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Fantascienza
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Fascia 16-19
Il fondatore

Il grande giardino era rigonfio di gente da tutta la penisola e dall’ampio ingresso continuava a entrarne, e tutti trovavano posto senza stare stretti. Il grande mare di teste era rivolto al palco, e a chi su di esso si stava sentendo padrone del mondo: un uomo mediamente alto, mediamente bello e mediamente composto che stava guardando con noncuranza le onde cercando di contarne le gocce d’acqua. A terra finì presto lo spazio e i nuovi ospiti trovarono rifugio sulle robuste travi delle mura, ne erano così tanti da formare una fantasia. L’uomo bersaglio degli sguardi iniziò a tremare forte, poi più forte, e ancora di più per ogni nuovo sguardo che si sentiva addosso. La gente iniziò a sedersi sui rami degli alberi, e a improvvisare improbabili castelli fatti di altra gente. Il giardino si riempì e gli sguardi iniziarono ad arrivare anche dai tetti e non smettevano di aumentare. L’uomo si girava i pollici: stava aspettando, e la sua pazienza fu presto ricompensata «Che stamo a aspetta’?», una voce non tanto timida ruppe il silenzioso ronzio delle chiacchiere, e così come i fulmini si sentono prima che vedersi, così l’uomo si alzò solo dopo aver fatto la domanda «È n’ora che stai là come n fesso». L’imputato di fessaggine sorrise, poi rise e smise di tremare, e se ne stava a ridere con un sorriso mediamente bellissimo, là, in mezzo a tutti, che a uno a uno lo seguivano a ruota, e persino l’aria del giardino si riempì, di risate, ma si riempì. «Ottima domanda, e colgo anche l’occasione per ringraziarvi della pazienza dedicatami» non si riuscì a capire da dove ma arrivò un altro uomo mediamente medio che gli passò un microfono «ah, grazie mille» e riprese a parlare «Ora dovreste sentirmi davvero tutti… come stavo dicendo: grazie della pazienza dedicatami, vi prometto non sarà sprecata. Prima di procedere voglio farvi una domanda: voi tutti perché siete qui? Alzi la mano chi sa davvero cosa sta per accadere». L’unica mano era alzata al centro del palco. «Molto bene, come speravo. A questo punto mi presento: sono Tommaso Sittolivi, e voi tutti, oggi, assisterete a… una novità!» batté forte a terra col tacco della scarpa destra, e dal palco uscì una bara metallica, sembrava una cassaforte ma non si riusciva a ricondurre a nulla di noto, il contenitore si aprì e da esso il signor Sittolivi ne estrasse un qualunque-cosa-fosse a cui erano attaccate quattro braccia metalliche, non serve sapere il materiale esatto. In ogni caso: indossò il qualunque-cosa-fosse e provò a raggiungere con le sue braccia una manovella posta su di esso, e ci provò davvero, con impegno, per almeno… che saranno stati? Cinque minuti? Poi si rese conto di doverlo togliere per armeggiare con la manovella, così se lo sfilò di fretta, colpendosi un piede all’atterraggio. Mandando giù il dolore si mise a girare la manovella, la cui resistenza andava aumentando con ogni quarto di giro, alla fine sembrava essere soddisfatto e si rimise la diavoleria sulle spalle. «Allora, come stavo dicendo… uff… devo iniziare a muovermi più spesso…» prese aria ad avidi bocconi, e riprese «Questo che vedete sulle mie spalle è il primo modello funzionante di Zaino da Arrampicata della Linea Sittolivi» dalle estremità dell’appena confermato di essere zaino uscivano due cavetti, li prese e se li infilò con decisione negli avambracci, con un conseguente ruscello di sangue «Vi chiedo di non impressionarvi poiché questo è un passaggio necessario per controllare le braccia meccaniche… comunque ora che l’ho collegato ai nervi delle mie braccia, riceverà stimoli dal mio corpo, e come potete vedere…» le seconde braccia presero vita, due lo tenevano sospeso in aria, e con le altre si aggrappò alle travi della parete, iniziando a scalarla mentre riprendeva a ridere. «Grazie a questo strumento sarà possibile eseguire ogni tipo di lavoro che richieda braccia forti, rendendo i compiti della manovalanza più semplici e veloci. L’unico inconveniente è che non si possono usare le proprie braccia con lo zaino collegato, dato che gli impulsi nervosi vengono reindirizzati ai cavi.» Dopo la breve dimostrazione scese a terra, e venne aiutato a togliere lo zaino, che cadde morto a terra non appena gli fu staccato dalle braccia. «Avete domande o curiosità? Prima che i miei colleghi prendano il mio posto e vi facciano vedere altro?» «Sì, io na domanda ce l’avrei pure, a che serve a manopola?» «È una manovella, e serve a caricare le braccia, senza non si potrebbero usare.» Dozzine di timide mani iniziarono al alzarsi una a una, con altrettante domande al loro seguito, e dopo la risoluzione dei dubbi anche i colleghi dell’uomo medio salirono sul palco, mostrando ognuno un progetto, per un totale di ulteriori tredici qualunque-cosa-fossero.

***
«Uccidi! Uccidi! Uccidi! Devi nutrirci, e diventare robusto, hai un universo intero sulle spalle, ti serve energia! Uccidi! Uccidi! Uccidi!» «Chi siete? C’è qualcuno? No, è la mia mente, ci sono solo io» «Sbagliato! Sbagliato! Sbagliato! Ci siamo anche noi! E abbiamo fame quindi impegnati! No! Fatela finita! Il nostro tempo è esaurito! Smettetela di aggrapparvi allo spazio! È colpa vostra se il nostro universo è finito, e non è così che lo recupererete! No, no, no! La colpa è la vostra che non avete mai preso una decisione! Avete atteso fino all’ultimo secondo, e poi atteso oltre!»
Se ne stava lì, soddisfatto e sorridente al centro del palco, che guardava le chiacchiere degli spettatori e ne sentiva le bocche muoversi «Signori… e signore, ovviamente… spero vi siate tutti gustati questa breve esposizione dei nostri prototipi.»

***
«Chi siete? Dove siete? Nella mia testa? C’è davvero così tanto spazio? Uscite subito!» «Calmo! Calmo! Calmo! Nulla di cui tu debba preoccuparti! Sii nostro ospite, per cortesia, sii bravo, per cortesia… Collabora e ne uscirai intero! Non è questo il modo! Non potete risolvere tutto assorbendo un altro universo! Siamo tutti in concorso di colpa per la nostra fine, una colpa che non potrete espiare annientando il resto degli universi!»

***
«Non siamo qui a caso, siamo qui per parlarvi di ciò che verrà inaugurato in questo grande edificio: un’accademia dove io e i miei colleghi saremo docenti di meccanica, ci saranno corsi dedicati a ogni ramo della materia, e i prototipi che avete visto quest’oggi non sono che una frazione di ciò che siamo in grado di realizzare, e che anche voi realizzerete!» ed era lì, felicissimo, con il suo sorriso mediamente bellissimo che si gustava la curiosità della gente, quando vide un uomo che gli rubò ogni forma di allegria.

***
«Sì! Sì! Sì! Bravo! Bravo! Bravo! Uccidi! Uccidi! Uccidi! Smettetela! Siete ancora in tempo per fermarvi! Non è così che le cose devono andare, e lo sapete bene! Il nostro tempo è finito, e il nostro spazio deve fare la stessa fine, non è ammissibile il contrario! State zitti, state zitti, state zitti! Siete noiosi!»

***
«Uno, due, tre, quattro… non smettono di cadere, tutte quelle persone, quelle povere persone… che succede? È come se si stessero spegnendo di colpo… sono pallide… sono… morte? No, non può essere, e chi è quell’uomo?»
Il mangime stava venendo consumato, a più non posso e con gran voracità, ogni anima veniva spogliata delle proprie carni e fatta prigioniera nella pelle del pover’uomo. Era grande, informe, viola e brillante, e andava crescendo sempre più con ogni anima che veniva presa. Il cristallo si stava espandendo lungo la pelle del poveraccio, che ne era ricoperto sulle braccia, se avesse continuato a nutrirsi sarebbe diventato indistruttibile e Loro lo sapevano bene.
«Che sta succedendo? Perché stanno tutti fermi? E perché anch’io sto fermo? Io mi sto muovendo… non riesco a muovermi? Sto sognando? È un incubo?» provai a cercare le sue risposte in alto, ma non riuscii a muovere nemmeno gli occhi, sentivo il vento soffiarmi addosso e accarezzarmi il viso, ma l’aria era pietrificata. Nel piccolo quadro concessomi dal campo visivo vidi degli uccelli volare sopra il giardino, ne sentivo i versi e sentivo le ali muoversi, ma anche loro erano fermi. «Non capisco… sto forse impazzendo? Mi manca l’aria, ma i miei polmoni sono pieni… Voglio urlare, voglio piangere, perché non posso farlo stavolta? Perché? Perché? Perché… mi fischiano le orecchie? E che cos’è questa luce? Sento qualcosa scorrermi lungo il petto, è caldo… brucia.»
Sangue, carne, pezzi d’ossa, schegge di ferro e frammenti viola schizzarono per tutto il giardino, il fuoco si spense senza attaccare il suolo o le pareti, ma la vitalità dell’esplosione spazzò via le vite dei poveri malcapitati come miseri fiammiferi al vento, il tempo era tornato a vivere. L’abominio venne sparato in avanti dall’onda d’urto, e venne fatto poltiglia prima di toccare terra, la sorte volle concedere la grazia a quel povero corpo e a quella povera anima impaurita. Mi cedettero le gambe, abbandonandomi a terra, mi scoprii il petto e lo vidi trafitto da una massiccia scheggia di ferro, causando il panico degli altri, ma un istante dopo il dolore sparì, non mi sentivo affaticato, né ferito. Si sentirono dei passi allontanarsi sui sampietrini della strada, stavano scappando da qualcosa, nessuno di noi ebbe la forza di inseguirli.
«Come stai? Nun te fa male? C’hai n palo ner petto e nun stai a fa na piega» la domanda si perse nel vento, le mie orecchie stavano ancora suonando il flauto, mi alzai senza guardare chiunque mi stesse parlando e mi diressi dall’ormai fu abominio, vidi i cristalli e provai a toccarne uno. «Aiutami, portiamoli dentro, al resto ci pens…» chiusi gli occhi, il tempo era morto di nuovo, quando li riaprii ero in un’infinitamente grande stanza bianca, dove c’era una eccezionalmente ben vestita figura ad aspettarmi. «Salve, prego, siediti. Stai per imparare a conoscerci, Tommaso.»

Pubblicato: 24 Maggio 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Pietro Pozzoni
Confuso, veloce, assillante, le azioni scorrono rapide e incessanti. La morte è nell'aria, gli errori umani sullo sfondo e la futilità dei prototipi colma questo miscuglio di un popolo dal destino segnato.
06 giugno 2022 • 17:51