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Horror
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Fascia 16-19
Ecco: adesso sei morta

«Ecco: adesso sei morta.»
Corinne si sveglia, in un mare di sudore freddo, la camicia da notte appiccicata alla pelle.
È la prima volta che le succede, neppure quando suo padre era venuto a mancare aveva fatto degli incubi così orrendi. Pensava di averlo superato, di avercela fatta, di essere forte, tenace. Ma esattamente cinque anni dopo, la paura è ritornata. Ed è costante.

Corinne si sente soffocare. Incapace di alzarsi dal letto, incapace di levarsi dalla testa quello che ha visto, si ripete una serie di parole nella testa: «Respira». «Respira e andrà tutto bene.» Ci crede persino, per un istante.
Non sa quello che l’aspetta. Corinne, la ventenne che passa sempre inosservata, mora, con gli occhi scuri, con le labbra piene, con quello sguardo di chi nasconde qualcosa, lei, lei non lo sa. Deglutisce a vuoto, cerca di capire, cerca di tirarsi in piedi dal letto di suo padre. Corinne ha sempre cercato, e cercato di fare, tante cose: gli amici, l’amore, la felicità, la pace con se stessa. Ne ha trovate ben poche. In questo momento, cerca di fare mente locale.

Respira profondamente: suo padre. Il ricordo si insinua silenzioso nella sua mente, ancora così vivido che quasi lo vede entrare dalla porta principale di casa sua o uscire dal suo studio. Le iridi verdi sempre piene di una felicità rara, la labbra stirate in un sorriso affabile, i capelli brizzolati ormai fermi tra il nero e il grigio, il gilè marrone chiaro e i pantaloni eleganti di un tessuto costoso appena ritirati da una lavanderia pregiata e indossati immediatamente, il sigaro in mano, appena acceso.

L’immagine svanisce quando un raggio di luna le illumina il volto, deformato da inquietanti ombre, lei se ne accorge e stranamente prova a sorridere. La notte resta muta mentre la donna si alza dal letto e accende l’interruttore della luce. Non capisce più nulla, e trascinata dalla disperazione, inizia a spostare, a muovere, a toccare tutto quello che ha sottomano. Vuole credere di essere davvero lì, di non essere morta, come le ha detto quella voce nella sua testa. Prende l’ultimo libro che ha letto suo padre, se lo rigira tra le mani, con le dita affusolate accarezza delicatamente la copertina. Lo abbandona sul letto, prova a smuovere il comodino di lato, ce la fa, passa alla anta dell’armadio di suo padre.

L’odore di pini, di tabacco e di segatura che ti invadeva le narici non appena lo abbracciavi è ancora impresso nei pochi abiti che lei e sua madre hanno conservato. Controllata la camera, esamina le altre stanze. «Sembra essere tutto vero. Il sogno non era reale; questo è reale», pensa soddisfatta.

Per calmarsi, va a farsi un bagno. Riempita la vasca, si immerge sott’acqua, trattenendo il respiro. È in apnea, si sente isolata dal mondo, in un’altra dimensione ovattata, in cui va sempre tutto solo bene. Riemerge, si lava i capelli e poi esce dalla vasca per prendersi un asciugamano. Se lo avvolge attorno al corpo magro e ne prende un altro, con cui fascia i capelli in un turbante.

Nel frattempo si è fatto giorno. Torna in camera, passando dalla finestra del salone, dalla quale vede dei passanti camminare per strada. Deve essere vero, allora, quello che la circonda è reale. Si infila un abito formale nero e un paio di tacchi dello stesso colore e recupera anche la sua valigetta. Ritornata in bagno, si asciuga il capelli. Non fa colazione, ha lo stomaco chiuso. Così, corre direttamente nel corridoio per afferrare un cappotto da un armadio a muro ed esce di casa.

Sale sull’Uno, e trova un posto vicino al finestrino. Guarda il paesaggio, ma non lo osserva davvero: è ancora con la mente al brutto sogno, che le appariva così simile alla realtà, eppure così angosciante.

Un passeggero la distrae dai suoi pensieri, chiedendole se può sedersi vicino a lei. Lei, rigida com’è sempre con gli altri, acconsente con un cenno del capo. Forse è la seconda volta in vita sua che qualcuno la nota; suo padre era l’unico a cui importava qualcosa di lei. Due settimane dopo la sua morte, sua madre l’aveva spedita in un collegio, e Corinne aveva deciso di non fare ritorno alla casa di sua madre neppure per la vacanze. Non aveva amici, si era abituata alla solitudine, non le dava neanche più fastidio. Sua madre poco dopo si era trasferita in campagna, mentre la casa in cui Corinne abita ora era rimasta inabitata fino al suo diciottesimo compleanno. Fino al giorno in cui era stata costretta ad affrontare un mondo che non è per i fuggiaschi, un mondo che continua a spaventarla.

Corinne sorride. Corinne sorride sempre quando ha paura. Ha fatto per così tanto tempo l’attrice con gli altri che ormai finge di essere chi non è anche con se stessa.

In ufficio nessuno le presta attenzione e Corinne si ferma solo per fare a mezzogiorno la pausa pranzo. Si è ridotta a una vita banale, lei che da bimba era sempre con la testa fra le nuvole, con il sorriso appiccicato in faccia, sempre felice. Lei che pensava di riuscire a fare qualcosa di straordinario e soddisfacente nella sua esistenza.

Ma tutto è andato a rotoli, e i piani sono cambiati. Corinne non sa cosa vuole fare di preciso, per adesso le basta vivere. Ma è davvero vivere quello che fa ogni giorno? È davvero vivere avere milioni di ansie e paure accumulate negli anni? È davvero vivere essere sola in una casa così grande e spaziosa? È davvero vivere essere solamente un volto anonimo tra i tanti? È davvero quello che vuole?

No. Ma non ha alternative.

Alle diciassette prende di nuovo l’autobus per ritornare alla casa vuota, senza vita, che suo padre le ha lasciato. Si sente quasi il peso della solitudine nell’aria, e Corinne sinistramente sorride. Va in cucina, taglia una fetta di pane che mangia senza aggiungere altro. Nella sua camera, si spoglia, si mette il pigiama e va a letto. Le tende creano delle ombre sul soffitto, e lei si perde ad osservarne i contorni, a delineare figure. Così, un altro giorno termina e lei s’addormenta.

«Ecco: adesso sei morta.»

Corinne si sveglia, ma non si ricorda l’incubo. Eppure, quella frase ancora la tormenta. Corinne si sente estremamente confusa e disorientata, ha un groviglio di emozioni dentro, vorrebbe avere almeno una certezza, ma non ce n’ha neppure una. Improvvisamente, un’idea si fa strada nella sua mente. Come la mattina precedente, ogni oggetto che tocca la conforta, le dice che è viva. Il pensiero del mancato incubo si dissolve nell’aria grazie alla sicurezza di essersene liberata. Durante questa nottata stellata, con la luna piena che quasi spia gli ignari umani dal suo trono fatto d’ombre e d’un buio così intenso, il sonno fatica a venire. Corinne si sente sospesa nell’oblio creato dall’indecisione e dai dubbi.

«Ecco: adesso sei morta.»

Corinne non capisce: è dentro l’incubo? In modo quasi lugubre la notte si sta allontanando per lasciare spazio a un leggero spiraglio di luce: è l’alba. Sul comodino, un calendario le schiarisce le idee: è il giorno prima, la giornata che ha già vissuto. Accanto al calendario, c’è l’ultimo regalo di suo padre. Si tratta di un taccuino in pelle, con le pagine ancora bianche. C’è anche una penna, le toglie il tappo e scrive: «Se lo scrivi è reale». La conforta, è una sicurezza in più. Gli oggetti ne aggiungono un’altra.

La giornata scorre, in una realtà lontana, che quasi non le appartiene: la stessa routine la sta pugnalando alle spalle. È giunta la sera, e Corinne si porta con sé il taccuino a letto. La pelle è morbida al tatto, quasi quanto il tessuto della camicia da notte.

«Ecco: adesso sei morta.»

Corinne apre gli occhi di colpo e le torna in mente un episodio. Una volta, quando era entrata nel collegio, una maestra aveva letto a tutti il significato del loro nome. Quando era toccato a lei, l’insegnante aveva fatto una smorfia e poi recitato: «Corinne: nome femminile che richiama la mitologia greca. Corinne è “un’anima in pena”, una persona cioè che ricerca perennemente il suo punto di riferimento e la sua funzione nel mondo; piuttosto introversa, è leale e sincera con le persone care».

Mai più che ora Corinne capisce il suo apparente destino. Sa di aver fatto delle scelte per diventare «un’anima in pena»; nulla era un caso. Almeno, era così che si consolava ogni volta. Corinne fa un lungo sospiro, si prepara, e va al lavoro. Finito il turno, fa ritorno all’abitazione e si sdraia nel letto, con il taccuino stretto al petto. Persa nei suoi pensieri, si addormenta.

«Ecco: adesso sei morta.»

La prima cosa che le viene in mente per far passare la paura è leggere ciò che ha scritto nel taccuino, ma non le basta. Allora aggiunge: «È stato solo un brutto sogno, non è vero». e «Non preoccuparti, prima o poi andrà tutto bene. Non so quando, ma prima o poi. Devi solo aspettare.» «Come sempre», vorrebbe aggiungere, ma non lo fa.

Dopodiché, ricomincia da capo la sua routine. Anche se, arrivata al lavoro, qualcuno distrugge la sicurezza che questa le arreca. Sophie, la responsabile, con poche parole la licenzia. Corinne vuole andarsene, correre via, cercare un posto felice, trovare una vita felice, essere felice. Una somma di desideri ormai impossibili.

Si alza dalla scrivania, e fugge, fugge e basta. Fugge dalle sue paure, dalla banalità che la perseguita, da quel panico e da quella rassegnazione che la accompagnano, da se stessa. Fugge da una persona senza speranza, che non ha più nulla, che ha appena perso il lavoro, che vuole cadere in burrone ed essere dimenticata da tutti.

L’adrenalina si diffonde nel suo corpo a ogni battito accelerato del suo cuore, a ogni pensiero, a ogni passo. Corinne inizia a correre sorridendo amaramente e arriva a casa grondante di sudore.

«Ecco: adesso sei morta.»

Il sole è già sorto da un pezzo quando Corinne si sveglia. Resta nel letto, non ha nulla da fare. È quasi mezzogiorno quando si dirige in cucina a fare colazione.

Riflette per la prima volta sulla frase e si rende conto che, in effetti, è morta.
È morta dentro, anni prima, quando suo padre ha lasciato questo mondo.
È morta dentro, quando ha deciso di non confidarsi più con nessuno.
È morta dentro nel giorno che ha vissuto prima di questo.

Un altro pensiero arriva poco dopo: il taccuino. Corinne corre in camera, lo cerca per un attimo con lo sguardo e, alla fine, lo trova. Lo apre di scatto alle prime pagine, quelle su cui aveva scritto. Pagine… pagine che risultano essere completamente bianche.

Non può essere. Inizia a sfogliare freneticamente il quadernetto e, all’ultima pagina, trova una scritta.

La frase che trova è: «Ecco: adesso sei morta».

Ma questa volta è vero.

Pubblicato: 22 Maggio 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Alice Ferrari
Un racconto ricco di suspense e con un finale che ti toglie il fiato. La vita di Corinne rappresenta quella delle persone insoddisfatte, talmente tristi che non riescono neanche a immaginare un futuro migliore, perché tutto quello che sentono è un presente che vivono con malinconia, vedendo tutto in bianco e nero, come se i colori fossero stati assorbiti dalla loro stessa frustrazione.
06 giugno 2022 • 18:22
Roberta Novelli
L'elemento della suspence è reso bene. La storia coinvolge e attira il lettore. L'elemento di originalità è presente, anche se non in maniera eccessiva.
23 maggio 2022 • 22:18
Pietro Pozzoni
Ecco l'immagine della vita degli uomini vuoti: una sopravvivenza che in realtà diventa un'attesa del nulla, un tempo che non scorre e che non esiste nemmeno. Ci ricorda che anche noi, se dimentichiamo chi siamo, diventiamo dei morti che camminano. Dei morti senza sogni.
23 maggio 2022 • 21:22
Pietro Pozzoni
Questo racconto rappresenta la vita degli uomini vuoti: una sopravvivenza che in realtà diventa un'attesa del nulla, un tempo che non scorre e che non esiste nemmeno. Ci ricorda che anche noi, se dimentichiamo chi siamo, diventiamo dei morti che camminano. Dei morti senza sogni.
23 maggio 2022 • 21:21