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Fantascienza
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Fascia 16-19
Il calore necessario

Sta per scoccare la mezzanotte: tra qualche minuto sarà il 2147. Sono a casa di Leila, la mia migliore amica, con altri amici. Federico, però, non è qui con me: a novembre si è trasferito a Parigi, a causa del lavoro dei suoi genitori.

Manca poco: 5, 4, 3, 2, 1, “BUON ANNO!!”.

Abbraccio Leila e poi gli altri. Corro in camera sua, chiamo Federico e poso il mio telefono a terra: in men che non si dica il suo ologramma a grandezza naturale mi compare davanti. Ci facciamo gli auguri e ci scambiamo un leggero bacio. Vedo nei suoi occhi nostalgia di casa. Gli mostro il mio vestito, gli racconto della serata e mi lamento della mia auto SkyJet che è dal tecnico per problemi alle ali. Infine, gli prometto che ci vedremo presto. Poi lo saluto e il suo ologramma svanisce nel mio telefono. Torno dagli altri e, tutti insieme, leviamo i calici in alto: brindiamo all’anno nuovo.

Ormai sono tutti andati via. Siamo rimaste solo io e Leila a casa sua. È ora di andare a dormire. Ora sono le 5.07. Mi giro e mi rigiro nel letto, ma faccio attenzione a non svegliare la mia amica. Non riesco a dormire, Federico è troppo lontano da me. Adagio lo smartphone sul comodino e seleziono la nostra foto preferita: viene proiettata sul muro retrostante al mobile. Il mio cuore si scalda e riesco finalmente a dormire.

«Aurora! Aurora, è ora di pranzo, devi svegliarti!». La voce di Leila mi rimbomba nelle orecchie. Sono le 12.30. Devo alzarmi. Mi fanno male i piedi: i tacchi di ieri sera si sono rivelati molto scomodi. Le morbide pantofole sono però un toccasana. Leila mi aspetta in cucina.

Nella mia mente ancora danza il ricordo della videochiamata: il suo ologramma non trasmetteva calore come al solito, era freddo, quasi ghiacciato. La mia amica mi riporta con i piedi a terra, ma comprende subito il mio malessere:

«E se andassimo a Parigi a trovarlo?», propone. È matta.
«Certo, partiamo subito» ribatto. Mi guarda confusa: non coglie mai il mio sarcasmo.
«Ma no, sciocchina. Guarda che cosa ho trovato su internet: discovering-Paris-with-Marc-and-Julie.com. È un sito internet gestito da due proprietari di una catena internazionale di bar: Marc è a Parigi, Julie è proprio qui a Roma. È molto intuitivo: ti iscrivi, controlli la disponibilità, prendi un appuntamento e poi vai da Julie; lei ti farà sedere su un cavallo finto e ti darà un visore per la realtà virtuale. Nel frattempo, Marc riceverà il segnale e il tuo ologramma apparirà sopra un robot-cavallo, che ti farà visitare Parigi. C’è un posto libero per domani pomeriggio, dovresti prenotarlo e avvisare Federico della tua visita, così ti potrà raggiungere ovunque sarai».

È proprio vero che chi trova un amico trova un tesoro. Mentre Leila prepara il pranzo, prenoto per le 14: la visita dura 5 ore. Poi chiamo Federico e gli racconto tutto. Urliamo all’unisono per la felicità.

Sto per aprire il portone di casa mia: tra qualche minuto dovrò dire a mamma che domani andrò a Parigi. Lei è una donna vecchio stampo, non ama la tecnologia di oggi, gli ologrammi, i robot-animali, le macchine volanti e gli aerei supersonici; mio padre, al contrario, ama gli animali da sempre, ma ama ancora di più quelli tecnologici perché non perdono peli e non sporcano.

Aprendo il portone MaxBot non mi corre incontro: è stato colpito da un virus prima di Natale e ancora non si riprende. “Come sta il mio cucciolone?”, gli faccio la vocina buffa mentre gli accarezzo la testa e lui, flebilmente, scodinzola.

«Sta prendendo l’antibiotico via cavo, migliorerà». Mamma mi coglie alle spalle e mi posa un bacio sulla testa. Entro con lei in cucina e, dopo aver salutato papà, approfitto della presenza di entrambi per avvisare del mio viaggio. Papà non è molto felice, ma non si esprime a riguardo: sa quanto è importante per me Federico. Mia madre neanche lo è, e lo dimostra subito:

«Quegli ologrammi sono pericolosi in Italia, figurati in un viaggio internazionale. E se il tuo CHIP venisse attaccato da un virus mentre sei lì? Non voglio che ti succeda nulla».

A ognuno di noi, alla nascita, viene installato un CHIP sottocutaneo, è grazie ad esso se riusciamo ad avere gli ologrammi: il CHIP sa com’è il nostro corpo e, tramite una rapida scansione visiva con la lente del telefono, scannerizza gli abiti e li fa indossare all’ologramma. Avendo i vaccini, è quasi impossibile essere attaccati da un qualsiasi virus o malware, ma mia madre è ipocondriaca e spaventata dai progressi tecnologici. Interviene mio padre, che mi chiede di lasciarli soli per qualche minuto.

Torno da MaxBot: me lo hanno regalato i trisnonni al mio decimo compleanno, andando contro il volere dei miei genitori, ma ormai anche loro si sono affezionati a questa palla di acciaio. Oggi Maxy ha 7 anni e avrebbe bisogno di un aggiornamento del sistema: volevamo aspettare l’avvento del nuovo anno ma forse avremmo dovuto portarlo prima dai vet-tecnici, forse avremmo evitato questo brutto virus.

Mi abbasso alla sua altezza e la sua coda comincia di nuovo a muoversi: siamo molto legati, lui è un Sentimental Terrier, la razza di cani robot più affettuosa e coccolona che abbiano mai inventato. Guardo i suoi occhi blu e noto che le lenti sono un po’ graffiate, ci sarebbe bisogno di un intervento ottico.

Papà mi raggiunge in salotto e si siede a terra vicino a me e al mio amico fedele. «L’ho convinta a farti partire, a una condizione: ti accompagno io». Urlo dalla gioia e gli getto le braccia al collo, poi corro da mamma e la riempio di baci sulle guance.

Saltellando raggiungo di nuovo papà e Maxy. «Avrebbe bisogno di un intervento ottico, ha le lenti graffiate» gli spiego. «Domani pomeriggio, mentre noi saremo a Parigi, la mamma lo porterà dai vet-tecnici e vedrà cosa fare: potrebbero installare anche il nuovo aggiornamento». Annuisco, poi corro in camera mia e videochiamo Fede.

«Ci sono riuscita! Li ho convinti! Domani vengo a Parigi», gli comunico appena intravedo il suo ologramma. «Brava, amore! Non vedo l’ora di vederti e di visitare la città con te», mi risponde su di giri. «Con me e mio padre. Viene anche lui. Causa: mamma ipocondriaca», lo avverto, con una nota di imbarazzo.

Lui ride, in fondo va molto d’accordo con mio padre, si vogliono bene. «Non sarà un problema», Sento il mio nome provenire dalla cucina.
«La mamma mi chiama per la cena, devo andare. Ci sentiamo domani. Ti amo». Lo saluto.
«A domani. Je t’aime». Poi riattacca. Ho le farfalle nello stomaco per tutta la cena, per tutta la notte.

Siamo davanti al bar. Guardo l’orologio. 13:47. Non so se sono più agitata io o mio padre: non abbiamo mai fatto un’esperienza simile. Entrando, una signora con uno strambo colore di capelli ci accoglie calorosamente: «Aurora! Che piacere conoscerti! Lui è il tuo accompagnatore, giusto? Tuo padre? Che piacere avervi qui! Avete mai visitato Parigi? Elle est magnifique! Sono Julie, la proprietaria! È un piacere!». È un po’ logorroica, e mi sta stritolando la mano.

Ci accompagna nella sala col cavallo, ci fa accomodare e ci spiega le istruzioni e le regole.

«Infine, la regola più importante è questa: non aprite gli occhi fino a che non avrete raggiunto Marc a Parigi. Non preoccupatevi, vi darà lui il via libera. Aprendo gli occhi, potreste mandare in cortocircuito il sistema o danneggiare il vostro CHIP. Detto questo, tra qualche istante apparirà sul vostro visore un conto alla rovescia: avrete 15 secondi per mettervi comodi e chiudere gli occhi. Poi arriverete a Parigi in men che non si dica. Buon viaggio!».

Appena Julie ci lascia, i numeri compaiono sul visore della realtà aumentata. Chiudo gli occhi. Il cavallo sotto di me si muove all’improvviso ed io, dalla paura, spalanco gli occhi.

Sono circondata da sfumature caleidoscopiche rosa, nuvole dai colori delle galassie e tutto gira attorno a me. Guardo a terra, ma non vedo il suolo: sto fluttuando. Non so come muovermi. Ho paura di sprofondare nel vuoto. Devo prendere coraggio e muovermi. Chiudo gli occhi, nella speranza di tornare nella vita reale. Li riapro ma non è successo niente.

Provo a muovermi, e ci riesco. Sono leggera, mi sembra di volare. Sento una strana energia sul mio corpo, come se i miei movimenti siano accompagnati da una forza maggiore di quella che riesco ad esercitare io stessa. Vago senza meta per un po’: non so quanto sia passato, il tempo sembra non passare mai e non riesco a contare i secondi senza distrarmi dopo poco.

Sento un forte rumore da lontano. Non so quanto lontano, ma non abbastanza per me. Si fa sempre più vicino. Sono pietrificata. In trappola. Urlo. Nessuno mi sente. Sono abbandonata a me stessa. Di nuovo, chiudo gli occhi. Qualcosa mi passa di fianco alla gamba. Sono curiosa di sapere cosa sia. Faccio un respiro profondo, che sembra durare un’eternità. Apro gli occhi.

È MaxBot, è qui con me. «Ehi, bello, che fai qui?» gli chiedo mentre lo accarezzo. È molto energico ora. È strano il mio Maxy. Tra me penso che forse questa non è una strana dimensione. Forse è una stanza speciale. Forse sono in una navicella priva di gravità. Forse c’è una porta segreta che mi può riportare a casa oppure a Parigi.

Decido di andare a fare un giro, per vedere se riesco a tornare nella mia dimensione. Maxy mi segue, come sempre. Più cammino, più mi sento debole. C’è qualcosa in me che non va. Ho mal di testa, non riesco più a parlare, faccio fatica a stare in piedi e il mio amico se ne accorge. MaxBot mi salta addosso: vuole farmi stendere. Lo assecondo e mi distendo nel vuoto, e Maxy al mio fianco. Sento il suo calore sul fianco destro. Chiudo gli occhi tanto che sono stanca. Il tepore sta svanendo. Maxy sta forse andando via? Voglio vedere dove va, ma sono troppo debole. Cosa sta succedendo?

Vedo nero. Ora sento delle voci. Sento il mio corpo pesante. «Aurora? Signorina, riesce a sentirmi?». Non conosco questa voce.

Riesco finalmente ad aprire gli occhi: i miei genitori e Leila sono attorno al letto d’ospedale e un medico continua a farmi domande. Mi spiega che, aprendo gli occhi, il mio CHIP è andato in cortocircuito e mi ha spedita in un multiverso e che hanno dovuto usare degli strumenti tecnologici all’avanguardia per riportarmi nella vita terrena. Sono entrata in coma per 7 ore. Poi esce dalla stanza e mi lascia con i miei affetti.

Racconto di Max. Nella stanza regna il silenzio. Mamma mi stringe la mano: Il mio amico fedele è volato via, il virus lo ha reso troppo fragile e non ce l’ha fatta. Ma io l’ho visto, so che lui ora è felice e pieno di energie, lontanamente vicino a me.

È passata qualche ora dal mio risveglio e Leila è qui con me mentre qualcuno apre la porta. Un mazzo di tulipani gialli fa capolino. È il mio Federico.
«Ciao, mon amour! Che spavento che mi hai fatto prendere! La prossima volta aereo, ok?», mi posa un bacio sulla fronte. Ora sento il suo calore.

questo racconto ha partecipato al concorso Fiction for Future 2024
Pubblicato: 19 Febbraio 2024
Fascia: 16-19
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