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Fantascienza
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Fascia 16-19
Il rumore del soffio del vento

 Bzzbzz

«No, non ce la posso fare» pensava Raffaele sentendo la vibrazione insistente della sveglia.
Con il suo braccio la cercava intorpidito sul comodino, stretto dalla stanchezza che lo pervadeva, con una sorta di malinconica nostalgia nel dover ritornare alla solita routine scolastica.

Durante le vacanze estive, Raffaele aveva intrapreso un lungo viaggio tra le Periferie del paese, accompagnato da suo padre. Le Periferie, nella sua mente, erano sempre state un luogo leggendario ed erano anni che desiderava vederle con i suoi occhi.

Nei primi giorni di quel viaggio tanto sognato aveva visitato le ammalianti Città-palafitte: eretti poco sopra l’acqua del mare, si stagliavano giganteschi alberi secolari, dai tronchi grigiastri con definite sfumature avorio, incastrati l’uno con l’altro a formare la solidissima ossatura di ogni singola abitazione. Nel dormiveglia di quella mattina affiorava prepotente il ricordo della sensazione di piccolezza provata di fronte a quelle monumentali costruzioni e il conseguente stupore della perfezione con cui le strutture si fondevano e traevano forza dalla natura stessa, come fossero una cosa sola, come se si cercassero a vicenda.

Nel suo viaggio Raffaele aveva scoperto anche le Città-foreste, dove le case erano costruite dentro cavità di enormi tronchi, intrecciati nel tempo in quello che, visto dall’esterno, sembrava un perfetto abbraccio tra due amanti. Là i bambini giocavano lanciandosi nel vuoto e lasciandosi dondolare tra lunghe liane, correvano nelle foreste abbandonandosi allo stupore di mille specie diverse di fiori; raggi di sole irrompevano decisi tra le foglie, facendosi spazio in quell’aria un po’ paludosa, tra la foschia e gli odori. Non c’erano strade ma solo ponti sospesi fino a venticinque metri da terra. Raffaele ogni giorno aveva imparato un nuovo gioco, assaggiato un nuovo frutto, acquisito le funzionalità di una nuova tecnologia. La più affascinante era il sistema di telecomunicazione olografico che aveva già conosciuto nella tappa precedente: nelle Città-montagne, infatti, aveva visto degli schermi di grandi dimensioni che mostravano le notizie del mondo agli abitanti sotterranei. Sì, perché nelle Città-montagne le abitazioni erano costruite nelle grotte, spesso sotto terra, oppure intorno a laghi, fiumi o rivi sotterranei. Le luci degli edifici si riflettevano nell’acqua, primaria fonte energetica per quei posti, nelle pareti rocciose, nei vetri delle finestre semiaperte delle abitazioni e si univano all’eco delle voci umane per comporre un eterno canto sottile.

Suo padre gli aveva concesso questo viaggio ad una condizione: che visitassero anche alcune delle Città-sommerse. Le città in cui la natura, stanca di essere portata allo stremo dall’uomo, si era ribellata e aveva inghiottito tutto. La vista di quei grossi grigi edifici ammassati uno sull’altro, ormai sepolti dalla natura che se li era come mangiati, gli strinse lo stomaco. Quegli edifici conservavano il ricordo di un passato non poi così lontano; del resto suo nonno era nato in una di quelle città. «Una città tipo del 2020», gli aveva detto un vecchietto addetto al flusso in ingresso per le visite.

Bzz… bzz…

Era l’ora di abbandonare il dormiveglia per tornare alla sua realtà.
Spostò il piumino da sopra il suo corpo, si diresse in bagno e si lavò la faccia con l’acqua piovana che, depurata, sgorgava limpida dal rubinetto a parete. Indossò meccanicamente la tuta multitermica che adattava il corpo ai vari cambiamenti climatici, dal caldo torrido al freddo polare, e mise sopra gli altri vestiti. Uscì di casa prendendo al volo dal tostapane la sua colazione. Salutò i vicini provando a far suo quel modo accogliente e gioioso che gli era sembrato così spontaneo negli abitanti delle Periferie. Controllò le notizie del giorno proiettate sul polso, dal bracciale arancione, e fu subito in strada.

Raffaele amava il rumore della mattina nella sua città. Abitava nella capitale della propria regione, dove strade e automobili erano ben più delle Periferie. Eppure, per quanto rumore si percepisse, si trattava di qualcosa di fluido e quasi piacevole: l’alimentazione ad acqua delle vetture rilasciava nell’aria un suono ondulatorio che rievocava il flusso delle maree. Raffaele se ne sentiva quasi cullato.
Mentre camminava, ripensando al suo viaggio, Raffaele ammirava i grandi palazzi pieni di piante rigogliose e gli uccellini che si nascondevano tra le fronde, come se li vedesse per la prima volta. Osservava gli scoiattoli correre privi di timore e accoccolarsi tra i suoi piedi. Riusciva a specchiarsi nelle pozzanghere, incredibilmente limpide, ed era rapito dalle mille venature di edera che si arrampicavano sui muri, ai pali della luce o ai distributori di bolle d’acqua proteica (una sorta di dispenser gratuito di palloncini commestibili che, sciogliendosi in bocca, dissetavano all’istante, col vantaggio ulteriore di essere ad alto potenziale nutritivo) e, mentre si perdeva nella contemplazione di tutto ciò che fino a quel momento aveva dato praticamente per scontato, mentre si infastidiva per un soffio di vento che gli scompigliava i suoi lisci capelli, si perse nelle pupille che comparvero all’improvviso proiettate nella sua testa.

Sofia.

«Ciao, Raf! Buongiorno!»
«Ciao!»
Raffaele, in quel momento, avrebbe voluto avere la spigliatezza di suo padre per raccontare a Sofia del suo viaggio, di tutto quello che aveva visto, delle Città-periferie e delle Città-sommerse. Sofia percepì tutto questo. Sofia già conosceva tutto questo.
«Allora è vero quello che si dice…»
«Dipende da quello che si dice» rispose imbarazzato.
«Che hai visitato le Periferie! Allora, come erano? Sono davvero magici quei posti, come dicono?»
Un leggero sospiro di vento portò tranquillità a Raffaele, che riprese a camminare.
«Che dire…» riprese Raffaele. «Le Città-periferie sono una realtà incredibile, che lascia senza fiato, soprattutto se le vedi dopo aver visitato anche le Città-sommerse. Mi hanno fatto davvero impressione i resti delle vecchie città, dove ho visto il profondo dolore e la rabbia che noi umani rigettavamo sulla natura. Che cosa insensata…»
«Anche quando tuo nonno raccontava le sue mille storie di quel mondo mi sono sempre chiesta come fosse possibile. Fortuna che è arrivato l’“Aris”.»

L’“Aris” era un movimento, un pensiero, un modo di vivere che dagli anni Venti del XXI secolo aveva risvegliato, animato e orientato l’azione delle menti dei giovani abitanti della Terra. “Aris” era il nome con cui quei giovani chiamavano il rumore del soffio del vento. Lo scopo del movimento era quello di riportare in vita l’antica sapienza degli elementi naturali, la primitiva filosofia di tutte le cose. Ridare alla terra, all’acqua, al fuoco e all’aria il ruolo che i primi pensatori avevano loro riconosciuto. Uniti da idee comuni, tutti i giovani si rivoltarono contro le grandi potenze del mondo; non con proteste, non con manifestazioni violente, bensì formando una nuova società, un nuovo mondo, in una nuova relazione con la natura, che consideravano loro Madre. Iniziarono silenziosamente, con migrazioni spontanee in luoghi periferici, dove potessero ricominciare da zero. Milioni di giovani, dalle menti brillanti e ingegnose, migrarono in varie parti del pianeta e costruirono nuove città, una dopo l’altra; estranei tra loro, di mille culture, etnie, tradizioni e lingue, riuscivano incredibilmente a capirsi perfettamente tra loro e a contribuire, ciascuno a suo modo, a un sogno comune. Nel giro di venti anni si era compiuta una rivoluzione: epocale, fulminea, silenziosa. Le grandi potenze non avevano potuto fare a meno di adattarsi cercando di replicare, gradualmente, quei modelli virtuosi di progresso «tecnaturalistico».

«Come dei giganteschi dinosauri» riprese Sofia. «Gli umani hanno rischiato l’estinzione. Hanno portato la natura al limite di sopportazione. Se io e te siamo qui, è davvero un miracolo.»
«È assurdo pensare che chi è vissuto prima di noi non sentisse dentro di sé, come forza innata» replicò Raffaele «la necessità di voler abbracciare la natura, di vivere in un mondo dove questa è il centro, il cuore, la nostra anima.»

Il discorso si interruppe per pochi attimi. Raffaele si fissò a guardar volteggiare una foglia da un albero e ritornò con la mente a uno dei suoi viaggi, quando allo stesso modo la sua attenzione si perse in una foglia che sembrava volare spavalda nel vento: chissà se la foglia desiderava staccarsi dal suo ramo nell’illusione di cercare una strada, una vita, che fosse tutta sua, si era chiesto. Chissà se quella foglia si accorgeva che il suo albero, che doveva sembrarle un orizzonte così limitato, era in realtà la fonte stessa della sua vita. Chissà se, dopo i mille giri che il vento le aveva fatto fare, nell’illusione volteggiante di libertà e onnipotenza, la foglia aveva avuto il tempo di capire che stava per seccarsi a terra, vittima della sua stessa ingenuità.

«Chissà come sarebbe andata per noi, senza l’“Aris”», mormorò Raffaele pensando ad alta voce.
«Non possiamo sapere quello che sarebbe stato» replicò Sofia. «Preoccupiamoci piuttosto di quel che sarà, di riconoscere sempre la bellezza che ci circonda quotidianamente. Voglio dire: immagina se le generazioni future iniziassero a dare per scontato questa armonia che abbiamo faticosamente ritrovato con la natura; pensa se non riuscissimo più ad apprezzare questi scoiattoli o gli uccellini che giocano tra le piante spontanee dei nostri terrazzi; pensa se iniziassimo a non amare più le foglie rampicanti sulle nostre case o il rumore dei ruscelli e l’acqua della pioggia. Pensa se addirittura iniziassimo ad avere paura di tutto questo.»

Paura.

Raffaele non aveva mai usato quella parola. L’aveva letta, certo, letta sì, in qualche libro; l’aveva sentita menzionare a scuola, ma sempre parlando del passato.
Cos’è la paura?
Non ebbe neanche il tempo di cercare una risposta che Sofia, riprendendo il suo discorso, aveva di nuovo rapito tutta la sua attenzione.
«Stai tranquillo, nel futuro che stiamo costruendo non esisterà più la paura. Là dove esiste il pensiero, non esiste la paura.»

E in quel momento, Sofia non era più una pensiero fuori di lui.

Non era più, come sempre era stata, la voce latente della sua coscienza, la voce di ciò che albergava dentro ma che non era ancora pronto a comprendere davvero. Un soffio di vento gli scompigliò di nuovo i capelli e Raffaele capì di aver finalmente tutto chiaro.

Si sentì diverso, e guardò ciò che lo circondava in un modo che, finalmente, sentiva essere quello giusto.

Anche lui, adesso, era pronto a fare la sua parte.

questo racconto ha partecipato al concorso Fictionforfuture
Pubblicato: 5 Maggio 2023
Fascia: 16-19
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