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Autobus 61

L’uomo camminava rasente il muro. La strada era deserta e l’unico rumore era quello delle sue scarpe. Dal cielo nuvoloso filtravano sbiaditi raggi di sole. Gettò un’occhiata distratta alle auto parcheggiate: persino con la mente invasa dai pensieri riusciva a valutare con uno sguardo i loro sistemi d’allarme. Un tempo era bravissimo. Sospirò: sarebbe stata la volta giusta? Non ci sperava molto, ma alzò il mento e si impose di essere positivo. Anche se di quei due non si fidava molto. Quando lo videro arrivare, Carlo sogghignò e diede di gomito ad Alberto: «Guarda un po’ chi c’è? Il nostro salvatore!». Alberto si girò: «Ehi, Marco!». «Mi avete detto che avete un lavoro per me. Di che genere?». «Uno onesto, non sia mai!» dissero i due praticamente all’unisono. Marco sollevò un sopracciglio: «Vale a dire?». «Guidare un autobus». Marco seguì perplesso il dito di Alberto. Tra i bus lucidi e imponenti, sotto una tettoia sfondata era parcheggiato il 61. Un tempo, sotto il lerciume nero e la ruggine, doveva essere stato di un arancione brillante. «Non mi sembra tanto regolare, che c’è sotto?». «Diciamo che oggi è meglio se fa servizio e l’ispettore non lo trova qui. Non vorremmo che si chiedesse che fine fanno i soldi per la manutenzione». «No». «Suvvia» fece Carlo. «Io ho voluto dimenticare quella storia del mio portafogli, non vorrai costringermi a fare la denuncia ora, no?». Negli occhi dell’uomo balenarono dei lampi. Più di due anni che cercava lavoro, e la prima volta che ne trovava uno… «Quando devo cominciare?» chiese Marco seccamente. «Adesso». Carlo lasciò penzolare dalla mano la chiave tintinnante. Marco gliela sfilò di mano e salì sulla scaletta cigolante. Se all’esterno l’autobus appariva sporco e malandato, all’interno manteneva tutte le aspettative. I sedili erano scoloriti e sfondati, sembrava che niente lì dentro rispettasse le norme igieniche oltre che di sicurezza. «Per il percorso guarda la mappa!» Ma prima che Alberto finisse di gridare, Marco gli aveva chiuso la porta in faccia ed era partito. La prima fermata era una scuola media. Marco sospirò e si abbandonò contro il sedile: decine di ragazzini scalmanati su quel mezzo fatiscente che lui non sapeva neanche guidare bene. C’erano molti bambini sul marciapiede davanti a lui. All’improvviso sentì dei colpi sulle porte; ma quando si voltò vide solo un ragazzino, di circa dieci anni, con il fiatone e un occhio pesto. Sentì delle urla, delle incitazioni, e vide altri due ragazzi. «Torna qui, Paolo, che finiamo!». Risate. Marco non ci mise molto a capire cosa fosse successo. Aprì le porte. «Sali!». Il ragazzino non se lo fece ripetere e con un balzo fu sull’autobus. Marco partì senza aspettare che le porte si chiudessero e senza potersi impedire di gridare: gli mancava l’adrenalina degli inseguimenti. Passarono lunghi minuti in silenzio. Solo dopo un po’ il ragazzino aprì bocca. «Ho dimenticato il biglietto». «Non c’è bisogno» rispose l’autista. «Come ti chiami?» «Paolo». «Paolo… I tuoi genitori che dicono delle botte?» «Sono troppo occupati con il divorzio». Marco tacque, non sapeva che dire. Poi propose: «Tu dimmi dove vuoi andare, e io ti ci porto». Paolo spalancò gli occhi. «A casa» disse d’istinto. «Anzi, no… No. Al planetario». disse. «Sì, il planetario». Marco annuì: «D’accordo, ma giro lungo». «Che giro?». «Ti faccio vedere i miei posti preferiti». «E gli altri passeggeri?». «Oh, ci penseranno Alberto e Carlo». Marco fece un sorrisetto. L’autobus procedeva gemendo. La prima fermata era Piazza Barberini. Era lì che Marco andava sempre quando non aveva un qualche motivo per nascondersi. Si sedeva sul bordo della fontana e lasciava che l’acqua gli spruzzasse il viso. Secondo la leggenda, il Tritone suonava la conchiglia per agitare o calmare le onde; in quel momento evidentemente stava ordinando tempesta, perché era un caos di clacson impazziti nel traffico congestionato. Avrebbero tranquillamente potuto parcheggiare lì l’autobus e andare a fare una passeggiata. Dall’autobus, era bella la vista dell’acqua che zampillava, era bello il suo colore. «Sono lucci quelli?» chiese Paolo all’improvviso. «Sono delfini». Paolo fece una smorfia: «Qui è tutto pieno di traffico e di turisti che fanno le foto». «Ma noi non siamo turisti. Comunque se non ami il casino, il prossimo posto ti piacerà. Non hai fame?». Scesero dal mezzo nel traffico immobile e comprarono due tramezzini al tonno, due aranciate e un pacchetto di cioccolatini alla nocciola; poi risalirono sul 61 e partirono. Il luogo in cui arrivarono apparteneva ai Cavalieri di Malta. Un grande portone scuro con sopra uno stemma sconosciuto incastonato nella pietra chiara. «Cos’è?» domandò Paolo. «Ora vedrai». Marco aveva scoperto quell’ingresso scappando dalla polizia dopo il furto di uno scooter. Non si aspettava, dietro quell’entrata austera, di trovare una specie di castello con giardino. All’epoca non sapeva nemmeno cos’era il Priorato di Malta, né che era proibita la visita alla villa senza un permesso. Ma era uno dei posti più belli che avesse mai visto, ed era pieno di nascondigli. Era come un labirinto verde con un panorama meraviglioso, capace al tempo stesso di soddisfare i sogni più avventurosi, l’istinto di esplorare e la necessità di sparire. Da allora ci andava molto spesso, entrando sempre di nascosto. Non toccava niente, non rompeva niente. Stava solo lì. Lui e Paolo trascorsero quasi due ore lì dentro, accucciati vicino alla fontana mangiando tonno e cioccolato, ridendo e ascoltando l’acqua che gorgogliava in mezzo al muschio. C’era un altro posto dove Marco voleva portarlo ed era proprio accanto al Planetario. Il Museo Etnografico di Roma. Tutte le civiltà antiche dell’America, Africa e Australia riunite lì. La prima volta che ci era stato, era rimasto lì tutta la giornata. Risalirono sul 61 e solo dopo un quarto d’ora Marco riuscì a svoltare in una via larga, quasi senza incroci. Un uomo al lato della strada gli fece cenno di fermarsi. «Spiacente, quest’autobus non fa fermate» mormorò. «Oh! Marco!». L’autista rallentò, confuso, dando all’uomo la possibilità di raggiungerlo. «Hai posto per un vecchio amico?». Marco deglutì, sbalordito. Due volte per furto di portafogli, una per furto d’auto; e lo aveva arrestato sempre lui. L’ultima, aveva venticinque anni e il poliziotto quasi cinquanta. L’uomo si accomodò. «Dove ti porto?» chiese Marco. «A casa» rispose Michele. Ora erano nei pressi di San Pietro. La casa del poliziotto era da quelle parti. Marco rallentò. Di fronte a loro c’era uno dei negozi Castroni; l’inconfondibile, scritta bianca in corsivo sovrastava una vetrina colorata di spezie e vasetti. Tentennò un momento. «Andiamo?». Michele sorrise e annuì. Mentre Paolo curiosava tra gli scaffali, i due uomini si erano fermati. «Allora… Quanto tempo è passato?». «Quasi cinque anni». «Un’eternità». Michele prese un barattolo di spezie da uno scaffale in alto. «Hai messo la testa a posto?». «Certo. Sono un autista». Quando uscirono, Marco staccò un foglietto dalla bacheca delle offerte di lavoro: cercavano un garzone. Poi risalì sull’autobus e accompagnò Michele a casa. «Esiste un Museo delle Arti e Tradizioni Popolari?» fece Paolo stupito. «Come no. Anche uno della Pasta. Un giorno ti ci porto, ma prima devi vedere questo. Tanto siamo quasi arrivati.» Si fermarono davanti a un edificio rettangolare, bianco, sostenuto da colonne: il Museo Etnografico. Paolo sembrava un po’ deluso. «Fidati, questo non lo scorderai mai più». Ed era vero. Anche Marco aveva imparato più tra quegli oggetti esotici che in anni di scuola, perdendosi tra le armi, le pelli, il legno, le maschere. «Non è possibile». Chiuso. Il Planetario era chiuso. Era ormai tarda sera, Paolo sbuffò. Aveva lo sguardo perso. Marco si sedette accanto a lui sul marciapiede, un po’ imbarazzato. «Mi dispiace, ti ho fatto fare tardi». Paolo mugugnò qualcosa. Marco si alzò, fece due passi e studiò meglio l’edificio. «Guarda, forse non è veramente chiuso. Vieni con me». Tirò fuori dalla tasca il foglietto e lo appallottolò. Non era tagliato per fare il garzone.

Pubblicato: 1 Giugno 2021
Fascia: 19+
Commenti
Sergio Rovito
Beh mi sono appena accorto che non posso valutare senza scrivere anche un commento, il problema è che non ho molto da dire, non sono mica un critico o altro. Però, da quello che è il mio modesto parere, posso dire che è scritto benissimo, molto scorrevole, si lascia leggere. Inoltre, la storia, per quanto possa sembrare semplice è, in realtà, magnifica. E, seppur corta, ti fa subito affezionare ai due personaggi.
26 marzo 2022 • 21:16