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Fantascienza
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Fascia 16-19
Ciò che non dici

«Prego, entri pure».
Mi feci avanti, traballante sulle mie stesse gambe, affaticate dai tacchi decisamente troppo alti per lo studio di uno psicologo. Mi aspettavo di apparire fuori luogo anche in quel posto, ma non immaginavo ci sarebbero state così tante scale. Il professionista mi stava fissando dall’istante in cui avevo varcato la soglia, con lo stesso sguardo incuriosito e stranito allo stesso tempo con cui mi osservava chiunque da qualche mese a questa parte. Catturai l’essenza dello studio con un’occhiata circospetta, senza farlo troppo notare. Era insolitamente accogliente, quasi fosse la cameretta di un adolescente neanche troppo “problematico”, come li definiscono gli adulti di questo pazzo mondo. La mia attenzione si focalizzò subito dopo sullo psicologo, l’ennesimo presso cui mi consigliavano di andare in cura, un uomo più anziano di me, probabilmente padre quarantenne di due bimbe non tanto felici della sua espressione burbera e poco dolce.

«Si accomodi, faccia come se fosse a casa sua. Insomma, si metta a suo agio, intendo» e mi indicò un pouf color acquamarina, all’apparenza morbido. Vi sprofondai e mi preparai alla solita introduzione, in cui nessuno era mai particolarmente originale. La ricordavo a menadito, mi sarei anche potuta addormentare, e nel sonno avrei quasi per certo recitato parola per parola, con le dovute pause e i finti momenti di enfasi, tutto ciò che mi ripetevano da troppo tempo per poterlo ancora sopportare.

«Lei è qui per volere del Governo, ma suppongo ormai lo sappia a memoria. Non ho intenzione di dilungarmi in inutili discorsi introduttivi o ramanzine sul suo comportamento, ritenuto anticonformista e addirittura contro le norme attualmente in vigore. Detto questo le darei un unico consiglio preliminare: continui con tutto ciò che sta facendo, ma lo faccia risvegliando il meno possibile gli altri, siamo intesi?»

Lo guardai come se qualcuno mi avesse tirato uno schiaffo, ero confusa. Perché mi avrebbero dovuto consigliare un professionista come lui, se era il primo contrario a tutta questa pagliacciata?
«La smetta di fissarmi in questa maniera, sta diventando inquietante, sa?»

Mi riscossi dai miei pensieri. «È che…» mi zittii da sola, ricordando ciò che aveva appena detto. Fu il suo sguardo ad incoraggiarmi a riprendere, anzi ad iniziare, a spiegare. «Detesto come la situazione sta evolvendo, e non riesco a capire cosa ci trovi il Governo di utile nel sopprimere le emozioni. Le relazioni non si basano proprio su quelle? Siamo diventati freddi, tristi, comunichiamo solo coi social, per messaggio, certa gente non parla più! E poi dicono che questo è amore». Parlando notai una fotografia incorniciata, non tanto ingombrante, poggiata sulla scrivania dietro la quale era seduto l’uomo. Ritraeva due ragazzine. Almeno su qualcosa ci avevo preso. «Mi dica, ho una curiosità. Alle sue figlie come l’ha spiegata questa storia?»

Strabuzzò gli occhi, come fosse stato colpito in pieno, preso in fallo, e mi disse semplicemente: «Non l’ho spiegata. Continuano a fare la loro vita innocente e piena di colore da bimbe, non voglio che cambino per lo Stato». Fui positivamente sorpresa dalla sua replica, e mi interrogai nuovamente sul perché mi fosse stato indicato un tale trasgressore, e stavo già intessendo nella mia mente intricate trame sullo strano inganno che mi stavano ordendo, quando scoccò l’orologio: era finito il momento delle chiacchiere, per fortuna, anche se in questo caso avrei detto purtroppo.

«Bene, mi fa piacere averla incontrata, e direi che non abbiamo bisogno di ulteriori appuntamenti. Continui la sua vita e si tenga lontana dalle malelingue». Ci stringemmo la mano e tornai a casa, sempre a piedi con quei tacchi scomodissimi, ricapitolando nel mio cervello le tappe di tutte le sedute a cui ero stata obbligata a presentarmi fisicamente, perché mentalmente ero presente solo in quest’ultima. Ora dovevo solo attendere la comunicazione del sindaco del mio distretto, e sarei stata libera a vita o condannata a passare il resto della mia gioventù in una comunità di recupero, anche se la consideravo più che altro un ex manicomio, dove forse mi avrebbero lobotomizzata per rendermi perfettamente conforme al sistema. Per mia sfortuna avevo finito il numero di consultazioni disponibili; più di dieci professionisti non li potevo proprio incontrare per legge, anche se non era questa la mia maggiore aspirazione.

Dopo qualche giorno di attesa, riempito dalle chiacchiere insensate e monotone della televisione e dal ronzio ciclico delle pietanze scaldate al microonde, bussarono alla mia porta. Andai a ricevere chiunque si fosse preso la briga di vedermi e, quando aprii l’uscio, trovai con mio grande stupore lo stesso psicologo che mi aveva visitata quasi una settimana prima, con in mano una lettera di quelle importanti dal primo sguardo, sigillata in una busta giallognola e abbastanza antica con un elegante ghirigoro in cera lacca rosso sangue. Me la porse con un sorriso, dicendomi solo: «È libera ora». Poi se ne andò, e per un momento mi parve di non averlo mai incontrato, ma che fosse invece una sorta di spirito venuto a salvarmi da questa spiacevole ed insolita situazione. Mi ritrovai a sbattere le palpebre per qualche secondo, giusto per assicurarmi di essere vigile e sveglia, quindi decisi di aprire la busta. Lo feci con estrema accortezza, stando attenta ad ogni singola azione dei miei polpastrelli. Estrassi tremante il foglietto che conteneva. Iniziai a convincermi che stesse andando tutto per il meglio, la comunicazione era molto più sintetica delle precedenti. La lessi:

-Alla signorina Jackson; 28 novembre 3176 –

Le comunichiamo che è stata ufficialmente rimossa dal nostro programma di rieducazione emotiva. Il nostro maggior psicologo, nonché capo del Governo, durante la sua ultima visita ha ritenuto che lei sia un soggetto idoneo alla vita associata, e che sia quindi doveroso lasciarla libera di addentrarsi nella vera realtà.

Alzai lo sguardo da quelle parole e mi sorrisi allo specchio. C’ero riuscita, finalmente avrei potuto continuare indisturbata la mia vita in questo mondo, anche se il suo costante grigiore mi intristiva un po’. Mi sdraiai sul divano a guardare un programma in TV, ma mi addormentai subito.

Quando mi svegliai il giorno seguente, mi sentivo stordita. Aprii gli occhi, e i colori che vidi mi colpirono, accecandomi quasi. Mi alzai cauta, guardandomi attorno e riscoprendo quella che era stata la mia casa per quasi una vita intera. Non mi ero mai accorta che avesse le pareti bianco panna, come non ero cosciente di essermi vestita con dei jeans blu, una camicia – cos’era, lilla o indaco? – e quegli stramaledetti tacchi, che scoprii essere verde smeraldo. Uscii di casa e mi avventurai per le vie del centro città, notando con felice stupore che tutti sembravano più sereni, meno incupiti e grigi. Era quasi come se mi avessero catapultata nel mondo fatto apposta per me, tutti erano così gentili, attenti ai sentimenti altrui, empatici. In questa “seconda realtà”, che sembrava essere diventata quella in cui avrei dovuto vivere per il resto della mia vita, sembrava che le relazioni e i rapporti umani fossero il focus di ciascuno, e che chiunque si interessasse all’altro.

Un giorno, camminando con la testa altrove, mi scontrai con una ragazza giovane, della mia stessa età. Ci ritrovammo a parlare, e mi invitò quasi immediatamente a casa sua, per raccontarmi un’esperienza che aveva vissuto molto simile alla mia. Una volta arrivate, mi spiegò tutto ciò che aveva sperimentato nell’altro mondo, esattamente lo stesso processo a cui ero stata sottoposta io stessa, e mi confessò a fior di labbra: «Tutto ciò che non dici di là, qua ti pesa, sai? Ma non solo qui, anche in un altro mondo qualsiasi». Trasalì, ricordandosi un particolare. «Tu lo sai come ci sei finita in questa realtà, vero?» Scossi la testa ingenuamente, squadrandola, realizzando come lei sapesse molto più di quanto credessi inizialmente.

Si mise comoda e mi guardò, aspettando un mio qualche segnale che le permettesse di cominciare. Annuii impercettibilmente, al che iniziò a raccontarmi tutto dal principio. Anche lei era nata in quel posto grigio e cupo che avevo conosciuto bene, e all’età di dodici anni era stata allontanata dalla sua famiglia e inserita in quel programma di rieducazione, con la premessa che le sue emozioni erano anomale per quel mondo. Al contrario di quanto avevo fatto io, però, lei aveva iniziato a cercare delle spiegazioni concrete, andando a frugare nei documenti degli psicologi presso cui doveva recarsi per le sedute. Aveva così scoperto che c’erano più realtà, ciascuna basata sullo stile di vita e sulle emozioni dominanti delle persone che vi abitavano, e chiunque avesse mostrato una minima inclinazione verso un sentimento qualsiasi sarebbe stato sottoposto a delle visite per analizzare la personalità del soggetto, e collocarlo nella realtà a lui più affine.

Proprio per questo, come anch’io ricordavo, veniva chiesto al “paziente” di essere il più sincero possibile, senza omettere nulla di ciò che gli passava per la mente. A conti fatti, tutto ciò che si taceva poteva davvero condannare a vita, dato che si era catapultati in una dimensione parallela dalla quale non si tornava più indietro. «Effettivamente ogni persona ha il suo modo di rapportarsi, e forse è più conveniente organizzarla come ha fatto il Governo, del resto in che mondo finire lo decidi tu, anche se non lo sai» pensai, e ringraziai la ragazza per tutto.

Tornando verso casa, pensando mi resi conto di quanto l’essere umano fosse vario, e di come evolvendo le differenze si amplificassero, creando spesso divari e discrepanze. Per la prima volta comprendevo quell’intricatissima tela che mi avevano tessuto attorno a mia insaputa, con l’unico scopo di trovare un posto adatto a me, come per tutti gli altri che mi circondavano, e non fui mai così grata a degli adulti come lo ero in quel momento.

questo racconto ha partecipato al concorso Fiction for Future 2024
Pubblicato: 28 Dicembre 2023
Fascia: 16-19
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