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Fascia 16-19
Felice di nuovo

L’adrenalina, il desiderio, i contropensieri. La goccia insistente sulla mia fronte scivola lentamente. Il muscolo cardiaco pompa più sangue di quanto abbia fatto in tutta la sua vita. La mente scorre strani scenari, fantasticando sulla fine.
L’animo, be’ quello sta sereno, forse è l’unico. Già vaga tra le onde, si immerge nei candidi piaceri della morte, si aggrappa alle nuvole, abbracciando il sole. Mi spintona, incitandomi a lasciare la presa, ma i tendini della mano si stringono contrari, alla corteccia d’un esile ramo.
La vita è un aeroplano che vola: non fai in tempo a vederlo volare, che già è a terra. Ce ne sono molti: aeroplani che sfrecciano per il medesimo cielo, assaporando la stessa aria. Ma tutti cadono a terra. Volano giusto il necessario per potersi rendere conto di esserne in grado, certezza che si frantuma non appena la punta tocca terra. Tutti toccano terra.
Sotto di me la ruvida roccia, il mondo che sto per abbandonare: tagliente, aggressivo, nero e malinconico. Lontano, in basso la distesa di mare, il mondo del quale farò parte tra qualche attimo: accogliente, limpido, colorato e gioioso. La roccia urla, tentando di trattenermi, ha paura di perdere l’ennesimo dei suoi figli; le onde mi chiamano, mi aspettano, sono pronte a darmi il benvenuto in quel mondo così eterno e inesistente.
Inspiro. Le ultime molecole di ossigeno che penetrano nei polmoni.
Sento tutto ora, sento il canto degli uccelli, il fruscio delle foglie, il calore del sole sulla pelle e il freddo del vento tra i capelli; sento il mio cuore che batte e l’aria che fa avanti e indietro tra faringe e laringe. Sento i miei pensieri, forse per la prima volta.
Sento anche il suo di respiro, che arriva da lontano correndo.

«Marco!»
Questa volta è stata veloce. È cresciuta tanto.

«Marco, ti prego! Che cerchi di fare?»
Cerco di togliermi l’animo di dosso; è diventato pesante.
Sento i suoi passi frenetici. Si sta avvicinando. «No!» Mi giro.

«Non ti avvicinare»

Era da molto che non sentivo la mia voce, quanto era piena di tristezza. Ora sono rivolto verso di lei, ma i miei occhi sono bassi.

«Marco…»
Una lacrima cade accanto al suo piede, mi sembra sprofondare nel terreno.
Alzo la mano, vorrei accarezzarla anche se è lontana. Mi accorgo di tremare. Cavolo, nemmeno fronteggiando la morte ero così debole, ma se si tratta di lei le mie difese cadono: foglie appassite trasportate dal vento chissà dove.

«Ricordi…»
Nella sua voce scorrono dolci note, delicate. Sceglie le parole attentamente, eppure in fretta. Ha paura di perdere l’attimo.

«Ricordi quando venivamo qui da bambini?»
Lontani. Ricordi molto lontani.

«Sai, sapevo fossi qui. Dopotutto, parte di te si trova qui, sempre.»
Un bambino, con i miei stessi occhi smeraldi, corre per la strada dove ora sta lei, sorride: la piccola versione di me, la felice versione di me.

«E parte di me ancora ti riconcorre sorridendo.»
Il bambino guarda qualcuno che si avvicina a lui poco dopo: prende per mano una bambina ancora più piccina di lui. Sorride anche lei. Sono felici.

«Ma quella parte è passato.»

I bambini corrono, fino a sparire. Si dissolvono nell’aria, volano via come come un palloncino che sono consapevole di non rivedere mai più.

«Marco, tu sei presente. Il passato è ormai distante. Siamo separati da esso con emozioni, esperienze e pensieri presenti. Non puoi ignorarli.»
Ora è più fredda. Mi sta rimproverando, ma non riesce a non essere dolce comunque.
Vorrei abbracciarla, guardarle il delicato volto, parlare con i suoi grandi occhi, ma è lontana. Ho paura di non riuscire a raggiungerla. Vorrei poterle dire che va tutto bene, ma non è così.

«Non ti tormentare, per favore…»

Quelle parole mi rimbalzano nella mente senza tregua.

«Non ti tormentare.» Quante volte me lo ha detto, come fosse scontato.

Siamo tutti aeroplani. Ma non è forse strano?  Volare è pericoloso, eppure lo facciamo: corriamo il rischio pur di assaggiare l’aria penetrarci nei polmoni, pur di vedere il mondo sotto i nostri occhi, pur di sentirci vivi.

Io? Ho smesso di volare da tempo. Non fa per me. Ho smesso di volare quando le mie ali si sono rotte e, anche ora che sono guarite, volare è ciò che più odio: non ho nessuno con cui attraversare le nuvole alla ricerca del sole.

Lei, anche la sua sola voce, mi ricorda dei voli fatti alla tenera età: sfioravo arcobaleni e cercavo di raggiungere le stelle. Ma le mie ali si ruppero, e fu tutta colpa mia.

«Bea.»

Il mio sguardo d’istinto si posa su di lei, per la prima volta. Incontro i suoi occhi cerulei, vitrei. Già, è proprio cresciuta tanto. I capelli castani le contornano il docile viso, spruzzato di lentiggini, colto da pura innocenza e quel poco di ingenuità tipiche della giovinezza. È bella, molto bella. Lacrime, quasi come solchi, le percorrono le guance rosee.

«Oh, Bea…»

I muscoli delle gambe cedono, mi sento impotente, senza forze. Le ginocchia crollano a terra: saranno forse diventate di piombo? Non riesco a far fronte alla gravità, mi lascio schiacciare da essa. Fossi audace come Atlante, terrei l’intero mondo sulle spalle, Bea compresa. Ma non sono affatto audace.

«…se solo tu fossi qui con me»

Lacrime pesanti, salate solcano anche le mie guance. Lacrime di piombo.

Lei si avvicina lentamente, è cauta. Dopo qualche passo si abbassa, mettendosi in ginocchio di fronte a me. Tra i nostri occhi scorre un filo d’aria.

«Marco. Sono qui.»

Cerca di afferrare la mia mano, ma le passa attraverso. Perdo un battito, qualcosa mi brucia nel petto, distruggendomi dall’interno. Lei sospira, carica di dolore. Le piccole dita si avvicinano al mio petto: indica il cuore.

«Io sono qui, Marco. E ci resto.»

Mette una mano accanto alla mia guancia, senza riuscire a toccarmi. Guardo il mio petto e il suo dito puntato, poggiando la mia mano nel punto dove lei ha detto di essere. Dice di essere qui, ma è lontana. Le dita si stringono, intente a strapparmi il cuore dal petto. Tempesta ovunque. Fulmini nel cuore, tuoni nel petto, nuvoloni grigi nella mente. Tempesta nei miei occhi. Ho lo sguardo offuscato ma riesco comunque a vedere le lacrime che allagano per terra, le mani strette sulle ginocchia che reggono il peso, mentre la testa è quanto più bassa possibile.«Sa-sarei… i-io»Tra un singhiozzo e l’altro cerco di prendere aria, ma non arriva ai polmoni. Un nodo alla gola mi priva della possibilità di parlare. Sto piangendo tutto il mio essere. Patetico. Non ho mai pianto così in vita mia. Finalmente prendo un respiro profondo. «Bea! Quel giorno ti avrei dovuto controllare io non dovevo farti avvicinare alla scogliera me lo aveva detto mamma e…» Prendo un po’ d’aria. «Bea, è tutta colpa mia.» L’inespresso tormento del mio animo, che fino ad ora aveva combattuto per uscire. Ho esaurito tutto il fiato, tutte le parole, tutte le emozioni. Ancora in preda alle lacrime alzo lo sguardo. Bea non c’è più. Chiudo gli occhi, cerco di deglutire il nodo in gola. Espiro. Attendo che l’ultima lacrima raggiunga terra: 3… 2… 1… Splash.

Mi lascio cadere all’indietro. Il vento è violento, ma mi accompagna, mi parla, mi guida verso la serenità. La velocità prende il controllo e niente, ormai, dipende da ciò che potrei fare o pensare. Il cuore salta un battito, poi batte violentemente sul mio petto, cercando di divincolarsi e uscire. Mi lascio in balìa del destino. In poco tempo è tutto finito: l’aeroplano è caduto. Mi abbandono tra le onde che mi accolgono con il loro freddo essere, ma sono accoglienti, sanno riscaldarmi meglio di chiunque altro. Mi ritrovo a galleggiare assieme a esse, coinvolto in una stramba danza, in balìa tra i due mondi. Curioso, come l’unico pensiero prima di buttarmi tra le acque del mare fu il ricordo di verdi distese e un caldo sole, vidi i suoi occhi sorridenti, la sua dolce risata, e sentii un sussurro portatomi dal vento: «Marco, io ti perdono». Per un attimo, che durò quella briciola che mi bastava per capire il mondo, niente dipendeva da me, le onde si erano prese la briga di togliermi il peso dalle spalle e si occuparono della situazione senza scrupoli, accompagnandomi sul fondo del mare. Allora… è così che ci si sente prima di abbandonarsi alla morte: attimi quasi invisibili che, prima di lasciar andare la persona nell’altro mondo, la privano della sofferenza. «Ci si vede, sorellina.» Ora sono felice di nuovo.

Pubblicato: 23 Maggio 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Pietro Pozzoni
Le lacrime pesano, ma gli atti non perdonati fanno sprofondare anche le anime più leggere. La vita è fatta di scelte: bisogna solo ricordarsi che possiamo volare di nuovo. Volare ancora una volta.
06 giugno 2022 • 18:03