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Romance
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Fascia 16-19
Balliamo

Se c’era una cosa che proprio non sopportavo della mia epoca era la concezione distorta dell’amore che albergava tra le menti. Era un pensiero ben radicato, talmente profondo che non era umanamente possibile scorgerne le radici.  Me ne resi conto quel giorno, a carponi sul pavimento della pasticceria, che la comune concezione di quello che si pensava fosse l’amore cominciava ad andarmi stretta, come un vestito troppo attillato sui fianchi e fastidiosamente cedevole sulle spalle.

«Vittoria, perché non ti tiri su?»

Prima che me ne rendessi conto colpii la testa contro lo spigolo del tavolo; imprecai e la nonna alzò gli occhi al cielo. China sul pavimento polveroso, la osservai sedersi con gambe tremanti sullo sgabello.

Lei sorrise mesta ma, oltre ad adocchiarla, non fece domande sulla lettera stropicciata tra le mie mani. Era la seconda che trovavo infilata tra le mattonelle.

«Devi prendere il lavoro più seriamente», continuò. «O andrà a finire che ti sostituiranno con una di quelle macchine laggiù!»

Seguii il suo dito e osservai con estrema meticolosità il robottino su due ruote servire i clienti in quello che era proprio il lavoro che spettava a me.

«Gli unici a lavorare con me sono quei cosi ambulanti che non hanno né orecchie né bocca» mi tirai su. «Nessuno verrà a lamentarsi se mi sono infilata qui per…»

Serrai la bocca: non avevo rivelato a nessuno delle lettere; perciò, cauta infilai quella appena trovata nella tasca posteriore dei jeans.

«Vittoria…»

I suoi occhi verdi scattarono in un battibaleno in cima alla mia testa quando qualcosa lampeggiò di blu. Avvertii le ossa tremare e quella vibrazione attraversarmi da cima a fondo. Mi tolsi gli occhiali tra i capelli e mi bloccai un attimo prima di indossarli.

«Non puoi…» sussurrò concitata la nonna.

Gli occhiali vibrarono ancora nei miei palmi.

Sorrisi. «Ci metto un secondo!»

Sgusciai via nello sgabuzzino e, nel buio più totale, mi sistemai gli occhiali sul naso. Come sempre, questi smisero di vibrare e i miei occhi si riempirono di un’immagine che solo io riuscivo a vedere. I contorni erano leggermente sfocati ma il volto di Elia mi scrutava con interesse anche da chilometri di distanza.

Era accasciato sul divano, i riccioli che gli solleticavano il collo, ma non avrei saputo dire di che colore fossero i suoi occhi o che effetto facesse averlo accanto.

Non ci eravamo mai incontrati dal vivo, non ne sentivamo il bisogno. Internet ci aveva plasmati, se potevamo contare sulle chiamate virtuali allora non occorreva vedersi dal vivo.

Elia sollevò una mano a mo’ di saluto e io scivolai sul pavimento, accoccolandomi tra gli scatoloni di pezzi di ricambio e libretti d’istruzioni per robot.

«Allora», cominciai. «Hai letto i miei ultimi messaggi?»

Le lettere le avevo trovate per puro caso.

Un giorno, intenta a pulire, avevo scorto una mattonella fuori posto e un pezzo di foglio incastrato tra il presente e il passato. Erano lettere sbiadite dal tempo, fogli svolazzanti che raccontavano di un amore più puro e decisivo di quel che avevo già potuto sperimentare con Elia. Un amore travolgente, che afferrava le redini del tempo e le modellava a suo piacimento. Era quel tipo di sentimento che ti scivolava dentro e ti inglobava, che sprofondava nel petto e annacquava il cuore.

Non avevo mai provato nulla di simile e leggere di quell’amore così venerato mi faceva desiderare di provarlo perché, al passo con la tecnologia, quei tocchi e quei baci che si riservavano solo a chi arrovellava le tue emozioni non esistevano più. Esisteva il contatto fisico da dietro uno schermo ed esisteva il contatto visivo solo tramite un paio d’occhiali all’ultima moda.

Curiosando scovai una fotografia sistemata tra i fogli ingialliti della lettera. La infilai nella stampante virtuale e lasciai che quel pezzetto di carta colorata prendesse vita. Le figure, grazie ai meccanismi della macchina, si animarono e sbucarono fuori dalla lettera.

Erano una coppia, un ragazzo e una ragazza le cui risate fragorose mi fecero sorridere. Li osservai, cercai di capire cosa ci rendesse diversi, e compresi come tra loro il tocco fisico fosse quasi d’obbligo per riuscire a mostrare il proprio affetto.

Io ed Elia ci eravamo scambiati qualche effusione sfruttando l’uso degli occhiali ma nulla di ciò che avevamo fatto mi faceva credere che potesse essere comparato ai sentimenti che bruciavano nei volti dei due ragazzi. Si baciavano, si abbracciavano e si toccavano mostrandosi per ciò che erano, senza ingigantire qualità che potevano non possedere. Ed era una cosa che, tra una chat e l’altra, temevo potesse aver fatto Elia.

Sentii l’impellente bisogno di incontrarlo dal vivo.

Ci rimuginai parecchio e nel frattempo guardai i due ragazzi sistemarsi fronte contro fronte per un ballo.

«Non so come si fa!», esclamò lei. «Non so come muovermi o dove posizionare i piedi. Non perdere tempo con me e fammi guardare come balli!»

Ma lui non si perse d’animo. La strinse a sé, le insegnò dove mettere le mani e come appoggiarsi a lui. La guidò e lei si lasciò guidare.

Dubitavo che Elia mi avrebbe mai proposto di ballare o se, per uno scherzo del destino, uno di quei robottini che odiavo mi avrebbe insegnato come muovermi.

Forse lo feci senza senza rendermene conto o forse no, ma nel silenzio del tardo pomeriggio imparai a memoria i passi di quel lento.

Per convincere Elia a incontrarci dal vivo ci erano volute intere settimane e ancora adesso, quando tiravo fuori l’argomento, ricevevo occhiatacce di rimprovero.

«Non mi piace, le chiamate funzionano», aveva detto. «Perché devi ostinarti a vedermi dal vivo?»

Ma non avevo ceduto, non dopo aver colmato un fondo di disprezzo per come si svolgevano le relazioni a distanza. Erano finte, così finte che avrei potuto allungarne i lati e si sarebbero strappate.

Io desideravo qualcosa di vero, qualcosa che facesse perdere il respiro. Non volevo nessuna barriera virtuale, volevo capire com’era tenergli la mano o camminare al suo fianco mentre le braccia trovavano il tempo di sfiorarsi accidentalmente. E se fossi stata abbastanza persuasiva da convincere Elia ad aprire gli occhi anche lui si sarebbe accorto della trappola in cui ci eravamo cacciati. Internet ti estraniava dai sentimenti più intimi, ed era un limbo con infinite finestre e nessuna via di fuga.

Come primo appuntamento avevo proposto di visitare uno dei grandi palazzi storici. Elia, invece, si era impuntato di comprare i biglietti online per una fiera tecnologica.

Perciò, mentre lui osservava scrupoloso le nuove invenzioni, io osservavo lui. Volevo indagare, capire se avesse gonfiato qualche caratteristica nel tentativo di farsi apprezzare da me.

Osservandolo, notai i ricci ben più biondi di quanto immaginassi e il sorriso contagioso. Scoprii anche che aveva una fossetta sulla guancia destra e gli occhi screziati di verde.

«Perché mi guardi così?» domandò. «Non è la prima volta che mi vedi»

«E invece non ti ho mai visto così bene»

Elia mi riservò un’occhiata indecisa ma, alla fine, proseguì dritto lungo gli stand.

«Hai cambiato idea? Sei felice di…»

«No», tagliò corto. «Mi sento esposto. E poi non credevo fossi così petulante»

«Se non fossimo usciti non lo avresti mai saputo»

Elia scosse poco la testa ma i suoi muscoli tesi si rilassarono e questo bastò a darmi man forte.

Non era cambiato nulla oltre al fatto che scoprii di riuscire a leggere i suoi gesti. Quando era interessato a qualche progetto tecnologico arricciava le labbra, rapito. Quando era infastidito dalla lunga fila di persone prima di noi sbuffava spazientito e batteva ritmicamente il piede a terra.

La verità era che non parlavamo granché, molto meno rispetto a quando ci scrivevamo, ma qualche volta i gesti, i movimenti insicuri o decisi, valevano più di frasi utili solo a spezzare il silenzio.

All’improvviso, un’idea mi balenò in testa.

«Mi sto annoiando», dissi, poi azzardai a toccargli il braccio e ad avvicinarlo a me. «Ma ho un rimedio»

Lui non staccò il braccio dalla mia presa. La sua pelle era morbida, forte, e mi ci aggrappai con tutte le speranze.

«Voglio insegnarti una cosa»

«È pericolosa?»

«Pericolosissima»

Ci lasciammo gli stand alle spalle e lo guidai verso uno dei giardini rigogliosi alle spalle della fiera, dove nessuno sembrava far caso alla vegetazione fiorita. Era una parco gremito di salici piangenti e petali sparsi a terra. Mi fermai al centro, nei pressi di una fontanella d’argento, ed Elia, preso alla sprovvista, mi finì contro. Il suo corpo aderì alla mia schiena e bastarono quei pochi secondi a far scatenare una scia di brividi inattesi lungo la mia pelle.

«Che cosa…»

Mi voltai. «Balliamo»

«Balliamo?», chiese incerto.

Aggrottai la fronte, dubbiosa. «Non sai ballare?»

«Perché tu sì?»

«Ho imparato»

Con il cuore in gola mi avvicinai. Presi la sua mano sinistra e la posizionai sul mio fianco, l’altra la mantenni salda nella mia. Palmo contro palmo, gli mostrai i passi.

Elia era un vero disastro. Non andava a tempo, era rigido come uno stoccafisso e non faceva altro che fuggire dal mio sguardo, perennemente incollato su di lui.

«Non ti vergognare», lo presi in giro. «Mi hai pestato i piedi un paio di volte, anche piuttosto forte è vero, ma giuro che so resistere!»

Con mia enorme sorpresa, Elia scoppiò a ridere e, con quella risata, ogni freno inibitore scemò via, la tensione si dissolse e sulle sue labbra apparve un sorriso divertito. Era così bello che avrei potuto perdermici dentro.

Elia incastrò le dita con le mie e aumentò la presa sul mio fianco. Cominciai a far fatica anche solo a respirare.

«Sei così impegnata a guardarmi i piedi», esclamò. «Che non ti accorgi di battere la testa contro il mio mento quando ti tiri su»

«Davvero?», chiesi stupita.

Elia annuì, finalmente coinvolto, ma qualcosa cominciò a luccicare sulla sua testa. La vibrazione la sentii perfino io e, per un attimo, mi soffermai a guardare le nostre mani unite.

Quando si staccò da me temetti di vederlo rinchiudersi in Internet.

Fu un gesto istintivo, il mio. Gli presi gli occhiali dalle mani e il cuore mi pulsò nelle orecchie.

«Stavamo ballando», gli ricordai. «Puoi…richiamare dopo»

«Vittoria», mi ammonì allungando la mano.

«Resta con me»

In quel momento, qualcosa sembrò risvegliarlo. Seguii i suoi occhi scivolare lungo il vestito che svolazzava sulle mie gambe, i capelli spettinati e gli sbalzi d’umore che mi stava iniettando a forza di guardarmi.

Forse non ero abbastanza ma sapevo di valere più di qualche chiamata. E forse, lo realizzò anche lui.

Mi strappò gli occhiali dalle mani e non esitò.

Li lanciò in mezzo al prato verde.

«Va bene», disse. «Balliamo»

Tornammo a stringerci e azzerammo ogni distanza. Stretti com’eravamo, adesso sentivo il suo cuore battere al ritmo del mio. Ci avvicinammo ancora e ancora, fino a quando lui non posò la fronte sulla mia.

«Balliamo», accordai a fior di labbra.

questo racconto ha partecipato al concorso Fiction for Future 2024
Pubblicato: 27 Aprile 2024
Fascia: 16-19
Commenti
Mi piace il tuo stile di scrittura, i dialoghi sono fluidi e scorrevoli. Adoro il nome di Elia e la caratterizzazione della protagonista. Inoltre l'idea degli occhiali è geniale e il finale è molto dolce :) buona fortuna per il concorso!
30 aprile 2024 • 19:33