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Fascia 16-19
Aeroplanini di un poeta nascosto

Carlo si considerava un ragazzo come tutti; gli piacevano le cose che di solito piacciono ai ragazzi di seconda media, videogiochi, fumetti o uscire in bicicletta con un paio di amici per poi tornare a casa; tuttavia questo era una piccola parte di sé stesso perché era solo la parte che sapeva di avere. Con questo, Carlo era molto timido e chiuso al nuovo, soprattutto si era chiuso ancor di più con l’inizio della prima media. In quel periodo si trasferì con i suoi genitori in un’altra città. Questo lo faceva sentire spaesato, insomma la solita storia: gente nuova, insegnanti nuovi, posto nuovo, e quindi ancor più un pesce fuor d’acqua. In effetti, prima che se ne accorgesse, arrivò il primo giorno di scuola, un vero incubo che diventava realtà. Insomma tutti i suoi amici erano altrove e soprattutto insieme, lui invece? Confinato in un posto dove nessuno lo conosceva. La giornata volgeva sempre al termine in qualche modo: si svegliava, andava a scuola, tornava a casa, compiti, studio, musica e infine dormire; un circolo in cui era imprigionato, anche se a lui non importava; un giorno passava e arrivava l’altro: funzionava così.

Arrivò un giorno, però, in cui successe qualcosa di strano. Si incamminò per andare a scuola come tutte le mattine quando qualcuno parlò, come se ci fosse una persona al suo fianco che sussurrava invece di parlare, anche se diceva cose senza senso e che soprattutto non riusciva a sentire. Si girò per vedere chi fosse ma non vide nessuno. Allora continuò a camminare quando lo risentì. Si voltò ancora e di nuovo non vide nessuno. Decise di andare avanti e ancora una volta lo sentì, lui si fermò di colpo e infastidito gridò: «Chi c’è ?!», ma nessuno rispose; ricevette solo uno sguardo interrogatorio da un passante che aveva appena girato l’angolo. Imbarazzato abbassò lo sguardo e continuò a camminare, sotto al sole di primavera che gli riscaldava in viso. Per tutto il tragitto verso la scuola e anche il pomeriggio a casa non sentì più nulla di strano. Quella strana voce si ripresentò solo quando, verso sera, era steso sul letto con le cuffie per ascoltare la musica mentre leggeva. Si spaventò tanto che quasi rotolò giù dal letto. La voce aveva un tono che Carlo non aveva mai sentito prima poiché stava parlando stavolta. Però parlava una lingua incomprensibile, quasi come se non esistesse perché sembravano lettere buttate su un tavolo per formare una parola priva di autentico significato, eppure gli comunicava qualcosa, ma non fatti oppure ordini o richieste, gli comunicava qualcosa che non sapeva spiegare. Disse sottovoce, per non far preoccupare i suoi genitori che erano al piano di sotto: «Chi sei? Cosa vuoi da me?». La voce in quel momento parlò ancora e Carlo sentì qualcosa anche stavolta. «Parla in una lingua comprensibile, per favore!», disse frustrato perché voleva risolvere quella questione al più presto. La voce, però, non parlo più. Carlo allora, ancora infastidito e frustrato, per riuscire a dimenticare al più presto quello strano e incomprensibile avvenimento, decise di andare a dormire. Il giorno seguente andò tutto bene, niente voci o altre cose strane. Così decise di non pensarci più.

Passò una settimana prima che quella voce parlò di nuovo. Quella volta fu a scuola, nel cortile più precisamente. Era ricreazione ed erano andati fuori per prendere una boccata d’aria. Stava passeggiando con aria solitaria intorno alla scuola, quando sentì dei singhiozzi nell’angolo più remoto, vicino al muro che delimitava il cortile. Andò a vedere di soppiatto e vide un ragazzo che stava piangendo. Aveva i capelli castani, al contrario di Carlo che li aveva biondi, una felpa nera con sopra la stampa di un personaggio dei videogiochi, delle scarpe rosse con i lacci bianchi e gli occhiali. Carlo allora gli andò vicino e si sedette di fianco a lui. Il ragazzo non lo notò subito ma quando si accorse di lui sobbalzò. Guardò Carlo con aria interrogativa, e aspettò che parlasse lui per primo. Carlo allora, capendo cosa volesse, disse: «Perché stai piangendo?», e il ragazzo rispose: «Niente, una cosa da poco», voltandosi per nascondere le lacrime. Carlo intuì che quel ragazzo probabilmente non aveva amici perché nessuno, a parte lui, era andato a consolarlo. «Guarda che parlarne ti farà sentire meglio, fidati» disse. Allora il ragazzo parlò:«Ecco, ho scoperto che quelli che erano miei amici non lo erano, tutto qua», fece per tagliare corto. Allora Carlo cercò di consolarlo: «Sai, nemmeno io ho degli amici, anzi ce li avrei ma sono tutti lontani, e credo che per te e per me sia il momento di farci dei nuovi amici, che ne dici?». Il ragazzo si asciugò le lacrime con la manica della felpa, tirò su col naso e gli porse la mano: «Marco», «Carlo» rispose, stringendogli la mano. All’improvviso Carlo si girò di colpo. Sentì ancora quella voce dirgli qualcosa ancora una volta di incomprensibile, ma anche quella volta si sentì diverso. Qualcos’altro si mosse dentro di lui, ma al momento non sapeva bene cosa fosse. Marco lo guardò in modo strano e gli chiese cosa fosse successo, ma Carlo rispose che non c’era niente di cui preoccuparsi. Aiutò Marco ad alzarsi e si incamminarono verso l’entrata della scuola per tornare in classe, dato che la campanella stava per suonare. Si salutarono e si diedero appuntamento al giorno dopo.

Passarono dei giorni e la voce non si sentì più, ma Carlo sapeva che poteva comparire da un momento all’altro. Lui e Marco passavano le ricreazioni a scuola a parlare e scoprirono ben presto di avere parecchie cose in comune, come i fumetti e lo stesso gusto in fatto di musica. Un giorno andarono anche al parco in bici per giocare sul prato a pallone. Carlo non ci aveva mai provato e in effetti non riusciva a colpire bene il pallone, finendo sempre per scivolare e cadere a terra, ma Marco lo incoraggiava, facendolo ridere anche quando cadeva. Le settimane passarono e la voce sembrava un lontano ricordo che Carlo aveva quasi dimenticato.

Un giorno in effetti decise di andare al parco a fare una passeggiata. Si fermò su un enorme prato ricoperto d’erba color verde smeraldo, pieno di margherite. Si stese e sentì il sole che riscaldava le sue guance, anche se un venticello gli spostava i capelli e lo rinfrescava dal calore del sole. Sentiva il vento accarezzare le margherite e i fili d’erba creando una melodia che sembrava mettere in armonia ciò che aveva intorno. Aprì gli occhi e vide le nuvole correre sopra di lui, come se fosse una gara di velocità con le cime degli alberi come traguardo. Chiuse ancora gli occhi e si sentì parte di quella melodia con il suo respiro che contribuiva ad aggiungere note a quel brano musicale. A quel punto la voce tornò, ma Carlo non si spaventò. Questa volta la voce parlava chiaro, diceva delle parole sensate con un vero significato, non uno letterale ma un significato molto più profondo, che gli faceva arrivare alla mente immagini nitide, come se la voce fosse una persona senza volto che lo prendeva per mano per farlo viaggiare per posti fatti di sensazioni, come se volasse su un aeroplanino di carta che volteggiava in aria trasportato dal vento. Ad un certo punto quella voce senza volto disse parole chiare: «Nuvole, sole, spighe di grano, cammino, caldo e vivace, nuove idee e nuovi scalpori». Carlo fu come catturato da queste parole e subito riaprì gli occhi dopo che la voce senza volto lasciò andare la sua mano. Si mise seduto sul prato e prese il suo telefono, aprì la sezione note e per cominciare scrisse ciò che la voce gli aveva detto. Le parole giuste arrivarono subito e completarono ciò che la voce voleva dire. Carlo, finendo di scrivere, vide che davanti a lui c’era qualcosa, un testo che descriveva esattamente ciò che la voce senza volto gli aveva fatto vedere. Subito non capì ciò che era successo, infatti si ritrovò a leggere e rileggere ciò che aveva scritto. Spense il telefono e andò a casa continuando a pensare a ciò che era successo. Il giorno dopo fece leggere a Marco quello che aveva scritto al parco. Quando ebbe finito di leggere disse: «Beh c’è da dire che hai talento, è bellissima». Carlo all’inizio non capì che cosa voleva dire l’amico, così gli chiese: «Ma cosa ho scritto? Non capisco cosa sia», allora Marco gli rispose: «Non è chiaro ? Hai composto una poesia». Carlo non riuscì a capire, lui non aveva mai composto poesie in vita sua, come era riuscito a comporne una ora? Passò la mattinata a pensare a ciò che gli aveva detto Marco. Non riusciva proprio a capire come avesse fatto. Nel pomeriggio si mise steso sul suo letto a interrogare il soffitto. Si continuava a chiedere più che il motivo, il modo in cui avesse scritto una poesia. Decise poi di dormirci sopra, per il momento.

Il giorno dopo Marco gli corse incontro non appena lo vide e gli disse: «Ho avuto un’idea fantastica! Perché non partecipi al concorso di poesia che la scuola organizza ogni anno?». Carlo rispose: «Non lo so, sono ancora confuso dall’altro giorno». «Dai! Provaci almeno, vedrai che andrai alla grande, la tua poesia è bellissima!» rispose Marco; Carlo cedette e disse: «E va bene, se insisti tanto». A ricreazione andò a consegnare la sua poesia, scritta su un foglio di carta durante l’ora di supplenza di italiano alla professoressa responsabile del concorso. Passarono settimane prima che il giudizio finale arrivasse. Arrivò il grande giorno in cui alla bacheca della scuola venne appesa la classifica. Marco portò Carlo alla bacheca. Non appena arrivò davanti e cominciò a leggere Carlo rimase pietrificato: era al primo posto. Gridò a Marco: «Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta! Non ci credo!». «Credici amico! Sei il primo classificato!» gli rispose gridando anche lui. I due amici si abbracciarono e iniziarono a saltare per l’euforia.

Il giorno dopo avvenne la consegna dei premi. Carlo era molto nervoso quando salì sul palco. La sua professoressa di italiano gli consegnò l’attestato del primo classificato stringendogli la mano e sussurrandogli: «Complimenti, la tua poesia è la mia preferita». Carlo in risposta sorrise ancora incredulo. Si girò per la foto da mettere nella bacheca della scuola come ricordo del concorso di quell’anno. In quel momento rifletté su ciò che gli era successo in quell’anno scolastico. Aveva cominciato a sentire le emozioni in modo diverso, più intenso e quindi più piacevole, come l’amicizia, l’indifferenza e la serenità. Aveva scoperto una sua parte nascosta che ha iniziato a volare libera nella sua anima come un aeroplanino di carta. Mentre il fotografo premeva il pulsante della fotocamera la voce senza volto tornò e questa volta pronunciò una frase precisa: «Salve poeta nascosto».

Pubblicato: 23 Marzo 2022
Fascia: 16-19
Commenti
Eleonora Ines Bianchetto
Racconto introspettivo rispetto al personaggio, presenta uno stile scorrevole che coincide bene con il protagonista. Tuttavia c'è qualche luogo comune e il finale un po' scontato.
24 maggio 2022 • 15:18
Alex Tafa
Racconto interessante presentato in modo un po' ingenuo. Affronta argomenti tipici dell'adolescenza con approccio semplice. La trama è carina, poteva essere sviluppata meglio.
26 aprile 2022 • 15:21
Giorgio Arragoni
Un racconto emozionante, basato sulla ricerca dell'essere interiore. Il tema centrale è la poesia che, come succede di solito, arriva da dentro. L'autore ci invita a cercare quei ricordi, quelle parole, che anche se non hanno un senso reale sono poesia.
11 aprile 2022 • 14:21