la città riprende il sopravvento. Dall’autobus vedo un 80 che mi è familiare e decido che è ora di fare ritorno. Nella mia testa saluto i due ragazzi sconosciuti e corro verso l’altra fermata. Questa volta le espressioni dei passeggeri sono allegre, tutti chiacchierano e gli studenti appena usciti da scuola si raccontano a vicenda quello che è successo in classe. Quando scendo, mi viene istintivo abbassare gli occhi e correre verso casa della nonna. Ma mi costringo a rallentare il passo e a tenere lo sguardo alzato. Non voglio più perdermi niente della mia città. Il mio stomaco può aspettare qualche minuto. Giro per le strade, mi guardo intorno, mi fermo anche di fronte a qualche vetrina interessante che non ho mai notato prima. Continuo a camminare fino a quando non arrivo sotto al palazzo. Vedo la nonna sul balcone indaffarata a stendere la biancheria, non si è accorta di me. Le urlo da sotto salutandola con la mano. Mi riconosce e sorridendomi sventola una mutanda del nonno. Scompare in cucina per poi rispondere al citofono: «Amore di nonna, ti ho preparato i passatelli». Questa giornata non potrebbe proseguire meglio.

Pubblicato: 1 Giugno 2021
Fascia: 19+
Commenti
Giorgio Arragoni
Ci sono molti racconti essenziali da leggere e questo lo è sicuramente. Mi ha aiutato a far capire come l'uomo sta fallendo nell'intento di perder meno tempo perché smette di cogliere i particolari. "Niente è più necessario del superfluo" diceva Oscar Wilde e sono d'accordo con lui, sono le piccole cose che rendono la nostra vita diversa dalle altre.
14 aprile 2022 • 14:30