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Credo in un solo io
di V. Farinaccio

Frequentavo la palestra sotto casa, dalle 9 alle 10. Ci andavo con indolenza, sapevo che un bel giorno mi sarei detta: «Chi me lo fa fare!», e avrei smesso. Una mattina, però, durante una sessione di addominali, a un passo dalla fuga, l’istruttrice ha urlato al microfono: «Forza Vale! Ne mancano cinque, ce la fai!». Vale? Sa il mio nome? Sono diventata, da quell’istante, una di loro. Non una che va in palestra, ma una che si allena. Il corpo finalmente complice della testa, i leggings, le canotte aderenti, tutta quell’energia! Il mio compagno assisteva alla trasformazione con stupore, ma un venerdì di ottobre, all’apice della forma, della produzione di endorfine e della giovinezza, mi ha mollato. Ho questo ricordo sfocato dalle lacrime, io che all’altezza del frigo, nella nostra cucina, gli consegno la tessera della palestra e, con uno struggimento sproporzionato rispetto alla frase che stavo per pronunciare, gli dico: «Vai a restituirla tu, per favore. Di’ che non andrò più». Col tempo, ho realizzato che il vero trauma di quella separazione è stato dover andare via da un luogo, la palestra sotto casa, in cui ero finalmente riuscita a entrare nel mio corpo: non un corpo scolpito, e nemmeno vagamente perfetto, ma un corpo con cui mi sentivo in pace per il solo fatto di prendermene cura, un giorno alla volta. Allenarmi era una preghiera; la fede che riponevo in me stessa, in quel periodo, mi restituiva uno stato di grazia mai più raggiunto. Ho cercato per mesi, dopo la rottura, un posto che potesse rimpiazzare quello da cui arrivavo. Dovevo solo scegliere: le palestre spuntavano come fiori di campo, palestre di ogni tipo, palestre per tutti, palestre giganti, palestre minuscole, palestre senza specchi, palestre senza pareti, ma nessuna era la mia, nessuna era quella sotto casa. Sotto casa del mio ex e della sua nuova fidanzata, per l’esattezza. Comunque, quando finalmente ne ho trovata una che potesse ricordarmela, era troppo tardi. Il corpo era tornato a essermi ostile, avevo perso la forma, avevo perso la fede. Ho provato a recuperarla andando in chiesa. Mi sembrava un passaggio logico, chiedere a Dio ciò che fino a un anno prima avevo chiesto al mio corpo: di stare bene. Ma le chiese erano vuote: mi ci infilavo, e mi sembrava di andarmi a sfogare con un’amica messa peggio di me. Io lasciata dal fidanzato, lei da milioni di fedeli. Negli ultimi vent’anni i cattolici praticanti (quelli che la domenica hanno l’abitudine di andare a messa) sono diventati la metà. Mentre sono raddoppiati i freelance, i battitori liberi della religione, quelli che se chiedi «Credi in Dio?», ti rispondono: «Sì, ma a modo mio». Io stessa rispondo così, a modo mio, perché non so definirmi atea, né agnostica, né buona cattolica. Certo, spinta dalla disperazione ho compiuto, in passato, azioni plateali che denunciavano una certa fiducia nel divino, tipo il Cammino di Santiago, mille chilometri a piedi, da sola; o il viaggio a San Giovanni Rotondo, per andare a chiedere a Padre Pio la grazia di togliermi da dentro questa matassa buia. Ma niente, non è servito a niente, e di nuovo la mia fede ha vacillato.

Il mio ex, per fortuna, non è mai tornato. Si è trasferito con la fidanzata in un appartamento più grande, e la palestra sotto casa è diventata una palestra e basta, una palestra qualunque. Pregavo forsennatamente per cosa, dopo che mi ha lasciato? Riavere la vita di prima, il corpo felice di allora, ma mentre lo facevo ero già in un’epoca nuova. La poesia è di chi gli serve, dice Troisi nel Postino. E anche la fede, forse. Io, per esempio, ci ho messo degli anni per capirlo, per rendermene conto: che non mi serviva un miracolo, ma soltanto qualcuno che continuasse a urlare al microfono «Forza Vale! Ce la fai!». E quel qualcuno ero io.

 

Pubblicato: 18 Dicembre 2023
Fascia: 19+
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