Bentornato!
Non fai ancora parte della nostra community?
Nessun Genere
  |  
Fascia 19+
Cronache di un passeggero romano

Il contrasto tra il freddo glaciale delle 7.30 e il caldo afoso all’interno dell’autobus è uno shock necessario al risveglio mattutino, quasi obbligatorio. Salito il primo gradino, spesso in modo impacciato, frettoloso, si crea un solido legame tra te, povero mortale consapevole del ritardo che incombe sulla tua testa, e lui, questo ammasso di ferraglia più o meno nuovo che ha potere decisionale sulla tua vita o sulla tua morte. Inizia la routine, un viaggio lento e noioso fatto di semafori rigorosamente rossi e pedoni ritardatari che passano con il verde; non il loro, ovviamente. Comincia la ricerca spasmodica di un posticino sicuro in cui chiudersi a riccio e passare quei trenta-quaranta minuti in tranquillità. Il mondo fuori dal finestrino è in movimento. Due vecchietti camminano appoggiandosi ai loro bastoni e assaporano l’aria fresca del mattino. Un ragazzo zaino in spalla sta correndo per non perdere l’autobus, un uomo sulla quarantina aspira l’ultima boccata di fumo dalla sigaretta prima di entrare al lavoro mentre una donna che accompagna le bambine a scuola lo supera con passo sicuro. Ha iniziato a piovere. All’interno dell’autobus, l’aria è pesante, umida e fa condensa sui vetri. L’autista, da bravo cristiano, alza il volume della radio e concede ai passeggeri una piacevole distrazione dalla realtà che li circonda, e incredibilmente sembra quasi che l’autobus vada a tempo di musica, ogni buca è un salto, ogni curva una piroetta. Ora tutto ha una sua armonia, tutto segue una logica. Il paesaggio nel frattempo fuori è cambiato. Stiamo percorrendo viale Palmiro Togliatti con il suo ampio spartitraffico come un piccolo parco. I primi passeggeri comincian o a scendere, chi diretto a scuola, chi al municipio. Finalmente si libera un posto a sedere e lo zaino, che prima era stretto al petto, ora può essere posato a terra con la sicurezza che nessuno lo toccherà. Osservando le persone sull’autobus si può capire molto della loro vita. Ci sono due ragazze con le cuffie alle orecchie che stanno ripassando, quella coi dread è nervosa, si nota dal tremolio della gamba. Si porta spesso le mani alla bocca per mangiucchiarsi le unghie, sintomo che probabilmente delle due è lei che rischia l’interrogazione. Anche stamattina, nella nicchia da quattro posti, c’è il gruppo del “tresettino”. Per loro, quello è probabilmente il momento più divertente della giornata. Ogni tanto esultano di gioia o si accusano di barare mentre un signore li guarda e commenta la partita dal sedile accanto. C’è un bambino che guarda stupito fuori e poi si volta verso la madre per chiederle: «Mamma, ma gli alberi ci vedono?». Un ragazzo, appoggiato alla porta, indossa le cuffiette e mima le parole delle canzoni con la bocca, la testa segue il ritmo della musica troppo alta per essere sentita solo da lui e le dita corrono veloci sullo smartphone di ultima generazione. Davanti all’uscita centrale una famiglia di Rom mangia delle arance e occupa il posto delle carrozzelle con due passeggini colmi di buste e cianfrusaglie, la loro bambina gira saltellando per l’autobus canticchiando parole incomprensibili. Dietro altro un ragazzo piange convinto di non essere visto, ogni tanto tira fuori un fazzoletto in cui si soffia il naso rumorosamente, poi alza la testa, sgrana gli occhi e si affretta a prenotare la fermata. Siamo vicini al capolinea e sta aumentando la pioggia. L’acqua comincia a entrare subdola tra le fessure dei finestrini a cui hanno staccato le guaine in gomma. Addio posticino tranquillo, ora sei solo un posto bagnato… Ed ecco l’impensabile fuoriuscito dall’oltretomba, Cerbero il custode degli inferi: tre controllori fradici creano disordine e scompiglio tra i passeggeri, salvo poi fermarsi a chiacchierare con l’autista promettendosi di rincontrarsi il giorno seguente per un bel caffè. Con l’entrata in scena dei controllori si è formata una fila irreale davanti alle porte. Si sente un urlo rozzo seguito da una frenata molto brusca quando una moto ci taglia la strada. L’autobus è quasi vuoto ormai. Una signora con le buste della spesa sta per scendere insieme alle ragazze che ripassavano la lezione. Un ultimo semaforo e sono pronta a uscire dalla trappola anche io. Sistemo ad arte il giacchetto per compensare la mancanza di un ombrello. Al capolinea un altro autobus è pronto a ripartire.

Pubblicato: 1 Giugno 2021
Fascia: 19+
Commenti
Il racconto è molto ben strutturato e ben scritto, soprattutto a livello descrittivo: i dettagli sui passeggeri dell'autobus permettono di immaginarli in modo chiaro, quasi come se ci si trovasse al suo interno.
03 giugno 2024 • 23:05