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Avventura
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Fascia 16-19
Il pianto dell’orfano

I flebili raggi di sole primaverili irradiavano la mia minuscola stanzetta sudicia, così gli occhi gonfi di pianto si aprirono stancamente. Svogliatamente mi alzai dal letto e raggiunsi la bacinella d’acqua per lavarmi il viso, per affrontare il funesto giorno che mi attendeva. Normalmente avrei medicato le ferite con dell’acqua e le avrei fasciate come possibile, ma quel giorno era impossibile fare qualsiasi cosa. Indossai la tunica e i calzoni, presi il mantello nero e mi diressi verso il cortile per incontrare gli altri. Mentre tutti affluivano al centro della camerata scorsi i soliti volti giovani, facce serie e prive di emozioni. Sapevo che quel giorno non avrei potuto vedere le sue lentiggini, la sua chioma legata e i suoi occhi scuri. D’altronde non stavamo forse andando al suo funerale? Stavolta era toccata a lei, dopo una sfilata di tanti altri caduti, colei che era sulla pira funebre quel giorno era proprio Cassandra.

La sua era una triste bellezza, non sorrideva spesso, perse i genitori solo durante la sua quarta primavera; fu trovata dal Pesce spada come tutti noi e arrivò in quell’arena. Stranamente lei era brava a combattere, ha imparato con l’esperienza a non provare ribrezzo alla vista del sangue ed era una perfetta e coraggiosa guerriera. Spesso mi incoraggiava, mi ha insegnato l’arte della guerra, mi difendeva dal «temibile» e, cosa più importante, mi faceva stare bene. Il nostro non era assolutamente un ambiente felice e giocondo, eppure quando calpestavamo l’erbetta e i fiori insieme, il mondo circostante sembrava scomparire, lasciando solo i nostri fragili cuori intrappolati in corpi straziati dalla violenza di questo mondo. Quello stesso corpo in quel momento stava bruciando in cima a una catasta di legno di quercia, e nessuno avrebbe potuto impedirlo. In realtà non sarebbe cambiato alcunché, Cassandra era morta e il destino del suo corpo non poteva avere effetti sulla mia anima in pena. Peraltro le avevo persino promesso di non piangere nel caso fosse morta prima di me, d’altronde un uomo non ha tempo di essere triste. Io invece quella notte avevo pianto, testimone ne è solo la luna nel cielo. Quella fu l’ultima volta, l’ultima volta che delle calde lacrime rigarono il mio volto. Per molti giorni lo sconforto prese il sopravvento, ero impotente di fronte al dolore. Nel buio della mia stanza sgranavo gli occhi al soffitto ammuffito, le ore notturne mi confortavano, ma l’agonia nella mia testa urlava nel silenzio assordante di quell’oscurità avvolgente.

Ben presto fui chiamato all’ordine, gli scagnozzi del Pesce spada mi invocarono per tornare a lavoro. «Katsuro, moccioso, domani devi combattere contro un energumeno,» diceva quello biondo, «vinci o andrai a trovare la tua amichetta Cassandra.» Ricordo vividamente questa provocazione, ma non so bene cosa accadde dopo. So sicuramente che l’agonia si tramutò in disprezzo, rabbia, furia. Come osarono pronunciare il suo nome? Cosa volevano quei mostri chiamati umani? Da loro non ebbi mai una risposta, soprattutto perché il sangue di quei due imbrattava le mie mani e le mie vesti.

Per una volta avevo scelto chi uccidere, era la prima volta che sentivo il brio del vero assassino. Ora toccava allo schifoso Pesce Spada e, magari, a tutti coloro che avrebbero intralciato il mio cammino. Non avevo né il tempo né l’interesse di lavare il liquido scarlatto che macchiava tutto indelebilmente, credevo che ora solo la violenza sarebbe stata la soluzione. Le prime urla si levarono dall’accampamento alla vista delle viscere sparse a terra, e quando il guardiano Ramuel vide il bastone insanguinato stretto tra le mie mani, scoppiò il caos. Quella volta l’avevo combinata grossa, non potevo tirarmi indietro, non volevo. Immediatamente le mie gambe si mossero da sole verso l’armeria, e come una saetta a ciel sereno, sfrecciai per il campo tra gli sguardi sconvolti. In quella notte senza luna volai nell’armeria. Un massiccio martello da guerra catturò la mia attenzione, quella era l’arma che faceva per me: distruggeva tutto e rendeva indistinguibili i corpi, ma era maledettamente pesante. In fretta e furia allacciai la cotta di maglia e afferrai con forza la mia futura arma flagellatrice.

«Cos’è tutto questo baccano, moccioso?» quella voce roca tuonava; si sentivano ovunque i passi pesanti e la possente ascia strisciare a terra. Avevo paura di morire. Pensare alla morte mi metteva una terribile angoscia, l’idea di non esistere era totalmente aliena alla mia persona. Rammentai le parole che Cassandra mi diceva sempre: «Penso che la morte sia così noiosa…», dopo un sospiro continuava «eppure è inevitabile». Il ronzio nella mia testa, il respiro gravoso, il battito accelerato, gli occhi fissi sulla porta che stava per essere sfondata, una belva scuoteva il mondo circostante. E dato che la violenza è il nostro linguaggio, io dovevo urlare; strinsi con tutta la forza che avevo nel corpo la gigantesca arma e mi preparai allo scontro. Nessun uomo poteva vincere in quella situazione, figuriamoci un ragazzino di quindici anni come me, un vero topolino in gabbia. Eppure nelle mie vene scorreva il sangue dell’odio, l’ira mi aveva rapito e lo spirito vendicativo aveva preso il controllo del mio corpo. Oltre a me esisteva solo quell’omone enorme che chiamavano il Pesce spada, forse per la sua affinità con le armi o forse per il suo naso aquilino. Il suo volto ripugnante mosse le labbra ancora sporche di vino rosso e domandò «Ti avevo forse ordinato di far fuori quegli uomini?». Il suo sguardo crudele mi fece gelare il sangue, ma non persi la posizione di guardia. «Ricordo molto bene quello che dico», sputò a terra e dopo una breve pausa riprese «Avrai la punizione che meriti.» Con un gesto svogliato, ma fulmineo, scagliò l’ascia sul mio volto atterrito.

Chiaramente tutti avrebbero provato a schivare il fendente, ma nonostante ciò io provai a pararlo. Avevo sbagliato perché ero debole, ma tutto sommato me la cavai solo con una profonda ferita sull’occhio sinistro grande quanto una mano. Il mio stesso sangue vivido si aggiungeva a quello dei due bravi. Tuttavia lo straziante dolore della mia anima prendeva con facilità il sopravvento su quel dolore effimero del corpo. Nonostante ciò mi trovavo di fronte a morte certa. Riaffiorarono i ricordi degli ultimi istanti di Cassandra, le sue urla di disperazione entrarono in quel momento nella mia testa. Gli uomini che compiono i miracoli vengono ricordati. La sua memoria mi avrebbe dato la forza per compierne uno. Sentivo la terra spingere sulle mie gambe, un brivido lunga la schiena, una forza animalesca respingere quell’ascia enorme. Qualche cantore la chiamava «furia del dio della guerra», io mi accontento di chiamarla semplicemente odio.

Quel viscido mostro non capiva cosa stessa accadendo, insomma come era possibile che quel moccioso potesse tenergli testa? Limpidamente distinsi nei suoi occhi il terrore della sconfitta, d’altronde lo specchio me li mostrava continuamente. Stavo veramente per vincere? Doveva trattarsi di un sogno lucido… Invece era caduto a terra sul serio. Urlai con tutto il fiato che avevo nei polmoni e sentii a malapena le sue ultime parole. Chiedeva pietà? Con quale coraggio una belva del genere si era permesso? Salì un brivido lungo la mia schiena, senza esitazione distrussi quel volto lamentoso con la forza bruta del mio batticarne. Finalmente pensavo di aver raggiunto la tanto agognata libertà, che funesta illusione; non avevo fatto altro che stringere ancor di più le catene che mi legavano.

Nessuno aveva il coraggio di fermare la mia fuga, ho scoperto a mie spese cosa significava essere temuti. Vagai con i miei occhi spiritati, passo lento ma deciso, vestiti macchiati di sangue e trascinando il mio inseparabile martello. Dei pastori mi trovarono il mattino successivo e si presero cura di me. Per qualche settimana passai le giornate guardando il soffitto di legno della catapecchia in cui mi trovavo, fissa era l’immagine degli occhi terrorizzati del Pesce spada. Non vedevo l’ora di provare ancora quella sensazione di onnipotenza, e per fare ciò dovevo diventare più forte. Forse nella capitale dell’impero, Choten, avrei potuto arruolarmi come soldato? In fondo l’impero propugnava continuamente guerre alle altre nazioni, in quel momento stava avvenendo l’occupazione militare della regione autonoma dello Yunque, al fine di soggiogare in seguito le tribù abalonesi…

Per ringraziare la famiglia di contadini rubai delle provviste e il loro cavallo, una vera e propria ricchezza per una famiglia povera, e intrapresi la via della capitale. Intanto iniziai ad aprire l’occhio sinistro, ancora incrostato di sangue, lavandomi con acqua fredda per lenire il dolore e bendandomi per prevenire infezioni. Tuttavia quando mancava poco alla capitale, tanto che si riuscivano già a vedere le alte mura, sentii una strana sensazione. Qualcosa simile a uno spillo entrò nella mia schiena in maniera fulminea. Avevo sonno, crollai a terra e si spense tutto. Solo qualche giorno fa mi svegliai da quell’incubo.

In realtà da quel momento, e per i successivi diciassette inverni, sono stato sveglio, conscio del male che ho commesso. Mi attaccarono alle spalle perché avevano paura di me, potevano scegliere se distruggermi o manipolarmi. Ovviamente il clan del Toro scelse la seconda opzione, d’altronde necessitavano da generazioni di una marionetta forte che avrebbe riportato la famiglia all’antico splendore. Il mondo conobbe il discendente bastardo del nobile infermo Apis, Katsuro Buru. Grazie a questa nuova identità avrei potuto combattere e uccidere a mio piacimento, insomma un valido compromesso per la mia vita vuota e solitaria. Avvenne così che anche il mio ego crebbe in maniera smisurata, chiamai il mio fedele martello «Pietà», per onorare le richieste dei miei nemici morenti. L’apice però fu raggiunto quando, nella «Notte della corona insanguinata», giustiziai l’intera famiglia reale e mi proclamai arbitrariamente il nuovo imperatore.

Ora invece mi sto consumando lentamente in questa cella umida in attesa della pena capitale. Coloro che prima mi avevano acclamato, accolto e lodato, oggi gioiscono del mio destino. Vedrò quei volti euforici che mi fissano, come avveniva sempre quando combattevo da gladiatore nell’arena; purtroppo però questa volta non ho la possibilità di vincere. Sarebbe bello se ci fosse qualcos’altro dopo la morte. Magari, anche a costo di scontare tutti i miei peccati, potrei vedere Cassandra almeno un’altra volta. Però adesso guardo fuori dalla cella una lieve pioggerella scendere dal cielo, che sarà sicuramente asciugata dal sole, come una nonna premurosa asciuga le lacrime degli orfani. Purtroppo però il mio sole non illumina più il mondo: ho vissuto, vivo e morirò solo, terribilmente solo.

 

Pubblicato: 23 Maggio 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Eleonora Ines Bianchetto
Racconto scritto con uno stile veramente notevole, le descrizioni sono coinvolgenti e non annoiano il lettore. Ci si immedesima nel protagonista tanto da sentire quasi i suoi pensieri e le sue emozioni, mi hanno particolarmente impressionato le ultime parole.
26 maggio 2022 • 19:01