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Fantascienza
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Fascia 16-19
Gocce d’ambra al sapore di comunità

«Il desiderio di innovazione nasce nella mentalità degli individui come un germoglio che deraglia due cuori in un amore che spesso può sembrare troppo distante dalla realtà». Queste furono le prime parole che scrissi. Le scrissi in un diario quasi a sfogare la rabbia che provavo per essere cresciuta in un luogo che questo stesso concetto lo abborriva. Penso che chiunque conoscesse il quartiere in cui ero nata e vissuta non avrebbe nemmeno immaginato che alla fine sostenibilità e cambiamento sarebbero state la stessa acqua di ognuno.Questa non è solo la mia storia. La mia vita, infatti, si è intrecciata come salsedine tra gli scogli con coloro che il cambiamento lo incarnano.

La mia storia comincia quando ero all’ultimo anno delle superiori. Il mio quartiere era l’incarnazione pura delle tradizioni. Ogni singola famiglia preservava e continuava costumi che ormai perduravano da millenni preferendo allontanarsi e rimanere cechi davanti al progresso. Il cambiamento climatico, i migranti, l’integrazione erano argomenti tabù accuratamente emarginati da qualsiasi conversazione e pensiero. Si temeva il nuovo, non lo si conosceva e esso non rientrava in nessuno degli insegnamenti degli anziani. Una tiepida mattina di marzo, lungo la strada verso la mia scuola nel quartiere Butte Aux Cailles, vidi per la prima volta Kande il ragazzo che avrebbe cambiato la mia vita. Era disteso a terra. Sembrava privo di vita, la bocca semiaperta, le palpebre rigonfie e un’espressione di spossatezza. Lo guardai circospetta, non sapevo cosa poter fare per lui. Sentii solo la necessità di abbracciarlo e così feci. Era incredibilmente caldo e respirata a stento. Riuscii a farlo sedere e per un attimo i suoi occhi si aprirono. Erano come due chicchi di caffè, neri, profondi. Quel suo sguardo rimase con me come il profumo dei croissant di quella mattina. Andai velocemente a scuola, ma non sapevo a chi domandare aiuto. Una ragazza nuova mi si avvicinò.  Mi chiese se stessi bene e solo in quel momento mi resi conto che le mie guance erano rigate da lacrime. Mi abbracciò. Non mi disse nient’altro. Io ormai ero mossa da una forza nuova, le presi la mano e senza pensare a nulla, dimenticandomi dove mi trovavo, la condussi dove poco prima avevo incontrato il ragazzo dalla pelle ambrata. Lei mi seguì. Disse solo il suo nome: Maria Isabel.

Trovammo il ragazzo ancora lì, nella stessa posizione emaciata di pochi minuti prima. Lo sollevammo e decidemmo di portarlo a casa mia, i mei genitori sarebbero tornati la sera tardi quindi potevamo farlo riposare per un po’. Appena arrivati lo adagiammo sul mio divano, sembrava perdersi tra la miriade di cuscini ricamati di cui mia madre era tanto gelosa. Maria rimase con lui, gli tenne la mano mentre io cercavo disperata il termometro. La sua fronte scottava sempre di più. Gli diedi una tachipirina e lo lasciai a riposare. Io e Maria ci sedemmo in cucina. Nessuna delle due sembrava saper come esprimersi, cosa dire in quella situazione. Alla fine fu lei a cominciare la conversazione. Mi raccontò di essere fuggita dal Brasile solo pochi mesi prima. Scappava anche lei da una realtà che pareva schiacciarla. Non temeva di dire ciò che aveva vissuto e anzi era orgogliosa di essere riuscita ad affrontare una vita di cui vedeva solo una cornice fatta di intarsi di fumo. Aveva un progetto che l’aveva accompagnata sin dal primo momento in cui aveva poggiato piede sul suolo francese. Voleva creare una comunità unita che includesse la totalità degli individui di un quartiere. Una comunità aperta a tutti dove poter esprimersi senza temere giudizi, un luogo dove potersi confrontare su più tematiche e creare un’aura in una città puntinata di inquinamento.

Mi rivedevo nelle sue parole, le volevo rendere mie. Il cambiamento per me era sempre stato qualcosa di distante e l’inclusività era temuta, tenuta lontano. Sentimmo dal soggiorno un lamento. Mi precipitai nella sala tappezzata di merletti. Kande era lì  seduto e si girò a guardarmi. Si alzò piano ancora acciaccato dalle tante notti al freddo. Mi abbracciò forte stringendomi al suo corpo. Profumava di zucchero e miele. Rimanemmo intrappolati in quell’abbraccio per un minuto fatto di infinità. Sentii con lui un legame che non mi aveva mai sfiorato prima di allora. Aprì piano le labbra, la sua voce era un suono flebile e profondo. Aveva sentito tutta la nostra conversazione. Desiderava essere parte di quel progetto di unione e voleva sentirsi parte almeno per una volta di una comunità. Oramai sembrava tutto deciso. Non esitai nemmeno un istante. Presi uno dei fogli sul tavolo, ero pronta a programmare nuove iniziative, proporre progetti, fare attività comunitarie. Ero mossa da un desiderio di unione tra più etnie e culture. Dopo quasi due ore di progettazione salutai quelle due rose cresciute nel giardino della mia vita.

Kande sarebbe andato nell’appartamento di Maria, ci saremmo rivisti il pomeriggio seguente. Appena se ne andarono, ripensai alle emozioni provate, erano arruffate e non chiare dentro di me. Avevo percepito lo sguardo di Kande delicato come gocce d’ambra mentre parlavo. Il mio cuore sapeva che la scintilla di quell’abbraccio era una premonizione. Ci rivedemmo nel corso della settimana successiva. Eravamo un gruppo molto determinato e combattivo. A noi si aggiunse anche Aren il fidanzato di Maria. Era il più convinto sostenitore del nostro progetto e cominciò ad aiutarci immediatamente con la sua famiglia che non esitò a mostrare il suo sostegno. I miei genitori incontrarono Kande un pomeriggio perché si era trattenuto più del solito. Non furono felici, diventarono scontrosi. Gli spiegai il nostro progetto. Non ne vollero sapere nulla. Il loro disinteresse mi spronò a proseguire ancora più inesorabilmente nella mia iniziativa. Volevo cambiare le mentalità di coloro che erano racchiusi nel passato. Trovammo una sala all’interno della parrocchia del quartiere dove poter mettere in atto i nostri progetti. Creammo un sito informativo con tutte le nostre iniziative in aggiunta ai volantini che distribuimmo minuziosamente tra i vicoli. La prima iniziativa che proponemmo fu un pranzo a base di pietanze di varie culture straniere. Non si presentarono in molti. Il nostro quartiere contava circa 100 abitanti. Di questi probabilmente una ventina arrivò.

Ricordo la signora Alizèe, giunse solamente perché provava simpatia per me, se ne andò con un’espressione di beata gioia dopo aver assaggiato nuovi cibi. Tutti coloro che vennero, seppure fossero pochi, sembrarono entusiasti della proposta, impararono moltissimo sulla cultura africana grazie a Kande, conobbero peculiarità nascoste sul Brasile grazie a Maria e Aren mostrò la comicità nascosta delle popolazioni nordiche. Nonostante l’imbarazzo iniziale tutti se ne andarono più allegri con una nuova parola a impreziosire il loro vocabolario. Persone che prima si trovavano a passare il pomeriggio rintanate nelle loro case abbandonate ai loro ricordi adesso potevano fare esperienza di cosa voleva dire essere una comunità.

Le settimane si susseguirono in un clima di nuova e elettrizzante eccitazione. Cominciammo a proporre corsi per imparare a cucinare nuovi piatti, corsi di cucito per realizzare gli abiti tipici di diverse culture, corsi sull’ecologia e il riciclo responsabile. Non mancarono poi iniziative riguardanti l’integrazione. Facemmo capire alle persone che il diverso non era qualcosa da temere ma una tessera unica nel mosaico di quella nostra comunità. Piano piano tutte queste iniziative cominciarono a contare un numero crescente di partecipanti. I giovani erano entusiasti, portavano i genitori che si appassionavano a loro volta e convincevano nonni. Persino il signor Monroe ormai anziano realizzò un Nationella dräkten sotto la guida di Aren che si perdeva tra il sorriso sdentato di quell’uomo all’apparenza burbero. Moltissimi amici di Kande giunti come rifugiati trovarono finalmente un luogo in cui sentirsi protetti e potersi esprimersi sul piano artistico, sociale e in cui trovare spunto per ricominciare vita. Oramai anche i miei compagni di classe nati e cresciuti nei rigidi principi delle loro famiglie si appassionavano al modo in cui ci si prendeva cura dell’ambiente e convincevano le loro madri a preparare per loro copricapi brasiliani e deliziosi dolci keniani.

Gli unici poco convinti dell’intero progetto erano i miei genitori. Non volevano che cambiassi le credenze su cui avevano basato la loro vita. Non partecipavano a nessuna iniziativa. Si discostavano completamente dalla nuova realtà che era la nostra comunità. Un giorno ricordo che cambiò tutto. Il nostro progetto era attivo da poco più di sei mesi. Tra me e Kande c’era  un legame che non ci aveva abbandonato dalla prima volta in cui i miei occhi color opale si erano tuffati nei suoi due diaspri. Quel giorno mi ero trattenuta di più nella sala dell’oratorio, avevamo organizzato una lezione sull’ecologia e adesso stavano facendo una maratona dei film di Margot Abascal, non avevo percepito lo scorrere del tempo e senza rendermene conto erano le due del mattino. Ad un tratto le porte si spalancò. Era mia madre, mi aveva cercato per tutte le strade del quartiere. Non appena entrò nella sua mente tutto fu più chiaro. Capì che cosa eravamo risusciti a realizzare. In tutta la sua vita non aveva mai visto il nostro quartiere così unito come era quella sera in quella piccola sala. Io parlavo con Kande e inizialmente non la notai. Mia madre mi vide, non ricordava un mio sorriso così sincero da quando ero una bambina. Quando la vidi lei mi corse incontro. Ci abbracciamo.  Aveva capito quello che avevamo creato, aveva capito ciò che si stava perdendo, aveva capito che l’innovazione non è da temere ma da rendere parte di noi. Mio padre comparve poco dopo. Non appena vide i modellini di auto d’epoca realizzati come progetto per il reimpiego di vecchi mezzi rimase talmente estasiato da sentirsi già membro della comunità. Mia mamma diventò un aiuto fondamentale. Grazie a lei riuscimmo a cominciare anche il progetto di aiutare i ragazzi più in difficoltà a studiare, aiutare gli immigrati che volevano imparare il francese e perfino gli uomini e le donne che non avevano terminato l’università a ottenere la laurea.

Presto anche quanti erano  situati più in periferia si unirono ai nostri progetti. Cura era per noi il concetto chiave, ognuno aveva uguali possibilità e poteva sentirsi accettato indipendentemente dalla sua condizione. Riuscimmo anche a dare sostegno a persone disoccupate con aiuti a trovare nuovi impieghi, i poveri con pasti gratuiti e con dei letti allestiti nelle abitazioni del quartiere. La nostra piccola realtà di Butte Aux Cailles era una comunità. L’innovazione che tanto temevamo è diventata la parola che ci sprona ad andare avanti.

Pubblicato: 8 Maggio 2023
Fascia: 16-19
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