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Romance
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Fascia 16-19
Giorni rossi

Non ricordo dove mi trovassi, sapevo solo di stare bruciando.

Desideravo bramosamente di abbandonarmi al piacevole calore di quel contatto. Attorno a me non percepivo altro se non la nitidezza di quel rosso acceso e ricordo vividamente di aver desiderato dissolvermi tra quelle ipnotizzanti lingue di fuoco.

Ogni lembo della mia pelle bruciava di passione e sporgevo le mani in avanti per poter finalmente toccare il suo corpo.

Affondavo le dita in quei capelli ramati che parevano fiamme ardenti e respiravo a pieno polmoni il suo odore. Era un profumo forte: arancia e rosmarino. Avevo bisogno di sfiorare il suo corpo, ero impaziente di poggiare le labbra sulla macchia di vitiligine presente sulla sua spalla. Non erano solo i suoi capelli a stare bruciando, né era il mio petto ad andare a fuoco. Il mondo intero pareva in fiamme.

«Bene, bene. Sembra che qualcuno qui non abbia disattivato il proprio Bluetooth.»

Quella voce mi afferrò con violenza per la nuca e mi fece balzare nuovamente nel mondo reale. Spalancai gli occhi trattenendo il fiato, e mi ritrovai ancora una volta nella mia fredda aula di chimica. Abbassai le mani che stavo sporgendo in avanti, in imbarazzo. Il professore mi squadrò con sufficienza, ripetendomi la stessa pappardella che ero costretto a sorbirmi quasi ogni mattina.

«Eppure pensavo di essere stato chiaro all’inizio della lezione. Disattivalo e inizia a leggere dal paragrafo successivo.»

Mi alzai in piedi per recitare ad alta voce la formula di ossidazione che figurava sul mio tablet. Lettere, lettere e numeri. Il sistema scolastico poteva anche essersi aggiornato negli ultimi centocinquant’anni, le più avanzate tecnologie regnavano nella quotidianità degli studenti, eppure qualcosa sembrava essersi perso lungo la strada. I ragazzi della classe 2164 avevano strumenti avanzatissimi e un IQ decisamente sopra la media del secolo scorso, ma mancavano di intelligenza emotiva, oltre che di entusiasmo alla prospettiva di intraprendere qualsivoglia relazione interpersonale.

Il problema non era neanche di per sé la scuola; anzi, le lezioni erano davvero interessanti. Sognavo di stringere al petto il mio diploma e di diventare un medico specializzato nell’uso dell’intelligenza artificiale per sperimentare farmaci in grado di curare una serie di malattie rare, prima definite incurabili. Ma da giorni, o meglio, da settimane, era divenuto impossibile mantenere alto il mio livello di attenzione.

Quando il mondo reale diventava troppo tetro e il tedio dominava i miei pensieri, era sufficiente accendere il Bluetooth per averla davanti ai miei occhi.

Non so quando riceverai questa missiva, lettore del passato, ma forse è meglio che ti spieghi cosa intendo dire. Dopo la grande crisi economica generata dalla Terza Guerra Mondiale, il mondo si è pian piano risollevato dalle ceneri, come del resto ha sempre fatto. Una nuova ondata di progresso si è riversata sulla nostra civiltà e, tra le varie innovazioni, è stato realizzato un dispositivo in grado di collegare degli apparecchi elettronici – come cellulari, computer, televisori – al sistema nervoso di un essere umano. Questo congegno, che può collegarsi tramite Bluetooth a qualunque dispositivo in commercio, viene impiantato alla nascita nella nuca di ogni bambino la cui famiglia possa permetterselo. Esso è legato al nervo occipitale in modo da reagire agli stimoli nervosi e permette di visualizzare luci, forme e colori esattamente come se si avesse uno schermo davanti alla retina dei propri occhi.

Fenomenale, non è vero? Il tuo corpo può anche trovarsi nel luogo più angusto, eppure la tua mente è altrove. Essa ascolta video didattici di medicina, come mi diletto a fare nel tempo libero; si trova tra i meandri della giungla per battere il boss di un videogioco; genera un mondo fittizio sulla basa di foto postate online dalla propria fidanzata, invece di prestare attenzione in classe.

Ero ben conscio di essere nel torto. Non sapevo cosa mi spingesse negli ultimi tempi ad alienarmi da tutto e tutti e a trascurare il mio rendimento scolastico, ma non passava giorno in cui non pensassi a lei e ai suoi incredibili capelli rossi.

Ci siamo conosciuti online in un torneo di scrittura, quando nella mia testa non era ancora una ragazza allegra e intraprendente, ma un semplice avatar associato ad un nickname: Supernova. Quel nome mi ricordava solo una stupida canzone di tendenza sui social, ma più avanti mi spiegò che richiamava la sua grande passione per l’astronomia.

Le sue storie venivano sempre premiate dalla giuria online insieme alle mie. Provavo una fitta di invidia quando le leggevo, ma non potevo fare a meno di trovarle affascinanti. Il suo stile di scrittura era in grado di trascinarti in un’altra dimensione spazio-temporale, per cui non fui così dispiaciuto quando il suo racconto riuscì a surclassare il mio durante il round decisivo.

Trovai il coraggio di scriverle la sera successiva. Volevo congratularmi per la vittoria e avere l’occasione di conoscerla, scoprire chi si celava dietro quelle dita che modellavano mondi fantastici per mezzo di una tastiera. Non potevo di certo immaginare che sarebbe riuscita a sfiorare in modo altrettanto abile le corde del mio cuore.

Ci scambiammo messaggi per quasi tutta la notte e iniziammo a parlare ininterrottamente per giorni. Il suo vero nome era Luna e aveva quasi la mia stessa età. Era del Maine, negli Stati Uniti; si era trasferita in America con i suoi genitori quasi dieci anni prima e ormai conosceva l’inglese alla perfezione. Non si era tuttavia dimenticata delle sue radici e tornava in Italia a visitare i suoi nonni quasi tutte le estati. Il problema è che quando iniziammo a frequentarci era metà novembre e avrei dovuto aspettare un’eternità per poterla finalmente incontrare.

La distanza non sempre era un problema, del resto i mezzi che avevamo per interagire erano ben diversi da quelli disponibili durante i primi anni del 2000. Ogni sera ci sintonizzavamo sul nostro videogioco preferito e indossavamo un casco di realtà virtuale che ci permetteva di metterci nei panni dei nostri eroi preferiti. Combattevamo fianco a fianco per esplorare mondi immaginari e, una volta completate le missioni, ci dividevamo i premi ottenuti e ci raccontavamo come fosse andata la nostra rispettiva giornata.

C’erano momenti, però, in cui il peso della lontananza sembrava insostenibile. Erano i “giorni neri”, come mi piaceva definirli, giorni in cui bastava un commento di troppo da parte di mia madre o il risultato troppo basso di un test a mettermi di cattivo umore. Durante quei giorni, che segnavo con un pennarello nero sul mio calendario, io e Luna parlavamo poco perché non ero dell’umore giusto e passavo il pomeriggio a pensare, arrampicato sul ramo più robusto dell’albero in giardino.

Trovavo che la vita fosse ingiusta, mi aveva permesso di conoscere la ragazza perfetta per me e aveva deciso di mandarla al di là dell’oceano.

I nostri caratteri erano così compatibili da sembrare quasi surreale. Avevamo gli stessi hobby e gli stessi gusti in fatto di videogiochi. Ci piaceva intraprendere lunghe conversazioni su Nietzsche e ascoltare il jazz, ballare a piedi nudi nelle nostre rispettive stanze. I miei dicevano che quella musica era troppo vecchia perfino per loro, ma la mia Luna adorava sentirmi cantare nei messaggi vocali che le mandavo.

Allora perché tra noi doveva essere tutto così complesso? Le mie emozioni vorticavano nel mio petto e sentivo che un semplice messaggio non era sufficiente per esprimerle l’amore che provavo. Ero stanco di stringere un cuscino fingendo che ci fosse lei al suo posto, desideravo solo che il giorno del nostro incontro arrivasse il prima possibile.

Per i miei amici ero uno stupido; le relazioni a distanza erano nella norma ormai, ma non c’era motivo di affannarmi così tanto quando sarebbe stato sufficiente accendere una delle app di ultima generazione per trovare una ragazza compatibile a me nelle vicinanze. Io ridevo con loro e replicavo che non capivano, che non avrebbero mai potuto capire se non si fossero ritrovati nella mia stessa situazione. La mia relazione con Luna era semplicemente diversa e i sentimenti che mi legavano a lei non erano individuabili da nessun algoritmo.

Durante quei giorni neri accendevo il Bluetooth collegato al mio cellulare e proiettavo davanti ai miei occhi le sue foto. La sera, prima di andare a dormire, accendevo la lampada collegata a distanza con la sua. Bastava poggiarci una mano sopra per accendere il dispositivo dell’altra persona, a prescindere dalla distanza che separava un apparecchio dall’altro. Lei conosceva il codice morse perché suo padre era non udente ed era loro abitudine scambiarsi parole semplici battendo le dita sul tavolo, così le davo la buonanotte picchiettando i polpastrelli contro uno strato di plastica impolverata. Non sempre mi era d’aiuto, ma a volta riusciva a tamponare la ferita che mi si era aperta in petto il giorno in cui l’ho conosciuta, quella ferita che mi faceva soffrire, ma anche guardare al mio futuro con occhi diversi.

Luna sapeva prendersi cura alla perfezione della mia ferita: abbracciava il mio cuore a distanza di chilometri, lo riempiva di baci e mi scaldava da dentro. Ecco allora che le giornate nere divenivano giorni rossi. Rossi come il fuoco, come i suoi capelli.

A volte mi chiedevo come facesse a essere così ottimista, come fosse possibile che lei non stesse male quanto me a causa della nostra distanza. Forse ero più noioso di quanto credessi, magari non le piacevo quanto lei piacesse a me. Un giorno trovai il coraggio di chiederglielo, durante uno dei nostri mesiversari trascorso in videochiamata. Da lei era appena calata la sera, mentre da me era già notte fonda.

«Senti mai il petto schiacciato dal peso opprimente di questa distanza?»

Lei sorrise con fare enigmatico e mi piantò addosso i suoi occhi verdi.

«Non passa giorno senza che desideri baciarti o sentire il tuo odore.» mi disse «A volte mi fa soffrire non poterti toccare. Poi penso che non potrò mai toccare neanche una stella, ma ciò non mi impedisce di amare il firmamento e di ammirare la luna.»

Arricciò gli angoli delle labbra verso l’alto, formando due fossette sulle sue guance. «E poi tu non sei una supernova irraggiungibile, un giorno potrò toccarti eccome!»

Le sue parole riuscirono a confortarmi più di qualsiasi contatto tangibile e quella sera andai a dormire con il cuore leggero.

Adesso, che siamo sposati da sette anni e guardiamo le stelle spalla contro spalla, ripenso spesso a quel ricordo. La mia Luna è così, sa sempre cosa dire per scaldarti il cuore. E dopo il nostro primo incontro, durante un’afosa mattinata di giugno, il calendario segna giorni rossi a non finire.

questo racconto ha partecipato al concorso Fiction for Future 2024
Pubblicato: 30 Aprile 2024
Fascia: 16-19
Commenti
ho apprezzato molto come è stato scritto questo racconto, in particolare i pensieri del protagonista, poiché il lettore riesce a entrare facilmente in empatia con lui.
01 maggio 2024 • 17:52