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Horror
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Fascia 16-19
Elizabeth

La prima volta che la vidi fu alla vigilia del mio decimo compleanno. All’epoca ero ancora un bambino vivace e spensierato, con una certa propensione a combinare guai e una goffaggine che, secondo mia nonna, era un tratto distintivo di famiglia. Come tutti i bambini della mia età alle lunghe e noiose lezioni del mio maestro preferivo le scampagnate nei campi della vasta proprietà della mia famiglia e i bagni nelle limpide pozze dei boschi che la circondavano, spesso in compagnia dei figli dei contadini che lavoravano le nostre terre, ancora troppo piccoli per il lavoro nei campi che li avrebbe impegnati da lì a pochi anni per il resto della loro vita. Nel corso di una delle mie esplorazioni mi ero spinto fino alle cucine, una delle zone della casa che mi era sempre stato severamente proibito frequentare. Approfittando dell’assenza dei miei genitori e della disattenzione della governante avevo cominciato ad aggirarmi furtivo tra armadietti e scaffali, osservando quel nuovo mondo come Alice quando arriva nel Paese delle Meraviglie. Stavo per andarmene quando un rumore attirò la mia attenzione e mi girai di scatto. Mi trovai faccia a faccia con gli occhi più azzurri e limpidi che avessi mai visto. Appartenevano a una bambina di due, forse tre anni che mi fissava incuriosita seduta sopra un sacco di mele, la gran parte delle quali sparsa sul pavimento. Il volto era incorniciato da capelli color inchiostro talmente scuri da sprigionare riflessi bluastri. Pensai subito che quella fosse la creatura più bella che avessi mai visto. Mi avvicinai cauto e le porsi una mela. Lei tentò di afferrarla con le sue manine piccole e paffute, ma il frutto le sfuggì di mano e lei iniziò a piangere lanciando strilli acuti che rimbombarono per la stanza. Sentii una voce provenire dal corridoio:

«Elizabeth!»

In preda al panico fuggii dalle cucine e smisi di correre solo una volta arrivato in camera mia. Quella sera a cena venni a sapere da mia madre che pochi giorni prima una sua cara amica era rimasta vittima di un incidente insieme al marito; prima di spirare aveva affidato alle cure della nostra famiglia la sua unica figlia.

Da quel giorno presi l’abitudine di intrufolarmi nelle cucine ogni volta che potevo, sperando di scorgere ancora quegli occhi più limpidi dei laghetti in cui mi tuffavo d’estate; tuttavia la costante presenza delle domestiche o di mia madre nelle immediate vicinanze della bambina mi impediva di spingermi più in là dall’osservarla silenziosamente. Alcuni anni dopo i miei la avviarono allo studio della musica e del disegno, e ben presto divenne in grado di eseguire sonate e minuetti meglio del suo maestro e di dipingere in maniera così sublime da guadagnarsi le lodi di chiunque mettesse piede nel salotto di mia madre. Ero legato a Elizabeth da un affetto più profondo di quello che provavo nei confronti dei miei fratelli, che mi portò a distaccarmi sempre di più da questi ultimi. Passavamo le nostre giornate a passeggiare nel bosco parlando di filosofia e di matematica o suonando il grande pianoforte di famiglia nelle uggiose giornate di pioggia.

Con il passare degli anni la vedevo sbocciare sotto i miei occhi, sfiorandola con lo sguardo mentre dipingeva nella veranda o leggeva un libro, seguendola di nascosto ovunque andasse. Di notte sognavo di stringerla come mai mi era capitato con altre ragazze, per poi svegliarmi angosciato al pensiero di come mi avrebbe respinto se avesse scoperto i miei sentimenti. Ogni volta che si allontanava venivo assalito dalla paura che qualcuno potesse portarmela via, privarmi per sempre di quell’angelica visione. Un pomeriggio la sorpresi in salotto, addormentata davanti alle fiamme del camino: il volto pallido era disteso come mai lo avevo visto, lievemente arrossato sulle gote per via del calore del fuoco; la luce danzava sui capelli corvini donandogli una sfumatura calda e ramata. Una mano candida era posata sul libro che stava leggendo, l’indice infilato tra le pagine a mo’ di segnalibro. Feci scorrere le dita tra i suoi capelli setosi, beandomi della sensazione che mi trasmetteva quel movimento; senza accorgermi feci scivolare la mano giù, lungo il profilo del suo viso. Un sussurro mi sfuggì dalla bocca: «Oh, Elizabeth…».

Il mio corpo mi implorava di non fermarmi, di accarezzare quelle labbra sottili e rosse come il sangue e di baciarle per sentirne il sapore e la consistenza. A questo pensiero mi riscossi e mi allontanai di scatto; mi diressi tremante in camera mia, e mi chiusi dentro intimando di non disturbarmi finché non fosse stata pronta la cena.

La mia ossessione per Elizabeth mi aveva portato a essere irascibile e scontroso con tutti: a poco a poco gli abitanti del villaggio presero a evitarmi; io sfogavo la mia frustrazione sulla servitù, che ben presto cominciò a temere i miei violenti attacchi d’ira. Litigavo con i miei fratelli per le questioni più futili, insultandoli e minacciandoli. Avevo pace solo nei momenti che passavo con Elizabeth, divenuti sempre più rari; ma non appena mi allontanavo da lei ripiombavo nella depressione. Raggiunsi il culmine della mia follia quando, a seguito di un’accesa discussione con i miei genitori, alzai le mani contro mia madre; dopo questo episodio mio padre si risolse a cacciarmi via di casa, ordinandomi di non farmi più vedere.

Passai i due mesi successivi a vagabondare per i villaggi limitrofi in preda alla disperazione. Trovai infine un impiego come operaio presso una piccola fabbrica in un paesino a poche miglia dalla proprietà di mio padre e lì mi stabilii. Avevo preso l’abitudine di passare i momenti in cui non lavoravo vagando nella campagna che circondava il villaggio; più volte avevo accarezzato l’idea di spingermi entro i confini dei terreni di mio padre, ma il ricordo di ciò che vi era accaduto mi aveva sempre dissuaso dal farlo. Una notte, per la prima volta dopo mesi, sognai di nuovo Elizabeth; mi svegliai pallido e sudato, scosso dai brividi. Nonostante fosse ancora buio, mi vestii in fretta e mi diressi verso la proprietà.

Dopo circa un’ora di cammino giunsi ai limiti del boschetto che delimitava il terreno; lo attraversai di corsa e mi fermai a prendere fiato solo quando scorsi da lontano la grande casa di famiglia. La osservai a lungo, pensando a Elizabeth, domandandomi cosa stesse facendo in quel momento. Ricordai anche il giorno in cui ero stato cacciato di casa, e a quel pensiero decisi di tornare indietro. Ebbi però appena il tempo di voltarmi che un rumore di passi mi colse di sorpresa. Mi nascosi tra le radici di un grosso faggio in attesa che la persona si allontanasse. Tuttavia i passi si facevano sempre più vicini, finché cessarono pochi metri davanti al mio nascondiglio. Poi, una voce chiamò:

«John… sei tu?»

Quel sussurro mi fece lo stesso effetto di un urlo nelle orecchie. Non poteva essere lei… eppure quella voce così profonda e vellutata poteva appartenere a una sola persona. E difatti pochi secondi dopo un’altra voce confermò ciò che io non avevo osato sperare:

«Dolce Elizabeth… sì, sono io.»

L’euforia che provavo un tempo stando con lei mi riempì il petto, e mi sembrò di tornare a vivere dopo mesi di apatia. Non mi resi conto di ciò che stava succedendo finché i due non uscirono al chiaro di luna tenendosi per mano, e la vidi alzarsi in punta di piedi e posare le sue labbra su quelle del ragazzo. In quel momento qualcosa mi si ruppe dentro. Un attacco di vertigini mi scosse, provocandomi un conato. Sentii le lacrime salirmi agli occhi e rigarmi il viso. Nel mio cuore si fece strada un odio profondo, incontrollabile, più forte di qualsiasi altra emozione avessi mai provato prima. Più forte dell’amore che provavo per lei.  Afferrata una pietra balzai fuori dal mio nascondiglio e mi avventai sul ragazzo. La soddisfazione che provai quando sentii le cartilagini del naso frantumarsi sotto i miei colpi mi travolse come un uragano. Barcollai in preda a un istinto animale che mi stordiva e mi eccitava. Con un urlo mi scagliai nuovamente addosso al ragazzo, stavolta mirando al cranio. Più colpivo e più mi sentivo potente, finalmente in grado di sfogare la rabbia e il rancore che avevo tentato di reprimere negli ultimi mesi. Le sue grida di dolore mi eccitavano, così come godevo nel vedere la smorfia di orrore sul viso di Elizabeth. Quando lo lasciai andare avevo i capelli incollati al viso dal sudore, le mani imbrattate e la camicia inzuppata di sangue.

Mi voltai lentamente verso Elizabeth. Era cerea, gli occhi sbarrati fissavano ciò che restava del suo amico. Poi alzò lo sguardo su di me. Mi guardava come se fossi un animale pericoloso, qualcuno da temere. Qualcuno da cui scappare. Le prime luci dell’alba rischiaravano il cielo, tingendolo di una sfumatura d’azzurro pallido uguale a quella suoi occhi. Sembrava che intrappolato in quelle iridi, esso avesse trovato il modo di camminare sulla terra. Ma poi mi ricordai che quegli occhi appartenevano a colei che mi aveva abbandonato. Aveva preferito un altro a me. Mi avvicinai lentamente. La sentii implorare:

«Edward, no…»

«TI ODIO!»

Con questo grido le saltai addosso, strappandole i capelli e sfregiandole  il volto con la pietra. Lei mi lanciò un ultimo sguardo disperato, che spensi sferrandole un colpo alla radice del naso. Continuai a colpirla pur sapendo che era morta e smisi solo quando mi sentii completamente svuotato.

Quando posai la pietra mi resi conto dell’inferno che avevo davanti. I due amanti giacevano sfigurati in una pozza di sangue l’uno di fianco all’altra, come a voler restare uniti anche dopo la morte. Realizzai ciò che avevo fatto, accecato dall’ira e dal rimorso; con un lamento mi accasciai su ciò che restava della mia Elizabeth e la abbracciai come facevo nei miei sogni, incurante della camicia ormai ridotta a uno straccio insanguinato. Accarezzai i resti incrostati di sangue e sporcizia dei suoi capelli d’inchiostro e baciai le sue labbra spaccate e tumefatte.

«Oh, Elizabeth» gemetti.

 

Pubblicato: 5 Giugno 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Alice Ferrari
Edward, dal primo momento in cui vede Elizabeth, si sente attratto da lei in una maniera ossessiva, talmente tanto da diventare dipendente dalla sua presenza, e cadere in depressione o sentirsi svuotato di tutta la gioia quando non sta con lei. L’amore che prova il ragazzo, esattamente come succede quando si è troppo affezionati a qualcuno, si trasforma in un odio raccapricciante quando scopre che la sua amata ha trovato la felicità con qualcun altro. Un racconto stupendo.
15 giugno 2022 • 08:10