Bentornato!
Non fai ancora parte della nostra community?
Nessun Genere
  |  
Fascia 19+
Il cielo oltre un vetro

Prenestina Cervinara e tutto ricomincia. Il lunedì mattina la fermata dell’autobus è un insieme di sbadigli e musi lunghi, a nessuno va di ricominciare. Le persone felici invece le riconosci subito, sono quelle che sorridono anche di lunedì mattina. Sono quelle che, in mezzo a tanta tristezza, canticchiano una canzone e ti strizzano l’occhio anche se non vi conoscete. Ma sono rare eccezioni, specialmente in autunno. Le stagioni alla fermata dell’autobus sono divise in stati d’animo comuni. L’inverno è la stagione della meraviglia mista a un briciolo di allegria, si parla poco ma le menti sono piene di pensieri contrastanti, molto tristi o troppo felici, si alternano e sono smussati dal freddo e dai cieli bui. Odore di cornetti appena sfornati e di pioggia che si asciuga sul marciapiede, nuvole di vapore escono dai tubi di scappamento delle auto come dalle labbra di chi respira. La primavera è periodo di allergie e la felicità è mischiata al fastidio, non si guarda in faccia nessuno, impegnati come si è a distinguere caldo e freddo e a tenere sotto braccio le giacche che ci si ostina a portare. Rumori di starnuti e colpi di tosse, bambini felici che guardano dai finestrini, i primi fiori sbocciano ma il profumo spesso non oltrepassa i finestrini. L’estate è la felicità pura per le poche persone rimaste. Chi aspetta sulle panchine sono quasi sempre studenti in vacanza, pronti a uscire con i propri amici. S’intravede nei loro occhi quella sensazione di assoluta spensieratezza, respiri regolari e sguardi accesi. Poi l’autunno. L’autunno è fatto di tristezza assoluta, visi assonnati scorgono dal finestrino le foglie cadute, ricordando le giornate estive. La pioggia fitta fa innervosire, le nuvole rabbuiano i cuori già spenti. I lunedì mattina autunnali sono misti di tristezza e solitudine, specialmente alla fermata dell’autobus, specialmente se sono le sette e mezza di mattina e stai facendo tardi a scuola. L’autobus è la mia seconda casa, bisogna imparare le sue regole, capirlo, prevederlo, ascoltarlo, soprattutto se abiti a un’ora da scuola, soprattutto se ci tieni a non arrivare tardi. Per andare da Prenestina-Cervinara a Togliatti-Bardanzellu, non c’è una vasta scelta di mezzi. Il Cotral è il più gettonato ma il meno affidabile. È blu come il cielo alle cinque del pomeriggio e ha molti posti a sedere, ricorda le uscite scolastiche delle elementari. Ma non è un buon amico: arriva quando vuole e va dove più gli piace, a volte non passa neanche. La mattina alle sette e mezza ne sono già passati quattro, allora bisogna aspettare il 508. Mi è utile avere l’applicazione sul cellulare, mi dice che sono nei guai e che ho perso anche quello. La mia fermata non ha panchine vere e proprie, ci sediamo su un muretto davanti al bar o all’edicola, aspettiamo. Aspettare è la parte fondamentale di questo gioco e ognuno la prende in modo diverso. La signora lì giù è arrabbiata, continua a guardare il telefono; un uomo discute con un altro: «Non è possibile un simile ritardo!» e altre parole che non vale la pena ricordare; c’è un bambino che si ostina a infilare il piede nella stessa pozzanghera e ride, la madre è stanca di alzare la voce. Puntualmente ci giriamo a guardare se qualcosa arriva. «Niente?». «Niente». E infatti, niente arriva. I ritardi rendono tutti nervosi, antipatici. Ma il lunedì mattina, in autunno, ci è riservato uno spettacolo che nessuno nota mai. Io sì, io mi riconosco sempre tra quella folla, sono la ragazza che guarda il cielo sopra Roma. Le nuvole assumono mille forme diverse, il cielo prende colori strani, il sole spunta e sparisce, stormi di rondini volano, straordinario. Per non parlare degli arcobaleni, delle scie rossastre lasciate dagli aerei. Il cielo è il miglior televisore del mondo. Mi guardo intorno e vedo mille occhi bassi, sono tutti stanchi ma potrebbero riposarsi col naso all’insù. Chini su quotidiani e telefoni cellulari non si accorgono di questa meraviglia: come non innamorarsi ogni mattina di questo cielo? Vorrei saperlo dipingere su una tela, ma le mie mani sono fatte per altri tipi di attività. Infatti, scrivo. Scrivo del cielo e di come me ne sono innamorata, alzando lo sguardo un sabato pomeriggio come tanti. Si vedeva la luna e a sedici anni, tra mille pensieri, mi sentii bambina. Il cielo è molte cose insieme. È la tavolozza di un pittore che inizia a mescolare i colori: viola, blu, nero, grigio, rosso e arancione. È lo sfrecciare delle rondini. Nuvole, pioggia, arcobaleni, gli occhi di chi ami, i ricordi, istantanee lunghe decenni. Ha il suono di un pianoforte appena accordato e l’odore del mare. Il cielo, il cielo… il tuo amante e il tuo migliore amico. Le persone forse sarebbero più gentili anche di lunedì mattina se solo si fermassero a guardarlo. Vorrei parlare con ognuna di loro, indicare ciò che vive sulle loro teste, mostrargli cosa si perdono. Ma sono tutti troppo stanchi, pensierosi, arrabbiati – adulti – per capire. Alle sette di mattina, passando sul raccordo con il Cotral, posso vedere l’alba, nessuno la guarda con me. Solo un ragazzo, un giorno, seduto davanti a me si voltò a guardarla: aveva gli occhi da sognatore, quegli occhi di cui ci si innamora. E lui, insieme a me, si fermò a osservare per qualche minuto il cielo oltre un vetro. Ancora sbadigli e parole di rabbia, finché un grande autobus si presenta ai nostri occhi, appiccicata sulla sua fronte leggiamo la scritta: “508 Ponte Mammolo (MB)”. Quando si aprono le porte si scatena una guerra che in pochi conoscono. Mille teste si accalcano, se c’è un posto vuoto va preso, e allora ci si spinge, si pestano i piedi, gomitate, insulti, rabbia. Odio la violenza di queste battaglie, ognuno vuole arrivare primo soltanto per stare incollato a un sedile, con le gambe a penzoloni a guardare con aria di sfida chi resta in piedi e s’aggrappa a ogni appiglio, barcolla, cade. Io salgo per ultima e non mi siedo mai, mi piace il sorriso delle persone quando mi chiedono se voglio il posto e scuoto la testa: «Vai pure». Ci sono signore riconoscenti, sorridono come un bambino la mattina di Natale e ripetono: «Grazie, grazie». C’è invece una signora che incontro ogni pomeriggio, le piace parlare da sola, si lamenta di quanto i giovani di oggi siamo maleducati, pretende il suo posto, s’impunta, si arrabbia, strilla. Una volta fece alzare una donna incinta con una bambina. Le lasciamo sempre il posto ma lei si arrabbia comunque, parla con qualcuno nella sua testa. Tutto quell’odio sulla schiena di una donna è insostenibile, come fa? Prenestina-Torrenova e sale Sonia. Sonia è una ragazza che veniva con me a catechismo e me la ricordo. Aveva i capelli ricci, ora li piastra, sorrideva sempre, ora lo fa solo davanti allo schermo del cellulare. Sorride tantissimo appena le arriva un messaggio ma quando quell’aggeggio non dà segni di vita allora si rabbuia. Sonia è triste. Fuma appena scendiamo dall’autobus, una, due, tre sigarette, mi guarda. Sonia è un muro invalicabile. Ha gli occhi impenetrabili di chi non vuol mostrarsi debole. Lascia che la vita le scorra sopra, vorrei dirle che dovrebbe riacchiapparla. Sonia mi spaventa e mi affascina, è mistero e tristezza, solitudine, odio. Le conosco le persone come lei, forse per questo mi fermo a guardarla. Le ho sorriso una volta e ha accennato una smorfia, da quel giorno la osservo senza farmi vedere. Ha sempre le cuffie nelle orecchie, diventa più magra a vista d’occhio, indossa sempre i vestiti giusti, i capelli mai fuori posto, il trucco quanto basta, le mani nelle tasche o aggrappate al telefono. E quando la senti parlare, ha la voce stanca e guardinga di chi lotta e non se ne accorge. L’autobus è una miniera di storie per chi, come me, ama studiare le persone. Dagli occhi dei passeggeri noto pensieri, paure, mi diverto a leggergli dentro, trovare ogni anima e attribuirle un nome, una vita, una casa. Mi tengo per non cadere e mi guardo intorno. Davanti a me un uomo. Ha i capelli biondi e gli occhi verdi, di un verde scuro come i prati in primavera, come le insegne luminose delle farmacie. M’ingegno a trovargli un nome: Roberto. Roberto gli calza a pennello. È il nome di un uomo che ha un posto nel mondo, mi resta da scoprire quale. Dalla fede al dito so che è sposato, immagino che abbia una moglie alta e bella dai capelli mori, lisci e qualche lentiggine chiara sul viso. Forse ha anche una figlia, piccola e dolce, lo abbraccia forte ogni volta che torna a casa. A giudicare dalla borsa potrebbe essere un avvocato, magari non ha una macchina, magari oggi l’ha presa sua moglie per portare la piccola a scuola. Ma questo è il contorno, l’ho descritto marginalmente, così è vuoto come un vaso di ceramica, ci bussi sopra e senti il rimbombo. Qualcosa dovrà pur riempirlo, e allora lo guardo meglio. Le occhiaie lo mostrano stanco, ma lui sorride agli alberi, si finge felice, non lo è. E allora so che è un uomo buono ma debole, si nasconde e nessuno lo trova. Dal finestrino alberi spogli si alternano ai palazzi grigi, poi un muro grande col disegno del volto di un bambino coperto da mille colori. Dalle cuffiette di chi mi sta intorno si sente una musica fioca di cui non distinguo le note. Prenestina-Candiani, sale un ragazzo con una sedia da ufficio sotto il braccio, è alquanto insolito e tutti ci giriamo a guardarlo, sorride. Togliatti-Bardanzellu, sono arrivata. Un piede dopo l’altro mi appresto a lasciare il mio autobus con la consapevolezza che lo aspetterò di nuovo tra cinque ore, dalla parte opposta.

Pubblicato: 1 Giugno 2021
Fascia: 19+
Commenti
Non ci sono commenti per questo racconto.